PSICOGEOGRAFIE

Gianni Biondillo
con la collaborazione di Francesco Rizzi, Enrico Sassi, Donato Anchora

Sono raccolte in questo sito sia le narrazioni psicogeografiche realizzate per l’Accademia di architettura di Mendrisio da Gianni Biondillo che i lavori degli studenti del suo corso di “Psicogeografia e narrazione del territorio” a partire dall’anno accademico 2013-2014.

La psicogeografia è una tecnica del corpo, nata con le avanguardie artistiche, che indaga lo spazio urbano percorrendolo a piedi.

Oggi è diventata una pratica transdisciplinare dove convogliano vari campi del sapere focalizzati alla comprensione del territorio: la sociologia, l'economia, la geografia, l'antropologia, l'urbanistica, ma anche la letteratura, l'arte, il cinema, la filosofia, eccetera.

La scala del paesaggio è quella dove si gioca autenticamente la comprensione del reale, la sua complessità, le sue contraddizioni.

Attraversare il territorio, rigorosamente a piedi, usando il metodo psicogeografico, significa comprendere e interpretare il paesaggio contemporaneo, fuori dai suoi luoghi comuni, restituendogli dignità e identità mediante l'indagine e la narrazione.

L’esperienza fisica, emotiva, estetica, serve a superare il pregiudizio nei riguardi di uno spazio erroneamente reputato “banale”, prevedibile, scontato, per giungere a una consapevolezza nuova nei riguardi del paesaggio quotidiano, palinsesto dove si depositano i significati e i sogni delle popolazioni che lo hanno abitato e che tutt’ora lo abitano.

Infine narrare significa condividere la conoscenza acquisita, nella speranza di stimolare ad altri, attraverso il racconto, il desiderio di ripetere autonomamente l’esperienza. Buon viaggio.


















Reset mappa
«Non sembra neanche di stare a Lugano»
Esperienza psicogeografica in un territorio in divenire
Narrazione
Le piante raccontano
Di Geronimo - Höhener - Leonardelli
Narrazione
Confini
Pronzati - Rizzi
Narrazione
Il piede e la ruota
Mariani - Verri
Narrazione
Ingombranti Viandanti
Brendlé - Giménez - Gualde Torrella
Narrazione
Spazi vuoti o spazi di attesa?
Cacciola
Narrazione
Guardare senza osservare
Gauchat
Narrazione
Fallen leaves
Leu - Ramasco
Narrazione
Il confine
Buccellati - Cacciapuoti - Shehu
Narrazione
Una passeggiata a Lugano
Jezebel
Narrazione
Ephemeral elements of landscape
Brunner - Tornay
Narrazione
Framing views
Binello Vigliani - Sironi
Narrazione
Racconto di un'esperienza tra boschi e città
Marini - Molinari
Narrazione
Il bello dell'acqua
Razavi
Narrazione
Percorso a mano a mano
Nociti - Prayer
Narrazione
A piede libero
Contini -Orsatti - Scarpis
Narrazione
Camminare con il cuore
Costa - Ponzini
Le piante raccontano
/Di Geronimo Fabio, Höhener Carmen, Leonardelli Vittoria /

Abbiamo affrontato questa esperienza senza partire con un’idea ben precisa del tema da riportare; abbiamo deciso che ci saremmo fatti stupire e ispirare direttamente lungo il percorso, anche perché non sapevamo che cammino avremmo intrapreso. Ci spaventava questa mancanza preliminare di riferimenti e temi ma, una volta giunti sul luogo di incontro, nelle nostre menti si è scatenata una tempesta di idee che è stato difficile gestire. Il concetto dell’esperienza proposta di non sapere il percorso preciso ti preclude ogni possibilità di avere dei preconcetti sul luogo e ti consente di avere la massima attenzione su ogni particolare e una mentalità piuttosto aperta su ogni aspetto che si presenta. Ci siamo guardati negli occhi e abbiamo deciso all’unanimità che avremmo lavorato con “il verde”, probabilmente l’elemento più presente sul nostro pianeta al pari dell’acqua e allo stesso tempo il più fragile e in pericolo. La nostra idea, che si è concretizzata lungo il cammino, consiste nel raccontare il percorso tramite la vegetazione che abbiamo incontrato e il suo cambiamento mano a mano che procedevamo: come si è adattata ai vari luoghi sul percorso, come è stata manipolata dall’uomo, come è stata distrutta e come è stata introdotta ex novo da altri luoghi, spesso remoti. Il nostro lavoro di riproduzione del perco

Per iniziare abbiamo deciso di catturare degli scorci nel paesaggio in cui emerge chiaramente la presenza del verde assieme al primo segno che l’uomo da secoli lascia nel territorio, vale a dire le strade e i percorsi; esempio lampante è il sistema adottato dai Romani che, per fondare nuove città ed esportare la loro civiltà, iniziavano per l’appunto dal disegno e dalla costruzione delle strade. Le immagini sono poi state manipolate da noi per evidenziare in maniera preponderante quello che è il verde, sia esso naturale o introdotto artificialmente dall’uomo. Il rapporto tra il verde naturale e le strade è molto forte in quanto queste ultime vanno a rappresentare dei veri e propri tagli all’interno del paesaggio naturale. Le nostre foto così modificate vanno a rappresentare quella che è la forza e la presenza che ha il verde su tutto ciò che lo circonda. Questo primo filone del nostro lavoro è il fil rouge che crea il legante tra le varie tappe del nostro personale percorso psicogeografico, mostrando tutta la natura che ci ha accompagnato lungo il nostro percorso e la storia che ci racconta il verde di ogni immagine.

Il secondo filone del nostro lavoro si è concentrato su dei momenti specifici, vale a dire l’incontro con dei singoli esponenti di questo grande regno verde della natura. Ci siamo soffermati durante il percorso su 15 diverse piante che abbiamo ritenuto particolari e abbiamo preso in prestito da ciascuna di esse una foglia per poter riportare a casa una testimonianza di ogni singolo incontro. Ci siamo immaginati di dialogare con ciascuna di queste piante facendoci raccontare la loro storia più scientifica, anche con dei risvolti meno noti per noi meno esperti di botanica e più curiosi; successivamente ci siamo fatti raccontare quella che è la loro esperienza con il luogo in cui si trovano, con particolare attenzione sulla storia e le vicende accadute nel loro luogo di dimora e uno sguardo contemporaneo sulla vita che ogni giorno vedono trascorrere attorno a loro.

Il nostro percorso, dunque, non è stato raccontato da noi, bensì abbiamo fatto in modo di farci raccontare dalle piante in prima persona i vari punti del nostro cammino, in modo da avere alla fine una grande narrazione unitaria di tutto l’itinerario attraverso i racconti di ciascuna delle 15 piante, collegate dal paesaggio verde di sfondo alle nostre foto. Il verde con le sue trasformazioni naturali e manipolate dall’uomo è un libro aperto che ci racconta la storia di un determinato luogo e le sue vicende, siamo così riusciti a riportare, tramite questi racconti, il percorso che abbiamo compiuto attraverso i cambiamenti di vegetazione che abbiamo incontrato. Le piante hanno tanto da raccontarci, sono testimoni di vita e di storia vissuta, se si ascoltano bene ci possono dire tante cose; purtroppo oggi non abbiamo più questa pazienza e curiosità ma grazie a questa esperienza abbiamo avuto modo di ascoltare la natura e di farci guidare nel nostro cammino, che qui abbiamo riportato.

Confini
/Pronzati Natalia, Rizzi Marco/

L’esperienza della camminata ci ha portato a riflettere sul significato di confine, o meglio di limite. In particolare, ci siamo soffermati sui confini amministrativi e sui confini orografici e artificiali, dettati dal territorio o dalle infrastrutture al suo interno.

Durante la camminata, iniziata allo Skatepark di Lugano, abbiamo attraversato i seguenti confini amministrativi: Porza, Comano, Cureglia, Cadempino, Vezia e Massagno, per poi ritornare alla stazione di Lugano.

Quel che è emerso, grazie all’atto del camminare e vivere l’esperienza come pedoni, è che - sebbene i confini amministrativi siano marcati, segnalati da cartelli, elementi artificiali aggiunti al territorio - vi sono altri confini, ben più forti che limitano l’interland luganese. Spesso tra un comune e l’altro è la sola segnaletica che “avvisa” del confine e del cambio amministrativo, ma nel territorio non si percepisce. Contrariamente funzionano i confini orografici e infrastrutturali che abbiamo evidenziato: queste sono le vere barriere che strutturano il territorio e lo delimitano nelle sue parti. Il pendio che abbiamo attraversato e superato, la strada, la ferrovia e l’autostrada, questi sono i veri limiti nel territorio.

Un altro elemento che abbiamo notato è che spesso gli stessi comuni come il caso di Cadempino sono essi stessi tagliati dalle infrastrutture. Tali infrastrutture spesso determinano lo stesso sviluppo urbano e anche la vita sociale legata al comune.

Il solo atto del camminare ci ha permesso di cogliere questi nuovi limiti e la loro forza nel territorio. Questi, come nel caso delle infrastrutture, nascono per facilitare i mezzi di trasporto motorizzati ma si possono cogliere solamente da pedoni come barriere e confini nel territorio. Tali confini-barriere, infatti, coinvolgono i sensi dei pedoni e ne condizionano drasticamente il percorso.

Con il nostro progetto di restituzione della camminata intendiamo quindi porre l’attenzione sul tema ed estremizzare i nostri interrogativi: qual è il vero confine? Quello amministrativo o quello orografico- infrastrutturale? Uno prevale sull’altro? O sono di ugual valenza?

L’esperienza dell’attraversamento dei confini e l’elaborazione del progetto con il montaggio del video ci ha condotto a una personale riflessione: le due tipologie di confini, amministrativi e orografici-infrastrutturali, sono connotati dal fatto che in entrambi non abbiamo percepito alcun tipo di distinzione nell’impianto urbanistico, nelle tipologie architettoniche e negli usi e costumi delle persone locali. La differenza che vige tra le due - per noi e in qualità di pedoni - è che i confini amministrativi sono puramente simbolici, incarnati dai cartelli, mentre in quelli orografici-infrastrutturali si ha una maggiore percezione di attraversamento di un qualche limite-confine, in quanto rappresentano una reale barriera fisica che innesca sensazioni nel suo attraversamento.

Il piede e la ruota
/Mariani Martina, Verri Giulia /

Durante il corso di “Psicogeografia e narrazione del territorio” condotto dal Professor Gianni Biondillo abbiamo affrontato una camminata il giorno 7 Maggio, iniziata alle 9.00 del mattino e conclusa alle 16.50 di pomeriggio. L’obbiettivo è quello di permette, a chi non ha partecipato a questa esperienza, la camminata, di cogliere le sensazioni che essa ci ha trasmesso. Dal punto di partenza fino al punto di arrivo, la passeggiata è stata interrotta da sette momenti, in sette luoghi completamente differenti, che per noi sono diventati i punti di partenza per la nostra proposta.
Questi momenti per noi sono stati importanti perché hanno arricchito il percorso con storie, racconti e visite guidate che ci hanno permesso di capire meglio il contesto che ci siamo ritrovati a percorrere.
Non conoscendo il punto di arrivo, il luogo in cui avremmo concluso la nostra giornata, non avevamo idea delle molteplicità di luoghi che avremmo visto e soprattutto quanto ci avremmo impiegato.
Per questo motivo, una volta conclusa la giornata, ci siamo poste la domanda, ma se avessimo fatto tutto questo percorso in macchina, raggiungendo le nostre “tappe più importanti” quanto ci avremmo impiegato? E soprattutto, il percorso sarebbe stato simile o completamente diverso?
Gli orari di arrivo di ogni singola tappa e le tempistiche durante le quali abbiamo affrontato questo percorso sono state per noi la base per poter sviluppare il nostro pensiero.
Il racconto parte proprio da questi momenti e da una duplice domanda: cosa vuol dire vivere il paesaggio attraverso il “piede” (quindi la passeggiata) e cosa vuol dire viverlo attraverso la “ruota” (quindi lo spostamento in macchina)?
Tale duplicità l’abbiamo voluta trasmettere attraverso un video che metta in relazione la visione del paesaggio della camminata con quella del cruscotto della macchina. Come detto in precedenza la scelta della macchina sarebbe stata quella più ovvia; infatti, per ritornare in questi luoghi ci siamo affidate al navigatore e alla strada più breve che ci faceva percorrere.
Quante volte la macchina ci accompagna lungo i nostri viaggi? Quante volte non ci siamo soffermati a guardare quello che ci circondava?
In questo momento della nostra vita ci siamo rese conto che la macchina è la scelta scontata, è quel mezzo di trasporto che in teoria tutti abbiamo e che prediligiamo per uno spostamento anche breve, per velocizzare gli spostamenti senza perdere troppo tempo.
Al contrario camminare in un contesto urbano è diventato uno sforzo fisico troppo elevato, che uno fa esclusivamente per raggiungere un luogo molto vicino, come potrebbe essere il bar sotto casa o il tabaccaio. Inoltre, abbiamo notato che camminando si ha un contatto diretto con le persone, sei circondato da qualcuno, incontri visi nuovi.
A piedi ti puoi fermare e decidere come spezzare la camminata, deviando dal percorso iniziale e creandone di nuovi, in macchina l’obiettivo principale è la meta e il percorso è dato.
Sulla strada non è la persona il protagonista ma è la macchina. Le macchine vengono accompagnate dalle macchine, le sensazioni che provi non sono le stesse, non sei più guidato dal tuo corpo ma sei soggetto alla macchina e alle persone che la guidano. Sei vincolato nelle tue scelte e nei tuoi percorsi.
Per questo motivo durante il percorso in macchina ci siamo solo soffermate nei punti della camminata che sono stati più importanti della giornata, i quali ci avrebbero portato al punto di arrivo, luogo che rappresentava la fine della giornata, la stazione ferroviaria della città di Lugano.
Avremmo potuto arrivarci molto più velocemente se avessimo seguito la strada del navigatore senza relazionarci al percorso fatto durante la passeggiata.
Inoltre, ciò che abbiamo potuto riscontare durante il nostro viaggio in automobile è come osservare la città e i paesaggi sia completamente differente non solo per chi guida l’automobile, ma anche per chi è sul sedile a fianco del conducente.
Guidare in sicurezza vuol dire essere sempre concentrarti su ciò che accade nelle vicinanze della strada, osservare i pedoni, le automobili, i semafori. Il guidatore non può distogliere lo sguardo, o meglio, accade nel momento di stop, davanti ad un semaforo rosso o a causa di lunghe code.
L’auto è il luogo dove vengono fatte delle azioni che non si è riusciti a fare a casa, a causa della fretta che tutti i giorni ci circonda. Nei momenti fermi, si guarda il telefono per essere sempre connessi con il mondo, ci si pettina e non manca il ritocco del trucco prima di entrare in ufficio. Mentre il passeggero non deve stare attento a tutto, può osservare con occhi diversi ciò che accade dal finestrino della propria auto, ciò che osserverà però saranno piccoli scorci, non avrà la possibile di comprendere al meglio come è la città.
Quindi ancora una volta il paesaggio è differente non solo per chi lo osserva camminando ma anche per chi lo osserva dalla macchina facendo due cose diverse.
Per rimarcare il concetto, durante la passeggiata siamo passati anche per vie meno trafficate che si immergevano nella natura. Questo è accaduto più volte, per esempio per raggiungere la prima tappa, la chiesa di Ponza e il suo cimitero, abbiamo camminato per tutta la durata del tempo esclusivamente circondati da piccoli sentieri completamente alberati. Il cambiamento di paesaggio è avvenuto in pochi minuti, la sensazione che ha contraddistinto ognuno di noi era quella di non essere nella città di Lugano, ma in un luogo altrove.
Queste sensazioni non sono avvenute durante il percorso in macchina perché ciò che ci circondava era esclusivamente la strada, essa è stata la costante che ci ha accompagnato durante tutto il percorso.
Ma cosa ci ricorderemo davvero di questa esperienza? Il percorso in macchina che ci ha fatto perdere meno tempo o la passeggiata che ci ha fatto faticare?
Ovviamente sono due domande molto soggettive, alle quali ognuno può rispondere in maniera differente. Noi due, siamo sicure che l’allegria, le risate, le lamentele per l’elevata pendenza, il brutto tempo e la pioggia che ci ha accompagnati durante gli ultimi minuti di sprint finale verso la stazione, le ricorderemo molto bene, in positivo.
Ed è proprio per questo che in un momento della vita di ognuno di noi, dove il caos e la frenesia prendono il sopravvento, dove per essere connessi con le persone l’unico modo è avere sempre a portata di mano il nostro cellulare, dovremmo fermarci e davvero riflettere sull’importanza di prendersi del tempo, anche se faticando, concedendoci del momento di riposo per la nostra mente ma soprattutto per conoscere molti posti anche vicini a noi che non conosciamo per la troppa pigrizia.

Ingombranti Viandanti
/Brendlé Titien, Giménez Aian, Gualde Torrella Antonio/

L'inizio di questo lavoro è stata la riflessione sul significato di psicogeografia, in particolare sull'idea di deriva. Una deriva propone una riflessione sui modi di vedere e sperimentare la vita urbana all'interno della più ampia proposta della psicogeografia. Ci è piaciuto esplorare l'idea di "détournement", un termine difficile che potremmo definire come "una sorta di collage che impiega elementi già esistenti per nuove creazioni", cioè prendere un oggetto creato dal capitalismo e dal sistema politico egemonico e distorcere il significato e l'uso originale per produrre un effetto critico. La stessa Internazionale Situazionista descrive la procedura: "Si usa come abbreviazione della formula: deviazione di elementi estetici prefabbricati. Integrazione delle arti presenti o passate in una costruzione superiore del mezzo".

Guardando intorno a noi e agli oggetti quotidiani con cui conviviamo in accademia, scopriamo questo semplice carrello, che usiamo comunemente per smaltire i rifiuti prodotti durante la creazione di modelli. Siamo stati attratti dal volume pulito e rettangolare dell'oggetto, dallo sforzo necessario per spostarlo e dalla sua funzione, quella di spostare gli avanzi da un luogo all'altro. La definizione di "détournement" parla di "elementi estetici prefabbricati", il che è strettamente legato all'impossibilità di creare qualcosa di nuovo e alla necessità di utilizzare gli elementi estetici disponibili nella cultura in un modo che sia allo stesso tempo nuovo e critico nei confronti del medium da cui emergono. Il carrello può non essere un elemento estetico in sé, ma abbiamo trovato interessante il legame che aveva con il nostro lavoro all'università, essendo un deposito di modelli, schizzi e idee scartate.

L'idea di riutilizzare un oggetto usato per la spazzatura, i rifiuti e di risignificare ci è sembrata pertinente, tenendo conto della teoria spiegata sopra. Abbiamo quindi deciso di utilizzare questo oggetto come filo conduttore del nostro intervento, sottraendolo all'università per incorporarlo nella nostra deriva. La metodologia che abbiamo seguito è stata molto semplice: abbiamo effettuato il tour con questo oggetto mentre registravamo l'insieme delle situazioni, per poi realizzare un video come sintesi dell'esperienza.

I nostri obiettivi con questa azione erano molteplici: da un lato, ottenere una comprensione diversificata del territorio. Esplorare i limiti della mobilità e del paesaggio. Dall'altro lato, stabilire un quadro critico esponendo l'oggetto svuotato del suo contenuto, avviando una conversazione diversa sull'atto di spostare, riutilizzare e sprecare.

Il risultato è stato una distorsione della percezione del percorso originale, una nuova serie di situazioni. Il semplice atto di spingere il carrello lungo il percorso ci ha reso più consapevoli delle differenze del terreno lungo il percorso. La diversità dei marciapiedi, l'erba, la ghiaia, le irregolarità del terreno avevano un effetto sul modo in cui il carrello si muove. Anche il suono era un fattore importante: in alcuni punti il carrello si muoveva in modo fluido e silenzioso, mentre in altri richiedeva uno sforzo enorme e produceva un suono intenso. In questo senso siamo arrivati a capire quali fossero le sue caratteristiche principali, la sua condizione di periferia, la varietà di situazioni dall'urbano all'agrario.

Il valore del détournement è la critica della società dei consumi e della sua visibilizzazione. Il détournement, se applicato all'intervento nella vita quotidiana e non solo nella sfera della cultura, mostra tutto il suo potenziale per affrontare "radicalmente ed efficacemente la reificazione e attraverso di essa dà sempre un nuovo significato ai contenuti della cultura e rivitalizza l'esperienza".

Spazi vuoti o spazi di attesa?
/Francesco Cacciola/

L’esperienza psicogeografica di questo semestre, mi ha rivelato che ciò che possiamo descrivere del territorio che abbiamo osservato e tracciato con i nostri passi, non può essere solo frutto di una immediata impressione, quanto piuttosto di una riflessiva rielaborazione personale. Per questo ho deciso di proporre una narrazione del territorio partendo dalla seguente domanda: è possibile fare esperienza di un paesaggio attraverso i suoi spazi pubblici, anche se in quell’istante appaiono vuoti, privi di persone?
L’ispirazione prende spunto dalle riflessioni scaturite dalla lettura del romanzo fantasy del genere post-apocalittico “La nube purpurea” di Mattew Phipps Shiel, dal quale emergono temi come la solitudine, la desolazione e il linguaggio che tende a depistare. Nel romanzo il protagonista si ritrova in un mondo dove l’umanità è scomparsa e rimane solo con sé stesso. L’uomo, essendo un animale sociale, ha bisogno del contatto con il prossimo, in assenza, nascono squilibri, come se non fosse più in grado di vedere la propria immagine riflessa in uno specchio.

“[...] perché, che può fare un unico insignificante uomo, avvolto nella sua veste di carne, davanti a moltitudini ed eserciti di disincarnati, solo tra tutti loro, e in nessun luogo un altro, un suo pari, a cui chiedere aiuto contro di loro?”
Matthew Phipps Shiel, La nube purpurea, Milano, Adelphi, 2020, p.104

Il romanzo diventa una sorta di metafora di un tentativo di riconquista di un equilibrio e di una propria stabilità, in un mondo dove non è più possibile neanche incontrare qualcuno per strada. Spazi destinati all’incontro e all’accoglienza delle persone, come piazze, parcheggi, aree sportive, giardini, belvedere, fermate dell’autobus, parchi divertimenti, sale di attesa, studi radio-televisivi generalmente pullulanti di persone, nell’istante in cui vengono privati della presenza dell’uomo, diventano degli incredibili scenari apocalittici e suscitano una sensazione di oppressione disarmante e desolata. Piazze marcate da grandi architetture moderne o contemporanee, private dei loro fruitori, diventano oniriche, a tratti ricordano l’immagine della città ideale di Urbino.
Una città ideale è quindi una città non abitata dall’uomo?!
Durante la passeggiata mi trovavo in gruppo con i miei colleghi ma ho immaginato la narrazione di un itinerario basata sulla mia sola ipotetica presenza di fotografo di spazi pubblici vuoti.
In questa visione di futuro post apocalittico, opprimente, suggerito dalle foto, la presenza dell’uomo emerge tuttavia, nella sua forma più aulica, tramite ciò che ha creato e ha lasciato; gli spazi pubblici vuoti, assumono la forma di “rovine”, che raccontano la loro storia e il trascorrere del tempo. Analogamente all’esperienza pandemica del lockdown del 2020, quando le strade si svuotavano, le architetture rimanevano lì, di pregio o meno, come simbolo della mano dell’uomo.
Questi spazi immortalati che durante la narrazione ci appaiono come frammenti, sono connessi tramite un unico itinerario, che aiuterà l’uomo solo, “smarrito”, come il protagonista del romanzo di Shiel, a raggiungere spazi pubblici vuoti, in attesa di poter incontrare i suoi simili che certamente ritorneranno più numerosi di prima.

“L’uomo prende conoscenza del vuoto che lo circonda e gli conferisce una forma fisica e un’espressione. L’effetto di tale trasfigurazione, che innalza lo spazio nel segno delle emozioni, è la concezione di spazio. È la descrizione dell’interiore relazione dell’uomo con quello che lo circonda: testimonianza fisica dell’uomo delle realtà che gli si presentano, che giacciono intorno a lui e si trasformano. L’uomo allora realizza, per così dire, il suo stimolo ad accordarsi con il mondo, dare un’espressione grafica della sua posizione.”
Sigfried Giedion, L’eterno presente: le origini dell’arte, Milano, Feltrinelli, 1965, p. 86

Guardare senza osservare
/Gauchat Olivier/

Il seguente testo riporta le diverse fasi che hanno portato al risultato finale della ricerca. Il lavoro è iniziato come un’analisi delle differenti pavimentazioni incontrate durante la passeggiata svolta nell’arco del semestre. L’obiettivo iniziale era quello di creare una sequenza di foto che permette di ripercorrere i cambiamenti del suolo. Successivamente si è trasformato in un esperimento: utilizzare le fotografie dei cambiamenti di pavimentazione come marcatori territoriali e verificare se una persona è in grado di ricostruire il percorso originale.

Le fotografie sono sempre state scattate con lo stesso orientamento. Si osserva come nelle Figure 1-2 la direzione dell’immagini segue l’orizzontalità e il cambio di materialità avviene al centro. Viene sottolineato che il percorso dovrà essere intrapreso restando perpendicolari alla pavimentazione.

Ci sono stati tratti in cui non sono stati osservati cambiamenti di pavimentazione. Per facilitare la comprensione della direzione che prende il percorso, sono state scattate ulteriori fotografie con orientamento orizzontale, ma in questo caso per proseguire è necessario restare paralleli al senso della strada (vd. Figure 3-4)

Spiegare lo scopo dell’esperimento alla persona che si è offerta di affrontare quest’esperienza non è stato immediato, ma ha richiesto qualche momento per comprenderlo appieno.

Cominciata la passeggiata i problemi più grandi riscontrati dalla Cavia, così la chiameremo, sono stati durante i lunghi tratti senza un repentino cambio di materialità. Un esempio da poter analizzare è il tratto che porta dalla chiesa di Porza fino agli studi della RSI a Comano. La Cavia ha sviluppato parecchi dubbi riguardo alla strada corretta da intraprendere. Ha effettuato qualche deviazione alla ricerca del punto fotografato successivo, dovendo in qualche caso chiedere conferma.

Il secondo problema più eclatante è derivato dalla situazione opposta: in presenza di parecchi cambiamenti del suolo in un breve tratto del percorso. Un esempio, di quando ha imboccato la strada sbagliata ma poi si è corretta da sola, è stato a Cadempino in Vicolo Vecchio, subito dopo il Municipio di Cadempino. La pavimentazione che caratterizza tutte le stradine è quella dei sanpietrini. La Cavia, dopo aver guardato la foto del cambiamento di pavimentazione che passa da asfalto a sanpietrini, ha proseguito per una via sbagliata. Nella zona sono infatti possibili tre percorsi differenti con la medesima pavimentazione. Si è accorta una volta arrivata al cambiamento di materialità che la fotografia e quello che stava osservando non combaciavano. Ha provato quindi le altre strade e al secondo tentativo, ha trovato il finale di pavimentazione che corrispondeva con l’immagine.

La Cavia, nonostante episodi di smarrimento e grazie all’intuitività, è riuscita a ricostruire il tracciato.

Durante la passeggiata ho notato che la Cavia ha passato tutto il tempo con il telefono in mano, alternando lo sguardo tra schermo e pavimentazione. All’uscita del sentiero subito dopo la partenza, dove sulla destra della strada c’è un cantiere che nasconde in parte la vista su Lugano, non si è soffermata ad ammirare il panorama, ma ha continuato con la ricerca. Per questo motivo, raggiunta la chiesa di Porza, dove i cambiamenti di pavimentazione erano parecchi e molto ravvicinati tra loro, la Cavia si è concentrata sul trovare il riferimento corretto dell’immagine nella realtà, piuttosto che sul panorama. In quel momento ho deciso, dopo che lei è passata senza guardare il panorama, di tenere sott’occhio questo aspetto e se avesse dato i risultati sperati, avrei modificato il lavoro. Cosa che è successa.

Saliti in macchina per tornare a casa una frase ha confermato ciò che ho notato. Mentre parlavamo dei vari aspetti della passeggiata, le ho detto che il panorama che si poteva vedere dalla Chiesa di Porza mi aveva colpito; lei con sguardo confuso mi ha risposto di non averlo notato, ma che in compenso aveva apprezzato la prateria tra Porza e Comano. Questo confronto ha confermato la volontà di portare l’obiettivo del lavoro ad un passo successivo.

Il nuovo scopo è diventato il paragone tra l’esperienza fatta e quello che sta succedendo alle nuove generazioni, ovvero quelle cresciute con i cellulari e la tecnologia. L’esperimento ha riportato ad un’analogia con le generazioni di oggi che spesso e volentieri sono rapite dagli schermi dei telefoni e si perdono ciò che le circonda.

Fallen leaves
QUANTO SI PUÒ COMPRENDERE DI UN TERRITORIO OSSERVANDO DELLE FOGLIE CADUTE A TERRA?
/Leu Kevin, Ramasco Simone/
Scarica PDF
Dimensione file: 66.5MB

Guardando una foglia staccatasi da un ’albero e caduta a terra è possibile ricevere abbastanza informazioni da permetterci di comprendere un territorio? Questa è la domanda che sta alla base del nostro lavoro.
Gli indizi che ci fornisce una foglia sono molteplici: cominciando con definire la specie vegetale possiamo dedurre sia l’habitat di questa pianta, sia il suo luogo di origine e ancora il suo utilizzo.
Per esempio, noi sappiamo che una pianta di ortensia è molto utilizzata nelle sistemazioni esterne di giardini, ma questa pianta è sempre esistita in Svizzera? Oppure come ha fatto ad arrivare fino alle nostre latitudini e perché.
D’altro canto, anche osservare la tipologia di pavimentazione ci dà molteplici informazioni. Spesso le tipologie di pavimentazione variano a seconda del loro utilizzo. Quindi anche il terreno ci fornisce molti spunti sulla natura del luogo.
Partendo da queste informazioni e riflessioni e la nostra ricerca ha dato risultati completamente diversi tra loro giungendo alla conclusione che il nostro territorio presenta alberature importate da tutto il mondo le quali si sono adattate al nostro clima e alla nostra cultura.

Il confine
Sottotitolo
/Buccellati Noriyuki, Cacciapuoti Maria, Shehu Gresa/

Il CONFINE è la linea che delimita un territorio 2. Spesso il confine è segnalato concretamente da una pietra, una sbarra, uno steccato detti a loro volta confine 3. Talvolta non è una semplice linea: quando si tratta di delimitare delle regioni geografiche in cui il passaggio dalle caratteristiche fisiche, climatiche o linguistiche dell’una in quelle dell’altra è sfumato, il confine non è una linea, ma una fascia di territorio
Definizione di “Confine” da Treccani.it

Nell’epoca contemporanea capita spesso di chiedersi perché alcuni individui decidano di camminare per spostarsi da un luogo all’altro, le tecnologie contemporanee ci permettono di percorrere la stessa distanza in tempi più che dimezzati.
Spesso ci capita di decidere di percorrere un percorso, piuttosto che un altro, in base al suo livello d’impegno fisico.
Spesso ci capita di non comprendere il percorso che compiamo quando ci muoviamo a delle velocità per noi normali però aliene a quelle antiche, durante lo sviluppo degli insediamenti urbani. Spesso ci capita di sottovalutare quanto una camminata possa cambiare la nostra giornata, far nascere idee, pensieri e sensazioni che il normale ozio quotidiano sfuggirebbero dalle nostre menti.

La pratica del camminare, come mezzo di spostamento tra l’urbano, a parte per pochi coraggiosi nostalgici, è diventata rara. La pratica del camminare però è fondamentale per la comprensione del territorio: solo attraverso l’atto del camminare il corpo si sposta nello spazio alla sua velocità naturale!

Questo è il momento in cui nella mente dell’individuo contemporaneo sorgono risposte a domande che per i nostri antenati erano banali. La pratica del camminare ci mette in contatto con un retaggio antico, ci dispone a comprendere perché le chiese sono posizionate dove sono, perché determinate strade compiono determinati percorsi, perché le città si trovano in una posizione e non in un’altra, perché i confini ci sono e non ci sono.

Il percorso a piedi compiuto nelle zone del luganese, solo attraverso il semplice atto di camminare, fornisce risposte che se fossero cercate nei libri, il tempo non scorrerebbe più. I confini, in questo caso non sono presenti, o meglio ci sono ma sono astratti, il territorio ticinese consiste in un'unica città incredibilmente estesa, incredibilmente urbanizzata, e allo stesso tempo incredibilmente verde. L’atto del camminare evidenzia questo fattore, poco evidente se lo spostamento avviene con l’auto.

Il video, tramite la tecnica della sovrapposizione, evidenzia in maniera ironicamente marcata i passaggi dei confini. Ogni cambio di colore suggerisce il cambio di un comune, ma le immagini comunicano altro, la continuità non rispetto al paesaggio ma riguardo l’urbano. I confini però in questo caso sono altri, la pratica del camminare ci mette in contatto anche con il territorio, con la dimensione infinitesimale di esso, con le sue superfici calpestabili. È divertente ed interessante vedere come un gruppo di persone cambia nel suo modo di spostarsi a seconda delle superfici che incontra, la dimensione del paesaggio a diretto contatto con l’individuo ne porta la sua aggregazione con gli altri. Gli individui a piedi scalzi sono i primi ad apprezzare i poggia piedi delle lisce e fresche panche delle chiese, dettagli che l’individuo contemporaneo non nota così facilmente. I confini, tramite la pratica del camminare diventano comprensibili, assumono una dimensione umana piuttosto che rimanere astrazioni concettuali, la pratica del camminare fornisce all’individuo contemporaneo i mezzi necessari per comprendere le motivazioni per cui il territorio naturale ed urbano si presentano in questo modo, ma soprattutto, come si vede osservando attentamente durante tutto il video, di una crescente intesa tra i corpi del gruppo, che durante il tragitto, si sincronizzano nel ritmo della camminata, formando un’unica entità d’indagine territoriale.

Una passeggiata a Lugano
/Valentin Jezebel/

Il giorno 7 maggio 2021, ci siamo incontrati allo skatepark di Lugano.
L’appuntamento era per le 9:00 del mattino.
Un gruppo di 35 persone, impazienti attendevano colui che ci avrebbe guidato durante il giorno, senza conoscere la meta finale.

Il nostro viaggio nel luganese è iniziato in via Trevano, con il traffico assordante, i grandi cartelli pieni di informazioni e luoghi da raggiungere. Spostandoci dall’altro lato della via, abbiamo incontrato degli edifici di Rino e Carlo Tami, progettati e realizzati tra il 1945 e il 1948.
Proseguiamo in direzione nord-est, spazzatura e sporcizia sono presenti ad ogni angolo, ma piano piano, abbandonando i rumori caotici della città, abbiamo imboccato un sentiero, iniziando ad osservare la città da una prospettiva differente.

Continuando a salire le strade diventano sempre più piccole, i cartelli ora indicano viuzze e poche informazioni, gli edifici sempre più piccoli. Ogni piccolo appezzamento di terra libero, tra una casa e l’altra, ospita delle piccole viti, caratteristica tipica del Ticino. Abbiamo continuato la nostra scalata fino a raggiungere la chiesa di Porza, anch’essa contornata da viti, con il suo cimitero, che ospita grandi nomi come quello di Steve Lee, famoso cantante del gruppo Ticinese Gotthard.
Qui ci troviamo nel punto più alto della nostra camminata, circa 480 m s.l.m., e possiamo ammirare la città di Lugano da una nuova prospettiva, in particolare, guardando in direzine di Trevano, sorge il centro studi, dove un tempo, fino al 1961, giaceva il Castello di Trevano, del quale si conservano alcune tracce della costruzione in poche fotografie e video.

Proseguiamo il nostro cammino sulla via cantonale e raggiungiamo Comano, qui ci fermiamo alla RSI dove ci accoglie Daniela Gusmeroli, che ci accompagna in una densa visita guidata per gli studi televisivi della svizzera italiana. Ci racconta che qui si occupano di produrre circa 30 differenti programmi televisivi, per tutte le fasce d’età, per questo motivo gli studi (appena 5) vengono trasformati di volta in volta, per ospitare i diversi set televisivi.

Continuiamo in direzione est, attraversando Cureglia, per piccole vie pedonali o a traffico limitato, scendendo lentamente la collina.
Da quando abbiamo imboccato il sentiero ai piedi di Porza la natura è stata sempre più presente, mentre automobili, traffico, spazzatura e caos sempre meno.
Raggiungiamo Cadempino, alla chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, che si affaccia sulla via Cantonale, molto trafficata, eppure attraversato il muro che racchiude il cimitero sembra che i rumori del traffico quasi vengano eliminati, donando un senso di pace.
Proseguiamo di pochi metri e raggiungiamo il comune di Cadempino, di recente costruzione, dove ci fermiamo per un pranzo al sacco, sono circa le 13:00. Durante la nostra pausa ci raggiunge Silvia Botti, presidente della Fondazione Giovanni Michelucci, che ci racconta meglio come funziona un Patriziato. Abbiamo scoperto come il patriziato sia composto da cittadini originari del luogo, e come questi detengano il diritto sui beni comuni, quali boschi campi ruscelli, e formano il comune patriziale, mentre gli altri cittadini, insieme a loro, compongono il “normale” comune.

Verso le 14 riprendiamo il nostro percorso, in direzione est, verso Manno, ci troviamo in una zona filtro tra il caseggiato di Cadempino e Manno, un’area industriale e poco dopo raggiungiamo i campi coltivati nei pressi dell’autostrada. A questo punto risaliamo, in direzione est, un sentiero fino a raggiungere la Tenuta Bally e von Teufenstein, del comune di Vezia, dove purtroppo non abbiamo potuto assaggiare il buon vino che producono, ma abbiamo potuto ammirare l’edificio e le viti che lo circondano.

Continuando, in direzione sud, abbiamo raggiunto il comune di Massagno, nei pressi dell’uscita Lugano nord dell’autostrada, tra grandi incroci e caseggiati via via sempre più grandi, ci siamo ritrovati nell’ambiente cittadino, caotico, trafficato e con qualche rifiuto qua e la.
Raggiunto l’incrocio delle cinque vie, scendiamo per via Besso, in direzione est verso la stazione, facendo però tappa alla nostra destra agli studi radiofonici della RSI, dove incontriamo Loriana Sertoni, speaker radiofonica di rete 1, che ci guida nelle varie stanze del bellissimo edificio costruito nel 1957 dagli architetti Augusto Jäggli, Alberto Camenzind e Rino Tami, mostrandoci l’Auditorio RSI Stelio Molo e facendoci vivere l’ebrezza della diretta radio, collegandoci con Marco di Gioia, in diretta da Rete 1, dagli studi di Comano, per fare un saluto agli ascoltatori.

Usciti dalla RSI ci dirigiamo in direzione nord, per visitare dall’esterno la scuola elementare Nosedo, ristrutturata nel 2020, come anche il cinema LUX, anch’esso ristrutturato recentemente. Ci è bastato percorrere pochi metri e sembra già di aver ritrovato la tranquillità che abbiamo vissuto sulla collina tra Porza e Cureglia.
Da qui prosegiuamo per Via Giuseppe Motta in direzione est, fino a raggiungere la Via San Gottardo, direttamente collegata all’uscita Lugano nord dell’autostrada, è una via caotica, trafficata, con grandi cartelli che suggeriscono molteplici direzioni, che ci accompagna fino alla stazione dei treni di Lugano, la nostra meta finale, con qualche goccia di pioggia.

Ephemeral elements of landscape
/Brunner Michelle Yasmin, Tornay Alexandre/
Scarica PDF
Dimensione file: 95.4MB

From the city to the forest, an interesting space transition, how do we live in these different places. Each type of space has a different use for each of us, some very busy places some less, very clean places some less. After having visited this course several times, we have noticed that if the urban like nature did not change, elements forming an integral part of the landscape change from day to day, the traces of the passage of human beings, the waste. This is not a demonstration of morality but a fact, nowadays we must accept that waste is an integral part of our landscape, an ephemeral element changing day after day. Our work aims to make this ephemeral element of the landscape, minimal but impactful, an element that is part of the atmosphere of a place. Through this video we list the main waste encountered during our visit to the site in order to become aware of the different places more or less dense, more or less clean. In addition, we classify these elements in order to become aware of what type of elements we encounter on this path. Each element expressing a little more the actions of human beings in this specific place. Nowadays we have to accept that waste are part of our landscape and they are telling us more than what we think on human behaviours.

Framing views
/Francesca Binello Vigliani - Enrico Sironi/

L’esperienza psicogeografica che abbiamo deciso di raccontare si basa sulla riflessione riguardante il tema della cornice, intesa come struttura, confine, limite, principio d’ordine e di identificazione della realtà. Durante l’intero tragitto ci siamo infatti trovati ad indagare come il paesaggio venisse da noi percepito in modo sorprendentemente diverso, a seconda che fosse libero da confini visivi o che la vista fosse “incorniciata”. Camminando ed osservando il contesto, i nostri occhi erano continuamente attratti da visuali, prospettive e punti di vista differenti. Attraversando tunnel, portoni, viali alberati, stretti vicoli che si aprivano su scenari illimitati nel nostro campo visivo, l’intera esperienza sensoriale mutava, assumendo ogni volta sfumature inedite. Dai rumori ovattati, al riparo dalla pioggia in un sottopassaggio, immaginavamo quale scenario potesse aprirsi alla fine di esso, ritrovandoci catapultati in una realtà rumorosa e piovosa una volta sbucati fuori. Abbiamo quindi deciso di documentare, attraverso video e foto, le differenze visive e acustiche che si creano passando dall’osservare il quadro e la sua cornice al trovarsi dentro di essa.

Siamo abituati a guardare il mondo attraverso le cornici: quelle delle foto, degli schermi televisivi e dei computer. Si potrebbe sostenere che, poiché queste inquadrano luoghi remoti, costituiscono un'architettura astratta e sovrareale. Una cornice può essere una struttura e un confine; ma la sua utilità deriva anche dal fatto di essere un quadro di riferimento, in base al quale si sviluppa la comprensione di dove ci si trova. Le caselle di una scacchiera, i piani di un condominio o le strade di una città sono cornici che condizionano il modo in cui si muovono i pezzi, le persone o i veicoli e in base alle quali si può descrivere la loro posizione. Pensare all'architettura come a una cornice fa parte del concetto di identificazione del luogo. Le cornici, infatti, definiscono i confini. La cornice, come un telaio, è "utile" in quanto fornisce un supporto. Il telaio fisico di qualcosa è la sua struttura, senza la quale sarebbe informe. Il telaio "aiuta" anche a definire lo spazio: crea demarcazioni e relazioni ordinate tra il "dentro" e il “fuori". La cornice è un principio di organizzazione. Che si tratti di una cornice, di un recinto per le pecore o di una stanza, raramente (se non mai) è sufficiente da sola; ha una relazione con ciò che incornicia (effettivamente o potenzialmente) e con ciò che è "fuori", collocando qualcosa al suo posto, mediando tra esso e il resto del mondo. Le fotografie spesso ritraggono gli edifici non come cornici ma come oggetti. Questa è una conseguenza del processo fotografico, che consiste nel mettere una cornice bidimensionale intorno a qualcosa.

Questo processo ci priva dell'esperienza degli edifici come cornici, trasformandoli in oggetti a loro volta incorniciati. In senso astratto, una cornice può essere una teoria. L'architettura implica la considerazione di come le cose debbano essere inquadrate, sia dal punto di vista teorico che fisico. Una cornice, o una teca di un museo, o un antico tempio greco, contengono qualcosa di statico, qualcosa per cui il tempo è stato fermato. Attraverso l'architettura, tuttavia, si creano anche cornici per il movimento e per il cambiamento: un campo da calcio è una cornice su cui si combatte una battaglia artificiale; una strada inquadra il suo traffico; la pista di un luna park descrive il passaggio delle sue carrozze; una chiesa inquadra un percorso cerimoniale, dalla loggia all’altare. Le cornici (fisiche e teoriche) sono utilizzate per dare al mondo, o a una parte di esso, una sorta di ordine. Un requisito concettuale di una cornice è che deve avere qualcosa da incorniciare, indipendentemente dal fatto che questo qualcosa sia temporaneamente o permanentemente assente. Non è necessario che una cornice contenga sempre qualcosa, ma la sua relazione con il contenuto è essenziale. Le due cose sono in rapporto simbiotico; può darsi che una cornice sia secondaria rispetto al suo contenuto, ma anche il contenuto trae beneficio dalla sua cornice - per la protezione che offre, per la sistemazione che fornisce, per l'amplificazione che dà alla sua esistenza. Pensando in questo modo, ci si rende conto che gli esseri umani si circondano di cornici, con le quali organizzano architettonicamente il mondo. Le cornici architettoniche e i modi in cui possono essere utilizzate sono innumerevoli. Ci sono cornici semplici (un portico) e complesse (la rete di percorsi di una moderna aerostazione). Ci sono cornici piccole (il buco della serratura) e grandi (la piazza di una città). Ci sono cornici bidimensionali (un tavolo da biliardo o da pool), tridimensionali (una struttura a più piani), quadridimensionali (un labirinto) e multidimensionali (Internet). Le cornici non devono necessariamente essere costruite con materiali tangibili - un riflettore può incorniciare un attore su un palcoscenico - e possono applicarsi a sensi diversi da quello visivo: una donna può essere incorniciata da un'aura di profumo; l'aria calda di una presa d'aria può incorniciare un gruppo di persone che cerca di riscaldarsi in una giornata fredda. Le cornici spesso si sovrappongono l'una all'altra in architettura, o si inseriscono l'una nell'altra. Le cornici possono essere come le bambole russe, ognuna delle quali ha un interno in cui si inserisce una bambola un po' più piccola, fino ai limiti della praticabilità.

Racconto di un'esperienza tra boschi e città
/Marini Gianmarco Molinari Alice/

L’idea iniziale era di registrarci durante tutto il percorso, successivamente riscrivere il dialogo tra noi due, al fine di descrivere dettagliatamente tutto ciò che vedevamo: le nostre impressioni, le nostre idee e le nostre sensazioni, in modo da far immedesimare il lettore, e renderlo partecipe del nostro cammino.

Invece, riguardando il materiale ottenuto, ci siamo resi conto che trascrivere un dialogo ad oggi non avrebbe catturato l’attenzione come avremmo voluto, difatti per questo abbiamo pensato di utilizzare il podcast. Grazie ad un podcast, chi ti ascolta, può sentire le tue parole, ascoltare la tua voce, umanizzando il rapporto tra narratore e audience.

Diversamente dal contenuto scritto, il podcast si aiuta con suoni e tecnicismi vari che ci sono sembrati più affini per lo scopo del progetto, la trascrizione del discorso avrebbe fatto perdere di autenticità l’esperienza che vogliamo trasmettere ai nostri ascoltatori.

Un altro vantaggio del podcast è la fruizione di esso, il quale permette di avvicinare diverse generazioni a temi quali la natura e l’architettura, rendendoli appassionanti anche ai non addetti ai lavori.

Abbiamo pensato di parlare in 10 minuti, di tutto ciò che ci ha colpito maggiormente, da edifici, viste e luoghi a colpi di scena che ci sono rimasti impressi anche a un mese di distanza.

Per creare questo podcast ci siamo fatti una scaletta a livello cronologico dei temi che volevamo affrontare, e poi in modo molto naturale ci siamo registrati mentre raccontavamo in varie tappe il percorso fatto il 7 maggio, passando dalla fitta vegetazione iniziale, alle due sedi della RSI, tappa nella quale abbiamo potuto apprezzare tutto ciò che sta dietro ai programmi radiofonici che migliaia di utenti.
Ultima ma non per importanza la visita al Comune di Cadempino, raggiungibile a piedi dal centro città. L’housing ci ha particolarmente impressionato per le caratteristiche territoriali, poiché la particolare struttura a terrazzamenti permetteva di ammirare da diverse posizioni strategiche la valle nella quale si trova Cadempino.

Un altro vantaggio del podcast è la sua versatilità, questo ci ha permesso di spaziare tra diversi temi e situazioni, dalle più comiche ed irriverenti fino a serie considerazioni sul paesaggio. Come appena dopo l’azienda vinicola, abbiamo raggiunto un punto nel quale era possibile ammirare da un lato la presente la città di Lugano mentre, dall’altro, si aveva uno scorcio sulla campagna con dei cavalli al pascolo; un paesaggio quasi surreale, in cui convivono contemporaneamente metropoli e natura.

Abbiamo pensato a questa sorta di esercizio poiché volevamo che ci fosse un coinvolgimento, da parte dell’ascoltatore, per cercare di immedesimarsi o ritrovarsi all’interno di questa avventura.

Il bello dell'acqua
/Razavi Fezeh/
Scarica PDF
Dimensione file: 75.6MB
Premesse

La passeggiata del 7 maggio è partita da Porza e conclusa a Stazione FFS a Lugano, circa 13 Kilometri, attraversando i paesaggi e salendo sulle colline mi sono sentita stanca e nervosa, ho avuto sete, mi sono seduta un’attimo e ho chiuso gli occhi, ho sentito il rumore dell’acqua che mi ha fatto stare più tranquilla, ho seguito il rumore e ho trovato una fonte di acqua, ho bevuto, ho risciacquato le mani ed il viso, ho riempito la bottiglia e mi sono seduta sul bordo per qualche minuto e mi sono venute in mente le fontane. Sono rimasta affascinata da queste tipologie di sorgenti di acqua, il fatto che mi ha sorpresa è quanto possa essere facile poter respirare in vicinanza di questi fonti di vita, pensando in che modo la stanchezza e il nervosismo possa passare da un momento all’altro, in quale modo nei d’intorni del mare, dei fiumi, dei laghi si possa ricavare tale energia e nello stesso momento tranquillizzarsi, pertanto la mia narrazione nasce dall’interesse per questa oggetto.

Progetto

La fontana che ho scelto di narrare è una delle componenti dell’architettura, nelle città sono un simbolo di fiumi, sorgenti e ruscelli che scorrono nel cuore di pianure, foreste e deserti, Inoltre, creando un paesaggio bello e commovente con il piacevole suono del salire e scendere del fluido della vita, possono rimuovere in un istante tutti i cattivi comportamenti psicologici dal cuore e dall'anima dei cittadini e dei passanti, e invece porta gioia ed eccitazione. Sostituisci la pace con rabbia, dolore, preoccupazione e ansia dei cittadini e passanti. Pertanto, oggi in molte città sviluppate del mondo sono state costruite e commissionate varie fontane. In passato la gente in che modo pensava di creare una fonte di acqua artificiale. Erano interessati al enigma dell’acqua corrente. Nel passare dei secoli, gli architetti hanno cercato di inquadrare l’acqua corrente dalla fonte con una pietra decorativa, la vicenda è diventata famosa quando le persone hanno imparato a nascondere le tubature con la sabbia cotta o cemento (invenzione dei romani).
Nel futuro le fontane diventeranno da una fonte di acqua potabile ad elementi decorativi nell’insieme degli elementi architettonici magnifici.
L'acqua con le sue varie capacità come vita, freschezza, radiosità, purezza, prosperità e luce, calma e tranquillità e mobilità, ha lasciato sentimenti diversi nell'anima e nella psiche umana. Per questo ha sempre trovato un posto per sé in vari luoghi nei luoghi artificiali. Ciò è particolarmente vero per luoghi come parchi; Perché l'elemento acqua è utilizzato come uno dei più bei campi di osservazione e uno dei casi complementari dello spazio verde. Naturalmente in questi luoghi la presenza dell'acqua è necessaria ed importante per la pulizia del luogo e per irrigare alberi e fiori o per utilizzarla per i servizi igienici. Grazie alle montagne del Ticino, i fiumi si fanno strada nelle valli e si trasformano in laghi. Vi sono numerose fonti dove poter rinfrescarsi e bere acqua di ottima qualità, mi hanno affascinato le fontane che sono situati sul nostro percorso, non sono solo per soddisfare il proprio bisogno personale, ma hanno un ruolo prevalente anche nel mondo dell'architettura, talvolta sono considerate pure come sculture; e sono spesso considerate delle forme d'arte più libere e fantastiche.

Storia e origine

Fontana: da simbolo religioso a elemento scenico, sempre protagoniste attraverso i secoli

Da sempre simbolo di vita, purificazione e spiritualità, l'acqua ha avuto grande importanza in tutte le religioni, divenendo elemento insostituibile per la rappresentazione del binomio paradiso-giardino. Nei giardini islamici e moghul era una presenza imprescindibile dal punto di vista pratico, per fare fronte alle necessità irrigue, e simbolico, in quanto raffigurazione dei quattro fiumi della vita. Ne è un classico esempio la sequenza di patii, fontane e bacini dell'Alhambra a Granada e di tutti i giardini moreschi del Mediterraneo che conservano ancora le forme classiche persiane, di quei "giardini del paradiso" con canali irrigui e fontane zampillanti, spesso colorati da ceramiche policrome, dal disegno geometrico e dall'acqua poco profonda. In Occidente l'acqua è da sempre utilizzata in costante movimento e in accordo con strutture architettoniche o scultoree. Già Plinio il Giovane (61 - 112 d.C.) descrivendo la sua villa al Tuscolo parlava della fontana il cui suono allietava il triclinio, dove l'acqua giungeva da una cascatella in una vasca di marmo bianco decorata.

Nel Rinascimento le fontane diventano elementi architettonici di grande complessità, Fontana di Diana Efisia a Villa d'Este e strumento di espressione per i grandi scultori dell'epoca così che non solo rivestono il ruolo di protagoniste del giardino, ma sono anche veicolo di rappresentazione iconografica. Figure mitologiche allegoriche, animali e ogni sorta di sculture gettano acqua in bacini e cascate di infinite fogge e forme. Come a Villa d'Este a Tivoli, la più famosa, e grande eccezione perché le numerosissime fontane sono alimentate naturalmente dalle cascate del fiume Aniene: l'acqua, intercettata a una quota più alta del giardino, passa attraverso le tante architetture, dando vita a ogni sorta di gioco e di suono.
Perduto il carattere spirituale e allegorico, tipico del Medioevo e dell'Umanesimo, le composizioni idrauliche si arricchiscono sempre più fino a esibire complicatissimi meccanismi, ripresi dagli antichi scritti di Erone e aggiornati dai più abili ingegneri: nascono così i famosi automi alimentati ad acqua, con uccelli canterini, organi che suonano grazie al passaggio dell'acqua, figure umane e di animali in movimento.

Tipologie e materiali

Tre tipe di Fontane che abbiamo trovatore nel percorso:

Fontane regolare (Formal): una forma completamente geometrica a fontane e corsi d'acqua. Questi tipi di fontane mostrano la loro migliore visuale se collocati in un paesaggio regolarmente progettato. Le forme sono usate in modo simmetrico e classico. Le fontane regolari sono più attraenti quando hanno i bordi rialzati. Perché sedersi sul bordo rialzato della piscina è interessante e sicuro per i bambini. Nei piccoli giardini e parchi urbani, di solito progettano la fontana regolare.

Fontane scultorea: hanno una certa forma come scultura, i materiali utilizzati sono pietre, cemento liscio o grezza, granito bocciardato, marmo e la fibra di vetro. Queste tipe di fontane a volte hanno scopo pratico ed a volte scopo decorativo. Nelle prime, diffuse nei periodi nei quali la fontana era destinata principalmente a fornire acqua, per tutti gli usi pubblici e privati, questa è distribuita in modo che sia facilmente raggiungibile. Nelle altre invece, che costituiscono una grandiosa caratteristica delle dimore signorili e dell'edilizia pubblica dei periodi più ricchi ed evoluti, la distribuzione dell'acqua cerca soprattutto l'effetto decorativo senza preoccuparsi della sua utilizzazione pratica.

Fontane a sfioro: è il tipo più semplice e moderna di fontana che crea un solo movimento ed è lanciata da una pompa. Possono essere di medie o grandi dimensioni ed essere illuminate con fari a led bianchi o RGBW. Possono essere statiche, grazie agli inverter, offrire dei giochi d’acqua dinamici o sequenziali.

Percorso a mano a mano
Disegnare camminando
/Nociti Riccardo, Prayer Andrea/
Scarica PDF
Dimensione file: 8MB
Premessa

La cartografia e la rappresentazione grafica del percorso sono discipline che coinvolgono l’uomo ormai da diversi secoli. Esistono vari metodi per approcciarsi a questo tema: da quella puramente artistica a quella più tecnica che permette di tracciare il territorio per orientarsi e poterlo ripercorrere. Già nell’Antichità esistevano diverse forme di rappresentazione, e altrettante unità di misure e grandezze fisiche per misurare lo spazio, in modo da renderne possibile una riproduzione in scala; le distanze venivano misurate in passi, oppure contando i giorni di navigazione o ancora orientandosi a seconda della posizione del sole e delle stelle. Soltanto in tempi più recenti sono nate le prime tecnologie utili in questo senso. Nella prima metà del XX secolo si era diffusa la fotografia aerea per ridisegnare il territorio, e negli anni ’70 è stato scoperto il sistema di posizionamento GPS con la sua conseguente diffusione negli anni ’80.

Progetto

Per l’esercizio del 7 maggio ci siamo interrogati su quale fosse il modo migliore per poter rappresentare il percorso. Abbiamo pensato di rappresentarlo manualmente tramite lo strumento del disegno, attraverso due modalità differenti e, successivamente, di utilizzare alla fine un rilevatore GPS per ottenere un confronto digitale con quello che abbiamo tracciato a fine giornata.

Più in dettaglio la prima modalità di rappresentazione è quella più semplificata e quasi priva di parametri di riferimento. Infatti, è stato tracciato il percorso soltanto basandosi sulla vista e l’orientamento umano e segnando gli oggetti che più ci colpivano durante la nostra camminata. In questo modo abbiamo enfatizzato la parte di percezione umana degli spazi, probabilmente con una bassa precisione di disegno e dei riferimenti di percorso più casuali, pero capendo come l’esperienza della camminata è vissuta e percepita in maniera diversa da persona a persona. Proprio qui vi è la forza della narrazione del territorio, che può essere percorso mille volte ma ogni volta sarà raccontata o disegnata in maniere diversa da quella precedente.

La seconda modalità di rappresentazione, rispetto alla prima, risulta più controllata e tecnica. Appena iniziato il percorso non era ancora chiaro il metodo e la logica di rappresentazione. Cominciando a camminare e disegnate le prime linee del percorso ci si è resi conto della necessità di utilizzare un’unità di misura, una grandezza fisica, per poter rappresentare il percorso in scala o almeno cercando di mantenerne le proporzioni nella rappresentazione grafica. Faticando inizialmente nel trovare una misura specifica alla fine si è optato per utilizzare il conteggio dei passi come grandezza di riferimento. Quella del contare i passi è stata una decisione basata sulla praticità, in quanto risultava più facile sul momento tenere conto dei passi e soprattutto utilizzare un’unità spaziale e temporale che fosse dettata da un ritmo personale. Utile al ridisegno del percorso è stato l’individuare dei “simboli”, che potessero essere sia spazi, architetture, o qualsiasi altro elemento, utili all’orientamento. L’idea è che questi elementi chiave possano permettere, a chiunque con in mano il percorso e le informazioni disegnate, di ripercorre la nostra tratta.

La terza modalità invece è quella del rilevamento satellitare. Tramite un dispositivo GPS abbiamo tenuto traccia della nostra passeggiata in modo tale da avere un riscontro tecnologico, estremamente preciso, da poter mettere a confronto con le nostre rappresentazioni manuali per individuare analogie e differenze, ma anche i possibili vantaggi e gli svantaggi di ogni modalità.

Conclusioni

Paragonando i vari risultati abbiamo capito quanto possa essere soggettiva la rappresentazione umana, poiché fortemente relazionata alla percezione che ciascuno ha del paesaggio e della spazialità. È interessante analizzare l’esperienza che ogni persona vive tramite un racconto o un disegno, e soprattutto risulta molto interessante osservare le visioni o ciò che è rimasto di quell’esperienza nel lavoro prodotto dal singolo: il metodo di rappresentazione ma soprattutto quali siano stati i punti di interesse, come sono stati rappresentati e soprattutto il criterio di scelta di questi simboli.

A piede libero
/Contini Sofia Luce, Orsatti Jan, Scarpis Sofia/

All’inizio per scherzo, quasi per gioco, abbiamo deciso di incamminarci a piedi nudi. Etichettati sin da subito come i penitenti, non avevamo ancora realizzato il significato di quello che stavamo per fare. Provare a camminare come solo fino a poche migliaia di anni fa si usava si è rivelato motivo di stupore e divertimento per chi ci osservava, lo si leggeva chiaramente negli sguardi o nelle battute dei nostri compagni di camminata e dei passanti increduli.

La prima superficie con cui siamo entrati in contatto, l’asfalto umido delle prime ore del mattino, si è rivelata inizialmente più dolce delle sue ruvide apparenze. Dopo solo qualche decina di minuti, però, con una giornata di cammino davanti, abbiamo veramente compreso l’etichetta che ci era stata assegnata nel momento in cui abbiamo deciso di legarci le scarpe allo zaino. I nostri piedi, non abituati a essere a stretto contatto con le superfici di una città, cominciavano a soffrire. Da quel momento in poi tutta la nostra attenzione è stata riposta sull’accurata scelta del terreno migliore su cui camminare.

Gli asfalti d’un tratto non sembravano più tutti uguali: le differenti grane accompagnavano o ostacolavano il nostro cammino. La cacofonia della città e i suoi innumerevoli stimoli erano stati, di colpo, quietati da quella che era diventata la nostra unica preoccupazione: scegliere quale fosse la posizione migliore per il nostro prossimo passo. Dopo ciottolati, erba, sentieri sterrati e tantissimo asfalto siamo venuti a contatto con la prima pavimentazione interna, il marmo rosso e freddo di una chiesa. Il nostro sguardo, concentrato all’ingiù, sempre chino e vigile fino a quel momento ha potuto finalmente spaziare e rilassarsi.

I numerosi edifici che abbiamo visitato durante il percorso si sono rivelati collezioni di pavimentazioni così lisce, superfici così levigate da sembrare soffici; delle piacevolissime parentesi di sollievo per i nostri piedi. Delle parentesi che, però, sembravano delle condanne quando ci rimettevamo in cammino sull’asfalto che percepivamo sempre più ostile.

Camminare a piedi nudi influenzava anche la postura del corpo. La prima parte della camminata era in salita, tutto il nostro peso si trasferiva sui talloni, mentre quando si indossano le scarpe è più distribuito. Questo ci portava ad avere una postura più eretta, il baricentro era tornato in una posizione più naturale. La seconda parte, invece, era in discesa, la parte anteriore del piede aveva una funzione fondamentale per non farci perdere l’equilibrio e attutire i colpi. Le falangi delle dita si aggrappavano ai materiali per aumentare l’attrito e moderare la velocità.

Con la pioggia che stava cominciando a scendere, siamo arrivati alla stazione, tappa conclusiva del nostro itinerario e luogo dove, rimettendoci le scarpe, abbiamo ripreso a partecipare al gioco delle norme sociali. I primi passi che abbiamo fatto, con i piedi nuovamente protetti dalle scarpe, ci hanno colpito quasi più dei primi da scalzi. La suola delle scarpe cancellava completamente il terreno dal mondo dei nostri stimoli e delle nostre percezioni, la relazione instaurata con il suolo non era più diretta e sincera, ma mediata da uno strato di gomma mirato ad annullare ogni differenza.

La nostra percezione dello spazio non è avvenuta attraverso il senso comunemente utilizzato: la vista, ma il nostro corpo è stato in grado di fissare questa esperienza nella nostra memoria attraverso il tatto della pianta dei nostri piedi. Gli occhi, quando attraversano un percorso lineare, sono alla ricerca di riferimenti visivi con cui orientarsi nello spazio. I nostri riferimenti, invece, sono stati materici e sensoriali; tanto che ogni superficie è rimasta intatta nella nostra mente. Come ben descrive Juhani Pallasmaa in The eyes of the Skin:

“Il tocco è la modalità sensoriale che integra l’esperienza che abbiamo del mondo con quella che abbiamo di noi stessi. Perfino le percezioni visive sono fuse e integrate in un continuum tattile del sé; il mio corpo ricorda chi sono e dove sono nel mondo. (…) I problemi cominciano a sorgere quando l’occhio viene isolato, privato della sua naturale interazione con le altre modalità sensoriali, e quando gli altri sensi vengono soppressi, riducendo così e restringendo sempre di più l'esperienza del mondo alla sfera del vedere.”

Il senso della realtà è reso più forte quando tutti i sensi collaborano, rendendo ogni luogo irripetibile, proprio perché con le sue caratteristiche ha stimolato il corpo e ha generato delle associazioni che hanno stimolato la nostra memoria in modo specifico e unico.

Il meccanismo che si è creato in noi si può definire sinestetico: gli occhi ci mostravano quello che il nostro piede già sapeva. La pelle, l’organo più esteso del nostro corpo, lavora come l’inconscio della vista, infatti, le forme ci restituiscono la sensazione tattile che determina il piacere o il fastidio dell’esperienza. In questo senso, la vista, ma anche gli altri sensi, sono specializzazioni della pelle. Definiscono la transizione tra l’opaca interiorità del corpo e il mondo esterno.

Camminare con il cuore
/Edoardo Costa, Paola Ponzini/

La giornata del 7 maggio ci ha fornito l’occasione di vivere il paesaggio tramite l’atto del camminare, ponendo la lente d’ingrandimento sui lati nascosti che si celano dietro a questo apparente semplice gesto o esperienza.
Nel nostro preciso caso l’intento è stato quello di disegnare il territorio tramite come i battiti cardiaci. Da qui siamo riusciti a ridisegnare e individuare i luoghi tramite il comportamento del nostro cuore.
Tuttavia l’obiettivo non consiste in una mera rappresentazione dei battiti, ma come essi caratterizzano la percezione di un luogo.
La domanda che ci siamo posti è : come il nostro cuore influenza la percezione dello spazio?
La risposta che ci siamo dati è che insieme ai sensi, il cuore, è l’organo che maggiormente ci influenza: tramite il battito infatti la pressione diminuisce o aumenta, manifestandosi con l’aumento della fatica o senso di debolezza.
Durante il tragitto, tramite Apple Watch dotato di saturimetro, abbiamo registrato la frequenza dei battiti cardiaci e con la videocamera diversi video per riuscire a trovare poi una corrispondenza tra il punto da dove è stato registrato il video e il comportamento del cuore in quei secondi.
Questo lavoro a posteriori è stato tanto interessante quanto relativamente intuitivo : ci siamo infatti resi conto come in salita esso sia più veloce, mentre in piano e discesa più rallentato; allo stesso tempo con il passare del tempo e con l’aumentare dello sforzo fisico il cuore inizia a rimanere su ritmi più elevati , mantenendo i battiti più veloci. È proprio tramite l’elettrocardiogramma dell’intero percorso che abbiamo ripercorso tutto il tragitto e siamo riusciti a dare una nostra chiave di lettura , disegnando il paesaggio con il cuore e non con la penna.

MuDiMe
il Museo Diffuso del Mendrisiotto
Narrazione
La pavimentazione
da Pozzo
Narrazione
Cartoline dal confine
Avanzi - Filippini - Perazzi
Narrazione
Timescape
Marcolini - Roncaglione
Narrazione
Know your neighbour
Ghielmini
Narrazione
Arte e Territorio
Vanetti
Narrazione
Il Paesaggio della Seconda Attenzione
Failla
Narrazione
Paesaggio temporale
Martinelli
Narrazione
PALETTE
Mösle
Narrazione
Paesaggio acustico
Verrino
Narrazione
Il museo diffuso
Piccoli
Narrazione
a Sguardo Chino
Bertani Costi
Narrazione
Flows
Calcagno
Narrazione
Un racconto a due voci
Righini Echeverria
Narrazione
Quaranta micro accadimenti
La Licata
Narrazione
Un segno ricorrente
Houshmand
Narrazione
Memoria, appigli e discrepanze
Walzer
Narrazione
Learning from Mendrisiotto
Massa Massi Tirabosco
Narrazione
For Human eyes, For not Human Eyes
Malventi Galli
Narrazione
Il Suolo: composizione ed esperienza dello spazio
Baruffaldi Preis
Narrazione
Clues
Cavallaro
Narrazione
Invasioni
Sebastiani
La pavimentazione
l’inaspettata indole dei luoghi
/Cecilia da Pozzo/
Il mio racconto psicogeografico del percorso della rete MAM nel mendrisiotto è descritto attraverso l’esperienza delle pavimentazioni e delle superfici calpestate. L’atto di camminare con i nostri piedi su diversi materiali e terreni ci permette di vivere un’esperienza diretta dello spazio attraversato, percependo di conseguenza l’identità del contesto circostante. Proprio per questo aspetto il mio percorso personale verrà descritto attraverso l’alternanza delle superfici più significative del tragitto e le esperienze evocate da quest’ultime.

Il viaggio nel mendrisiotto inizia dalla stazione di Chiasso (45° 49’ 55’’ N 9° 01’ 56’ E) per proseguire verso la prima tappa del MAM, il m.a.x museo di Chiasso. Il tratto di strada percorsa per raggiungere il m.a.x è un percorso cittadino, dove la maggior parte del suolo calpestato richiama l’urbanità con la presenza dell’asfalto. Camminando sul suolo asfaltato si percepisce che si sta attraversando una zona di circolazione automobilistica, dove la strada con la sua forma rettilinea non contempla slarghi per sostare. Arrivati in Corso San Gottardo (45° 49’ 57’’ N 9° 01’ 59’ E) vi è un cambiamento di superficie di calpestio: lastre rettangolari in granito rosso rivestono l’intera area del corso. Il materiale nettamente più delicato rispetto all’asfalto, evidenzia che si sta percorrendo una zona pedonale a traffico limitato. Venendo a contatto con la nuova pavimentazione il passo rallenta spontaneamente, successivamente alzando lo sguardo si notano ai lati della strada numerosi bar e negozi per accompagnare una tranquilla passeggiata lungo il coso. Alla fine di Corso San Gottardo (45° 50 06’’ N 9° 01’ 41’ E) il suolo in granito si interrompe bruscamente e ricompare l’asfalto. Di nuovo il passo si velocizza in quanto ci si ritrova in una zona di circolazione veloce. Dopo pochi passi la strada si allarga in un piazzale e compare il m.a.x museo di Chiasso (45° 50 12’’ N 9° 01’ 36’ E). Per raggiungere l’entrata principale bisogna salire una ventina di centimetri sul basamento in cemento levigato sul quale poggia l’edificio del museo. Di nuovo si cammina sopra un altro suolo, che testimonia la presenza di un ambiente diverso rispetto alla strada: un luogo di esposizione. Oltre alla nuova materialità del calcestruzzo levigato, il cambiamento di superficie è accentuato anche dalla sua sopraelevazione. Compiendo il piccolo movimento per salire si ha la sensazione di entrare in un luogo dove si ricerca intimità rispetto alla frenesia del contesto urbano, condizione necessaria per un museo.

Lasciato il m.a.x museo di Chiasso, percorsi numerosi metri sull’asfalto, si arriva all’entrata del parco Gole della Breggia all’interno del quale vi è il vecchio mulino Ghitello. Entrando nel parco la camminata rallenta istantaneamente, dal momento che l’asfalto sfuma fino a scomparire in un morbido suolo di terra e ghiaia (45° 50 54’’ N 9° 00’ 42’ E). Si realizza che si sta passando in un parco, dove il percorso ha una forma varia per la disposizione irregolare della ghiaia e del verde circostante. La spontaneità del ghiaioso percorso naturale si annulla nel momento in cui si calpestano i primi ciottoli della pavimentazione del cortile del mulino Ghitiello (45° 50 57’’ N 9° 00’ 40’ E). Nuovamente attraverso la sensazione del suolo sotto i nostri piedi si percepisce un cambio di ambiente: da naturale a costruito. I ciottoli all’interno del cortile non sono disposti secondo una rigidità geometrica, così da invitare i visitatori a camminare liberamente, scegliendo se riposare sulle panchine poste ai lati o se entrare negli spazi interni del mulino.

Proseguendo la camminata, si ricomincia a calpestare un suolo asfaltato nel percorrere le strade urbane di Morbio inferiore. Nella costante monotonia dell’asfalto finalmente i piedi vengono a contato con un calpestio più naturale e terroso entrando nei percorsi all’interno de la”azienda agraria cantonale e centro professionale del verde di Mezzana”. Dalla rigida e dritta strada asfalta, si viene a contatto con un terreno dolce e vario nella forma, dove i nostri corpi camminando con un movimento più sinuoso percepiscono un nuovo percorso nel verde (45° 51 10’’ N 8° 59’ 58’ E). Esplorando questo ambiente naturale dopo qualche metro, nuovamente i nostri piedi incontrano un ambiente costruito dall’uomo. Salendo tre gradini ci si trova su un basamento in calcestruzzo levigato sul quale poggia “la casa dell’ape” (45° 51 11’’ N 8° 59’ 40’ E).

Usciti dall’area da la ”azienda agraria cantonale e centro professionale del verde di Mezzana”, si cammina sui percorsi asfaltati di Balerna fino a riconoscere uno stacco di suoli :i piedi dalla facile andatura sul rigido asfalto, cominciano ad essere rallentati da un suolo fangoso in cui sprofondano. La camminata diviene più impegnativa per la terra resa scivolosa dalla pioggia del giorno antecedente, così da evidenziare la percorrenza di un contesto fortemente verde come il parco Valle della Motta (45° 50 50’’ N 8° 59’ 03’ E). La prorompente naturalezza del parco viene ulteriormente evidenziata nell’ultimo tratto. Di fatto seguendo la morfologia del territorio il tragitto diviene molto pendente comportando un’andatura più lenta e faticosa (45° 51 05’’ N 8° 58’ 31’ E).

Terminato il tragitto all’interno del parco Valle della Motta, di nuovo si calpesta il suolo urbano asfaltato delle strade che collegano Genestrerio e Ligornetto. Nella monotona presenza del suolo asfaltato, inaspettatamente si calpesta una pavimentazione diversa in un piccolo slargo al lato della strada, dove vi è situata la chiesa di Sant’Antonio (45° 51 20’’ N 8° 57’ 37’ E). Per raggiungere il livello dell’entrata principale della chiesa è necessario salire tre scalini, arrivando così al basamento in lastre rettangolari di pietra su cui è posizionato l’edificio. Compiendo questo movimento di salita e camminando su una pavimentazione meno grezza rispetto all’asfalto, i nostri piedi sono i primi a percepire di essere arrivati in un luogo più particolare e di maggior importanza, fattore che viene enfatizzato all’interno dell’edificio con la pavimentazione in marmo rosso delle cave di Arzo.

A Ligornetto dopo aver camminato per diversi passi sull’asfalto, varcando un cancello si comincia a salire per una piccola collina seguendo un percorso in sampietrini delimitato ai lati da giardini e aiuole dalle perfette forme geometriche (45° 51 49’’ N 8° 57’ 02’ E). In cima alla collina dopo pochi metri si incontrano tre gradoni in granito che portano a un’entrata sopraelevata (45° 51 49’’ N 8° 57’ 00’ E). Percorrendo le due pavimentazioni (sampietrini e granito) con la pendenza e la sopraelevazione si intuisce un senso di riservatezza e riverenza di questo ambiente: il museo Vincenzo Vela, il secondo museo incontrato nel percorso della rete MAM.

Dopo un lungo tragitto asfaltato rettilineo da Ligornetto a Rancate, la strada si allarga lateralmente in uno spazio rettangolare. Entrando in questo slargo subito cambia la percezione del suolo. Di fatto i nostri piedi cominciano a calpestare una pavimentazione in ciottolato, che invita a un’andatura più calma e a vivere questo spazio quasi come un luogo di riposo (45° 51 16’’ N 8° 58’ 06’ E). La sosta può essere prolungata all’interno del terzo museo MAM, la pianacoteca di Zurst, la quale si affaccia sul piazzale.

Da Rancate la passeggiata prosegue verso Mendrisio, l’ultima tappa del percorso psicogeografico nel mendrisiotto. Uno dei primi ambienti che si incontrano a Mendrisio è la stazione ferroviaria (45° 52 08’’ N 8° 58’ 44’ E). Similmente alla stazione di Chiasso, il suolo calpestato è l’asfalto, come a riconfermare il carattere di circolazione veloce e urbano degli ambienti limitrofi alle stazioni. Camminando per pochi minuti la pavimentazione calpestata cambia in sampietrini: ormai per l’abitudine di un continuo mutamento di suolo per tipologie definite per luoghi, si intuisce che si sta percorrendo una delle strade storiche della cittadina: via Stella (45° 52 20’’ N 8° 59’ 15’ E). In fondo alla via girato l’angolo un’area in ciottolato invita alla sosta. Il ciottolato prosegue e si espande all’interno della corte di un piccolo chiostro (45° 52 21’’ N 8° 59’ 16’ E). Come già sperimentato i nostri piedi cominciano a rallentare il passo, esplorano il nuovo ambiente con movimenti vari guidati dall’irregolarità dei ciottoli. Alzando lo sguardo si notano due installazioni d’arte poste nel chiostro e si scopre di essere entrati nel museo d’arte di Mendrisio.

Infine si giunge all’ultimo museo della rete MAM, il Teatro dell’Architettura di Mendrisio. Da una delle vie principali di Mendrisio, Via Turconi, si imbocca una stretta strada in lastre di cemento, la quale dopo pochi metri si allarga in una piazzola dove sorge l’edificio del Teatro dell’Architettura (45° 52 02’’ N 8° 59’ 00’ E). Ancora una volta la pavimentazione rivela un cambiamento di ambiente, da strada a museo, e ci guida con la sua forma geometrica verso l’entrata del teatro, dove termina la passeggiata nel museo diffuso nel Mendrisiotto. Attraverso questa esperienza psicogeografica, ho realizzato l’importanza dei suoli calpestati. Da un passo sull’asfalto ad un altro nel fango e moli altri su numerose e svariate superfici si scopre quanto il terreno sia uno dei primi elementi identificativi di un ambiente. E ancora, in relazione a quanto una pavimentazione sia consumata solo in alcuni punti o liscia ed omogenea in altri si intuisce l’utilizzo, la destinazione e la storia di un determinato spazio. Così si scopre come i suoli siano inaspettatamente il carattere fondamentale dei luoghi.
Cartoline dal confine
/Martina Avanzi, Chiara Filippini, Giovanni Perazzi/
Scarica PDF
Dimensione file: 100.3MB

Cartoline dal confine

Il “museo diffuso” non sono solamente le istituzioni museali che collaborano all’insegna di una rete culturale nel territorio. La storia si respira in ogni casa e i segni, seppur piccoli, costellano la superficie sulla quale camminiamo in modo che il riverbero della storia viva nel tempo e in chi trova il tempo di imbattersi nei “monumenti”, forse nascosti, ma commoventi che si ergono, testimoni e custodi.
La cosa più curiosa è che il mondo sembra vivere di un unico respiro; la passeggiata che si intraprende in Ticino può condurti in un viaggio in Oriente o a Roma. Incuriositi da questo abbiamo identificato sei luoghi per noi significativi e reso questi dei “monumenti”. Volendone raccontare tutta l’evoluzione l’indagine si è volta inizialmente al passato attraverso la ricerca di immagini e documenti storici. Il lavoro si è poi concentrato sul contrasto tra passato e presente (attraverso le fotografie del nostro presente), locale e internazionale, maestri e allievi portando così alla realizzazione di un racconto visivo della storia del territorio, dei suo abitanti, delle sue sfide e dei fili, apparentemente invisibili, che lo legano a realtà lontane.

Max Huber: dalla realtà di confine all’avanguardia novecentesca

Cosa lega un grande grafico come Max Huber ad una realtà di confine come quella del territorio di Chiasso? Max Huber nacque a Baar in Svizzera nel 1919. Ha studiato alla Scuola di Arti e Mestieri di Zurigo, sotto Alfred Willimann, docente di grafica e fotografia che lo fa entrare in contatto con le avanguardie contemporanee. Nel 1940 si trasferisce a Milano per lavorare allo Studio Boggeri e frequenta l'Accademia di Brera. Portò un importante contributo all'imprinting della grafica italiana. Nel 1942 torna in Svizzera e diventa membro dell'Allianz, l'associazione svizzera degli artisti moderni. Nel 1945 torna a Milano con Albe Steiner e inizia a lavorare per Einaudi, la RAI e LaRinascente. Insegna all'ANPI Rinascita, all'Umanitaria e alla Scuola Politecnica di Design di Milano. È morto a Mendrisio, Svizzera, nel 1992.

45°52’02.53’’N 8°59’05.60’’ E

copertina
Ingrandisci

La valle dei Mulini e il cemento

«Un paesaggio di gusto leonardesco, dove l’orrore si temperava in un senso di favola: frane, burroni, boschi, un mulino, orizzonti improvvisamente chiusi, mitici».
1965, Pio Fontana

Nel più ampio anfiteatro naturale del Parco delle Gole della Breggia, due opere infrastrutturali d’edilizia popolare testimoniano il legame tra l’uomo e il territorio, la sua storia e la sua importanza per l’intero Canton Ticino.
Quella della piana dei mulini all’imbocco delle Gole della Breggia è una storia di milioni di anni di lente seppur sconvolgenti trasformazioni geologiche, che dopo quasi un millennio dettato dal ritmo tranquillo delle civiltà rurali, è stata travolta dagli effetti del boom economico degli anni d’oro del Novecento.
Nel corso del Medioevo si era diffusa la presenza di opifici e mulini lungo tutto il fiume Breggia, che forniva l'energia necessaria per muovere le pale dei numerosi mulini, ma bastarono pochi decenni di una piccola storia industriale, con la nascita del Cementificio Saceba attivo dal 1963 al 2003, per trasformare in modo irreversibile questo lembo di terra. Utilizzando i depositi calcarei sedimentatisi sul fondo della Tetide (l’antico oceano che separava il continente europeo dall’Africa settentrionale e dall’Asia) 200 milioni di anni fa, lì si è prodotto il cemento che ha costruito, trasformato, devastato il fondovalle del Canton Ticino.
L’anfiteatro della cava della Breggia ha così foraggiato il boom edilizio del Ticino, al ritmo di 150mila tonnellate di cemento l’anno, prodotte tra il 1963 e il 1980.
All’apice di una pianura dall’anacronistico toponimo «Molini», i resti del cementificio Saceba sono oggi archeologia industriale. Le vestigia del cementificio lungo le acque del Breggia, raccontano un’altra storia, facendoci riflettere onestamente sulle impronte che lasciamo dietro di noi, qui o altrove.

45°51’25.04’’N 9°00’51.26’’ E

copertina
Ingrandisci

La tradizione contadina e il Centro professionale del Verde

Il lavoro dell’agricoltura nel Canton Ticino è da sempre stato fondamentale e costitutivo, infatti le prime discussioni circa l’esigenza di una scuola d’agricoltura nel Cantone iniziarono verso la metà dell’800, dando poi vita all’attuale Centro professionale del Verde di Merrana, nato nel 1915.

La scuola è ospitata nell’antica Villa Cristina, recentemente ristrutturata dall’architetto José Maria Sanchez Garcia. Si tratta dell’unica casa colonica superstite, la più antica delle quattro che a inizio Novecento erano parte della tenuta. Il chiassese Pietro Chiesa, tornato dall’Argentina nel 1912, decise di acquistare la proprietà per rivenderla al cantone a patto che diventasse la nuova sede dell’Istituto agrario cantonale.

45°51’10.13’’N 8°59’54.57’’ E

copertina
Ingrandisci

Il Mulino del Daniello e la bachicoltura

L'introduzione dell'allevamento del baco da seta in Europa venne importato dall’Oriente da due frati intorno all’anno 1120. Da allora gli allevatori intraprendono il viaggio della via della seta, dando così origine a uno stretto legame tra l’Oriente, in particolare Cina e Giappone, e l’Occidente. La bachicoltura in Ticino venne fortemente influenzata dall’industria tessile comasca sin dalle origini. Durante tutto l'Ottocento il Mendrisiotto e il Luganese furono le regioni dove la seticoltura ebbe il maggiore sviluppo. Le opportunità offerte da questa attività non passarono inosservate al Mulino del Daniello; l'allevamento del baco da seta fu un'occupazione colta dalla famiglia Galli già dai primi anni del loro arrivo a Coldrerio. Venne infatti costruita una bigattiera, struttura riservata per l'allevamento dei bachi, edificata nel 1870 vicino al mulino e tutt'ora esistente.

45°50’51.47’’N 8°58’54.23’’E

copertina
Ingrandisci

Da Sant’Antonio Abbate di Genestrerio alla Basilica di San Pietro a Roma

«Forse folle pensare alle rocce come a degli esseri viventi, eppure esse si muovono, mutano, crescono, invecchiano, nascono e soprattutto hanno una lunghissima memoria. Forse folle cercare il mare in Svizzera, ad Arzo, eppure vi si trovano conchiglie tutti i giorni. Forse folle tagliare a fette una montagna a colpi di scalpello, eppure generazioni di scalpellini lo hanno fatto.»
Juri Cainero, ideatore del progetto Cavevive

A Genestrerio, vi è la piccola chiesa di Sant’Antonio Abbate voluta per ricordare gli artisti del posto emigrati in America. Tra questi, molti avevano iniziato l’attività nel piccolo paesino di Arzo, nelle omonime cave dalle quali veniva estratto il “marmo di Arzo”, divenuto motivo di vanto dell’intero Canton Ticino nel periodo Barocco. La stessa pietra la ritroviamo all’interno di questa Chiesa, dal piccolo portamento ma dalla grande e travagliata storia. La chiesa di Genestrerio è un monumento di ieri e di oggi, che narra di una storia affascinante, quella dei grandi maestri ticinesi come Carlo Maderno e delle grandi opere monumentali.
Dal Ticino, attraverso il fondamentale snodo di Chiasso, questa pietra veniva portata (e lavorata dagli stessi scalpellini) verso le più importanti città d’Europa: dalle numerose case gentilizie del Canton Ticino, la pietra di Arzo la ritroviamo a Roma, nella pavimentazione della Basilica di San Pietro, così pure come in quella del Duomo di Milano, a Napoli nella Chiesa del Gesù, a Loreto, Genova, a Vienna nel Teatro Imperiale o a Berna nel Palazzo Federale.
Col passar del tempo, i mutamenti della storia, le varie crisi finanziarie, i capricci delle mode ridussero via via l’utilizzo di questo incredibile materiale, mentre i suoi cavatori ticinesi e italiani persero man mano il lavoro finchè gli uomini smisero di cercare nella pancia della montagna quella particolare pietra che tanta notorietà aveva dato al territorio.
Oggi le antiche baracche delle cave sono state in parte recuperate, la zona trasformata in un anfiteatro per numerose iniziative culturali all’interno di un percorso didattico che ne illustra la storia.
Queste cave ci raccontano di una storia che ha visto dialogare questa zona di confine, tra Chiasso e l’Italia, con i centri più importanti del mondo passato, quello della cultura mediterranea, della Mitteleuropa e della nostra stessa identità culturale.

45°51’21.15’’N 8°57’37.69’’E

copertina
Ingrandisci

Il Parco di Villa Argentina: tra paesaggio e progettazione

Che relazione esiste tra un parco artificiale e il territorio agricolo nel quale è inserito?
Il progetto di Villa Argentina e del parco risale al 1872 ed è opera dell’architetto Antonio Croci. Fu commissionato dalla famiglia Bernasconi, mendrisiensi arricchitisi a Buenos Aires. La proprietà si estendeva ben oltre l’attuale parco fino a comprendere gran parte della collina e dei vigneti. Entrando all’ interno del parco di Villa Argentina si apre uno scenario che rivela la forte relazione tra architettura costruita e paesaggio tra passato e presente. L’organizzazione paesaggistica dona una composizione che si rifà alle tradizioni dei giardini all’ italiana e all’inglese. Alla forte assialità e al rapporto con la campagna circostante fa da cornice un ampio prato verde in cui sono disegnati viali stretti che conducono verso la ricca e variegata vegetazione fatta di arbusti e di alberi secolari.

45°50’13.19’’N 9°01’35.76’’ E

copertina
Ingrandisci
Timescape
Tra tempo e spazio
/Andrea Marcolini, Luca Roncaglione/
L’osservazione, la percezione e infine la rappresentazione del paesaggio che ci circonda richiedono tempo. Gli eventi che si susseguono e i rapporti che intercorrono tra essi caratterizzano il paesaggio, ma è soltanto attraverso il trascorrere estremante lento o estremamente veloce del tempo che possiamo percepire in modo differente i luoghi e gli eventi che si presentano lungo un percorso “psicogeografico”.

Il nostro obbiettivo non è quello di valutare se siano belli o meno i diversi momenti della passeggiata, quello che invece è importante è l’analisi dei luoghi che presentavano dei movimenti ripetuti nel tempo. La velocità di tali movimenti e la frequenza della loro ripetizione è ciò che ci ha spinto a volerli osservare, dilatando il tempo fino ad avere una percezione differente, quasi alterata, di quello che stava accadendo. Ci siamo accorti che rallentando questi movimenti riuscivamo ad osservarne ogni loro sfaccettatura e riuscire a scomporli in più movimenti che a velocità reale venivano a perdersi. Osservando l’arnia con la velocità normale di lavoro delle api si nota che si viene a creare uno sciame che sembra partire dall’arnia per poi farne ritorno in questa danza governata da ronzii. Andando a rallentare il tempo si nota come ogni ape abbia un compito ben preciso e che quello che sembrava un’inconclusionato movimento diventa in realtà una piccola industria organizzatissima che produce miele, dove ogni individuo ha un suo compito ben preciso che scandisce il tempo della sua breve vita.

Nel momento in cui ci spostiamo con l’automobile, la percezione dei luoghi viene quasi completamente a mancare, la velocità con cui li attraversiamo rende difficile un’osservazione riflessiva dei dettagli del paesaggio, che diventa quindi un’immagine fulminea, una fotografia che dopo poco sbiadisce.

La condizione del camminare, invece, così istintiva e legata alla natura umana, misura attraverso il ritmo dei passi il paesaggio. I passi diventano lancette di un orologio, la velocità con cui lo si attraversa torna ad assumere una scala umana, e in questo modo la percezione cambia radicalmente. Non resta che guardarsi attorno, soffermarsi, approfondire, tutto è di nuovo alla nostra portata, sotto il nostro controllo.

Il tempo è la condizione necessaria per l’osservazione del paesaggio, rappresentazione e percezione della successione di eventi e di rapporto tra essi. Il trascorrere lento e veloce dell’esercizio psicogeografico ci ha permesso di percepire in modo differente i luoghi, le condizioni e gli eventi che si sono presentati durante il percorso.

Il filmato vuole mostrare quegli eventi che, per natura o per necessità, hanno solitamente una velocità elevata, per poi andare a dilatarne questa sua foga e percepirne un susseguirsi di piccoli movimenti che vanno a comporre il momento.

Un treno che arriva sferragliando alla stazione, come arriva veramente?

Lo scorrere violento dell’acqua può diventare un morbido riversarsi, come veramente l’acqua di un ruscello va a toccare l’acqua ferma di una vasca?

Il movimento possente di un mulino, se rallentato, rivela il raffinato metodo di produzione della farina?

Un’autostrada caotica e spaventosa, come appare se il movimento delle automobili che creano il proprio percorso viene dilatato?

Know your neighbour
/Nicholas Ghielmini/
Paesaggio periurbano (45°50'42.0"N 9°00'39.9"E)
La deriva si focalizza principalmente su nove luoghi d’interesse (compresi i MAM).

La riflessione alla base di questa esperienza prende in considerazione il contesto in cui questi luoghi si manifestano, parliamo di luoghi caratterizzati da una forte presenza, una presenza quasi autorevole. Dal flyer e dai relativi siti web ci vengono mostrati come icone, oggetti autoreferenziali che dominano lo spazio, non vediamo e non sappiamo nulla al di fuori di essi. Queste istituzioni, vere e proprie eterotopie, sembrano esistere come tali al di fuori del nostro tempo e spazio. Ciò nonostante, tali luoghi occupano un determinato spazio e si relazionano all’ambiente circostante non solo fisicamente, bensì anche a livello contenutistico, proponendo esperienze e testimonianze legate al territorio. L’idea è di allontanarsi dall’immagine che ci è stata impressa di tali luoghi per sostituirla con un’altra più contestualizzata. Sorge perciò l’obiettivo della giornata: individuare chi e cosa ci circonda, ovvero conoscere i vicini di casa.

Preparazione a priori: osservare e leggere il flyer di accoglienza o il sito web del MAM, Musei d’arte del Mendrisiotto.

1. m.a.x. museo

Il m.a.x. museo è forse una delle testimonianze migliori a prova di questa tesi. Osservando le immagini proposte dal web siamo obbligati a percepire questo prisma a partire da un’unica prospettiva privilegiata, una veduta di tre quarti, preferibilmente notturna per esaltare il carattere estremamente scenografico del white cube. Tuttavia, una volta giunti sul posto dalla stazione ferroviaria, si può notare come si approcci l’edificio dal suo retro, siamo obbligati a girare attorno al costruito scoprendo la sua apparente indipendenza dal contesto, non considerando l’allineamento all’asse stradale.

Paesaggio post-industriale (45°50'12.4"N 9°01'38.0"E)
Chi sono i suoi vicini di casa?
  • una scuola media con parchetto antistante
  • una palestra (Baserga e Mozzetti Architetti) anch’essa con parchetto antistante
  • il Centro Professionale Commerciale con sede in un edificio di fine 800
  • il cinema-teatro degli anni 30
  • lo spazio officina, ex edificio industriale ideato come atelier per la produzione artistica
  • un complesso industriale convertito
  • un’osteria con bocciodromo
  • una villetta neoclassica di inizio 900
  • una palazzina, probabilmente risalente agli anni 70
  • un caseggiato ristrutturato
  • una casa unifamiliare
Questa collezione di architetture ed istituzioni rappresenta un polo educativo e culturale per la città di Chiasso, un centro culturale come scopriremo successivamente, di cui il m.a.x. museo ne è solo una parte. Interessante anche notare come l’ubicazione del m.a.x. museo all’interno di questo complesso di architetture crei un sistema di piazzette su piani differenti che si relazionano fortemente con le istituzioni scolastiche adiacenti.

1. Mulino del Ghitello

Vedo-non-vedo (Morbio Inferiore-mulino Ghitello) (45°51'00.6"N 9°00'36.4"E)
Partendo nuovamente dalle immagini forniteci dal web, il mulino Ghitello ci si presenta come un’immersione nella storia rurale del territorio ticinese. In effetti il complesso rurale, grazie anche alla particolare morfologia del territorio in cui si trova (Gole della Breggia), ci appare ancora una volta come un’eterotopia, un paesaggio bucolico completamente distaccato e cieco alla realtà circostante. Questa realtà circostante si dimostra evidente accedendo al complesso dall’entrata sud continuando proseguendo il percorso in direzione del paese di Balerna.

Chi sono i suoi vicini di casa?
  • il fiume Breggia
  • un centro commerciale con parcheggi annessi
  • un supermercato con ulteriori parcheggi annessi
  • una pompa di benzina con negozietto di alimentari
  • dei complessi di palazzine a Morbio Inferiore
  • un lavatoio vandalizzato
Per accedere all’entrata sud del complesso siamo costretti ad attraversare i parcheggi di un centro commerciale, di una pompa di benzina e di un supermercato, oltre a quelli destinati ai visitatori del parco. La transizione è improvvisa e radicale, da un paesaggio periurbano ad uno completamente rurale. L’altro vicino di casa è l’adiacente comune di Morbio inferiore, in questo caso i suoi imponenti complessi residenziali, sempre grazie all’orografia del territorio, non sono direttamente percepibili dal mulino, la loro visione ci è permessa unicamente all’infuori della tenuta. Sebbene tutte queste scomode entità siano opportunamente celate dal complesso rurale, la loro presenza persiste e ci attende al termine dell’esperienza.

2. Teatro dell’architettura

Nel caso del teatro dell’architettura conoscere i vicini di casa è essenziale, senza quest’ultimi il cilindro in questione, nonostante la sua architettura iconica, rimarrebbe inaccessibile alla visita del pubblico. La fondazione del teatro è strettamente legata al campus universitario, la sua struttura dipende ed è incorporata alla realtà parallela dell’Accademia di architettura, un’altra eterotopia. La vista della costruzione è negata dagli assi stradali principali, Via Alfonso Turconi e Via Giuseppe Motta, ci è permesso osservarlo unicamente dal punto di vista ribassato di una stradina secondaria pedonale, Via Bolzani. L’edificio, nonostante il carattere introverso, si apre da un lato al paesaggio, mentre per i restanti tre è protetto da vicini di casa contraddistinti da un’architettura e una storia altrettanto forte e determinante per il comune di Mendrisio.

Unica vista possibile del teatro da Via Bolzani (45°52'05.2"N 8°58'58.0"E)
Chi sono i suoi vicini di casa?
  • l’ospedale regionale della Beata Vergine
  • Palazzo Turconi, attuale sede della Biblioteca dell’Accademia e degli atelier di progettazione
  • l’edificio di legno, sede precedente della Biblioteca e attuale aula d’insegnamento
  • la chiesa dei Cappuccini, ultimo frammento del complesso monastico
  • quattro villini indipendenti risalenti ad inizio 900
  • un magazzino interrato definito da un muro di contenimento
  • un capannone appartenente all’ospedale
Come anticipato, se da una parte il teatro è segregato e assoggettato dai suoi vicini, dall’altra quest’ultimi ne definiscono l’identità e condividono tutti un filo conduttore comune. Da monastero ad ospedale, fino a scuola di architettura. Un polo sanitario e successivamente educativo-culturale essenziale per il territorio. Analogamente al m.a.x. museo, anche il teatro appartiene ad un polo educativo-culturale più esteso.

Confronto: Terminata l’esperienza, leggere la guida ai Musei del Mendrisiotto

Risultati

Già a partire dall'introduzione, scopriamo che i vicini di casa hanno da sempre svolto un ruolo fondamentale nella formazione dei musei del Mendrisiotto e del canton Ticino, data la sua ubicazione come terra di confine tra nord e sud dell’Europa. Tale discorso di vicinanze e prossimità assume un valore aggiunto estendendo la scala a livello regionale-cantonale; come detto, i vicini a noi più prossimi sono l’Italia e la Svizzera tedesca. Dall’incontro di queste tre culture abbiamo visto nascere diverse collaborazioni ed influenze con risultati non solo nell’ambito artistico-culturale, bensì anche a livello sociale ed economico. Ancora una volta il m.a.x. museo è forse una delle testimonianze migliori a prova di questa tesi. Il museo è nato a seguito di un’iniziativa della Fondazione Max Huber-Kono, il grafico svizzero a cui l’istituzione è dedicata. Leggendo scopriamo che il grafico zughese, chiassese d’adozione, scelse la cittadina di confine come sua dimora per il suo paesaggio infrastrutturale e per la prossimità a Milano, città in cui lavorò estensivamente. Max Huber ci dimostra l’importanza di conoscere i propri vicini e come quest’ultimi ci possano influenzare, e noi influenzare loro, tramite scambi sinergetici e cooperazioni; Chiasso, qui più che mai, incarna alla perfezione il confine o, per meglio dire, il punto d’incontro e di scambio tra due vicini di casa. Realtà analoghe sono riscontrabili anche in altri casi esplorati lungo l’esperienza psicogeografica, da Vincenzo Vela e l’Unione d’Italia a Giovanni Züst con il collezionismo e il trasporto d’opere d’arte a livello internazionale. Tra le collaborazioni più interessanti e fruttuose possiamo trovare il caso di Alfonso Turconi, uomo di cultura, politico, e filantropo milanese che, per sua volontà, fece erigere l’Ospedale della Beata Vergine a Mendrisio, l’attuale Palazzo Turconi, per le classi meno agiate del canton Ticino. L’ospedale doveva inizialmente aver sede nel vecchio complesso monastico dei Cappuccini, tuttavia, ritenuto inadatto per ospitare un ospedale moderno, si optò per una costruzione ex novo. Palazzo Turconi rimase attivo come ospedale fino al 1990, anno in cui entrò in funzione l’attuale struttura, e a partire dal 1996 ospita l’Accademia di architettura grazie all’impegno dell’architetto Mario Botta. Il teatro dell’architettura si inserisce ed entra a far parte fisicamente e cronologicamente a questo complesso di edifici, ispirato dai teatri anatomici come luoghi di apprendimento della scienza medica all’interno delle università, l’opera di Mario Botta lega la storia del sito con le funzioni ed usi corrente degli spazi del vecchio ospedale.

I vicini di casa, qui più che mai, rivestono un ruolo di landmark, conferiscono un’identità al sito, un’identità spesso molto forte che non può essere ignorata. Tutte queste istituzioni non sono isole indipendenti perse nello spazio, esse cercano di relazionarsi tra di loro e con il mondo circostante, ovvero territorio e popolazione. La contestualizzazione geografica e temporale ci permette di aggiungere ulteriori livelli di profondità e appartenenza a tali istituzioni, aiutandoci così a comprenderle meglio nella loro missione.

Arte e Territorio
/Giacomo Vanetti/

Estensione mediterranea e meridionale della Confederazione Elvetica, il Mendrisiotto è un territorio con una particolare conformazione orografica, attraversato dall’immensa Città-Ticino. L’intera regione è crocevia tra Mediterraneo e Mitteleuropa e terra di passaggio per merci e culture, oltre che di lavoratori imbottigliati nel traffico, clandestini alla frontiera ma anche turisti, artisti e studenti. La regione è attraversata dalla ferrovia e dall’autostrada, che collegano il Nord e il Sud del continente. Questi elementi segnano una rottura nel territorio e anche una rottura di pensiero con il passato, nel quale le persone si muovevano principalmente a piedi. Il camminare è stato per millenni ciò che ha definito l’uomo e gli ha permesso di sopravvivere e muoversi in tutto il mondo. Camminando l’Uomo riscopre sé stesso e dove abita, andando oltre a una mobilità che è tipica del Novecento.

All’interno delle nostre città sono state protagonista le piazze, spazio pubblico per eccellenza, ormai però in continuo abbandono. Queste piazze, così come le strade, sono i luoghi deputati alla scena pubblica e del vivere insieme: ormai però sono sempre più vuote e un mero canale per la circolazione del traffico. Attraverso l’escursione psicogeografica è possibile constatare che le città e i borghi del Mendrisiotto non sono semplici quartieri- dormitorio ma abitati quasi “esotici”, spesso abbandonati e schiacciati dalla realtà modernista che ha radicalmente trasformato parte del territorio ticinese, dove anche un elemento, all’apparenza banale, può raccontare una storia.

In questi spazi antropizzati vediamo come l’Uomo ha cercato, da sempre, di lasciare traccia di un passaggio, di una rappresentazione di sé stesso e della sua condizione, spesso tramite la realizzazione di sculture e di monumenti. La scultura è oltre l’architettura, l’arte attraverso cui l’Uomo ha dato forma alla materia; così come per le sculture lo stesso è successo alle nostre città. Negli agglomerati urbani a cui siamo ormai abituati è possibile leggere la società che li abita, una società che ormai ha uno sguardo anestetizzato verso il semplice, verso ciò che è abituale, che ormai da quasi tutto per scontato. Le sculture che possiamo trovare lungo il percorso possono essere di qualsiasi tipo: da quella “ufficiale” a quella d’autore, da quella religiosa alla semplice decorazione per la casa, addirittura una rappresentazione di una fiaba o un semplice gioco per bambini. Questo percorso vuole mostrare come all’interno di un territorio sconquassato dalla modernità contemporanea è possibile narrare la storia millenaria della civiltà che lo abita, andando dalla celebrazione dei suoi eroi a cause politiche, di temi mistici o semplicemente del vivere quotidiano.

Il Paesaggio della Seconda Attenzione
/Paolo Failla/
«Don Juan, come definisci la concretezza?» chiesi.
«La parte pratica della stregoneria» mi rispose. «L’ossessiva fissazione della mente su pratiche e tecniche; l’ingiustificata influenza sulla gente.»
«E l’astratto, come lo definisci?»
«La ricerca della libertà: libertà di percepire, senza ossessioni, tutto ciò che è umanamente possibile. Secondo me gli stregoni dei nostri giorni cercano l’astratto perché cercano la libertà, e non sono interessati a guadagni concreti.» «La Seconda Attenzione è la condizione di essere consapevole di mondi totali, totale come è totale il nostro mondo.»
Castaneda, C. , L’ Arte di Sognare, BUR, 2000, Milano.

La conoscenza del mondo che vediamo è data per scontata nella percezione del quotidiano, in un mondo fatto di oggetti, come fin da bambini siamo stati abituati a credere. Questo mondo di oggetti è rappresentato dalle immagini delle cose, e non dalle cose in sé, dalle loro manifestazioni, e non dall’essenza di esse. Questo comporta una discrepanza tra ciò che siamo e ciò che percepiamo, che con il passare del tempo scava sempre più in profondità una crepa tra noi stessi ed il mondo.
Ogni volta che ci fermiamo ad ascoltare, qualcosa dentro di noi si ferma, e così riusciamo a cogliere al di là del brusio di pensieri, interpretazioni e giudizi personali; qualcosa ci riporta al centro dell’esperienza, pura e senza filtri. In questa condizione di maggiore libertà ci accorgiamo anche di come la nostra percezione goda di una qualità maggiore, come se i sensi potessero estendersi senza confini. Questa condizione rimargina quella crepa tra noi ed il mondo e consente di percepire direttamente ciò che ci circonda.
Il camminare ci riporta a quel momento in cui, come umanità, diventammo consapevoli del nostro essere e del nostro agire, e in quanto atto primordiale ci porta sempre ad una condizione di ascolto e ricezione. Cogliere il paesaggio della Seconda Attenzione significa proprio esplorare ciò che solitamente diamo per scontato: i dettagli più minuti, il mondo microscopico, le essenze di piante e il muoversi degli animali, i cambiamenti più sottili del clima e del paesaggio, i profumi, i messaggi inconsci di ciò che ci accade, il mondo dei simboli e le psicologie dei cartelloni pubblicitari. Affrontare un territorio con una libertà percettiva di questo genere ci invita a cogliere tutti quegli aspetti che potremmo solitamente considerare banali o secondari, e che invece racchiudono in sé un grandissimo potenziale. Sono mondi che ci parlano del paesaggio che stiamo attraversando e, allo stesso tempo, di come noi stiamo attraversando quest’esperienza: come ci sentiamo e che cosa si genera in noi, in risposta agli stimoli esterni.
Il tornare a noi in ogni momento, ad ogni scoperta, ci permette di continuare a tessere il dialogo silenzioso tra oggetto percepito e soggetto dell’esperienza, e allo stesso tempo ci scopriamo guardare attivamente ciò che ci circonda, interrogandoci sul nostro guardare e sul mondo, ampliando la consapevolezza di noi stessi come esseri coscienti che camminano su questa Terra.

Paesaggio temporale
/Cristiana Martinelli/
copertina
Ingrandisci

Premessa

Il camminare come forma autonoma di arte. Dal nomadismo primitivo il camminare rappresenta il primo atto di esplorazione e di conoscenza del mondo e la sua conseguente trasformazione simbolica. Dal cammino esplorativo dell’uomo nasce l’esigenza di marcare il territorio attraverso menhir, manufatti architettonici che permettono l’orientamento nello spazio dando un nome e un’identità a quello che prima era territorio ignoto. È proprio attraverso la mappatura del territorio che si rende possibile la lettura dello spazio. Il vuoto diventa un luogo denso caricandosi di significati.

Il percorso nel suo divenire si traduce in tracce che permettono di costruire nuovi tragitti nel paesaggio naturale. Allo stesso modo nella città contemporanea il camminare diviene un atto estetico che permette una nuova consapevolezza nei confronti del paesaggio circostante.

Nell’atto del camminare il tempo diviene l’elemento di misurazione distanze percorse. Lo spazio, infatti, viene quantificato nel suo tempo di percorrenza. Da qui la configurazione dei tragitti naturali e la costituzione geografica del territorio antropizzato europeo disegnato dal percorso umano dove ogni città può essere raggiunta con un giorno di cammino.

Il progetto

All’interno dell’esperienza psicogeografica svolta il 15 maggio 2021 che dalla stazione di Chiasso giunge al Teatro dell’architettura di Mendrisio e attraversa nove realtà museali di questo territorio il progetto racconta la traccia attraverso nove scatti temporali nella ricerca di un museo inatteso scoprendo nuovi punti di interesse.

Nove tappe distanti un’ora di cammino le une dalle altre che costituiscono una nuova traccia urbana nel territorio del distretto di Mendrisio come a indicare il percorso da seguire.

Il tempo di percorrenza come strumento di orientamento nello spazio.

Una nuova consapevolezza nei confronti del paesaggio quotidiano e dei non luoghi della città nei quali la mancanza d’identità è solo apparente. Infatti è proprio in quei luoghi, spesso ritenuti banali, che si scoprono elementi che conservano la più vera identità urbana e si manifestano nella città attraverso la modifica e la trasformazione cittadina. Segni che raccontano storie, eventi, aspirazioni e ideali degli uomini che li hanno realizzati diventando luoghi di memoria che hanno significato per entrambe: la macro storia collettiva e la microstoria privata.

Attraverso la sovversione del percorso verso la scoperta del museo diffuso del Mendrisiotto, dove le tappe si fanno percorso e il percorso diviene la meta, la città si fa museo con gli elementi che raccontano la storia di quei luoghi e rappresentano l’identità cittadina che si riconosce in essi.

Oggetti inaspettati che si trasformano in marcatori territoriali. Creando un rapporto ambiguo tra luoghi spesso dimenticati, arte e architettura e che nell’atto di essere fotografati divengono eterni fino a rappresentare l’immagine di questo territorio nella rappresentazione del suo genius loci e quindi dell’auto-narrazione del paesaggio, mostrando la complessità del territorio antropizzato la cui decifrazione viene resa possibile solo attraverso la pratica del cammino.

Le tappe

9:00 Colonna di edificio con insegna - 10:00 Serfontana - 11:00 Supporto per albero - 12:00 Tavolo da ping- pong - 13:00 Cliché svizzero - 14:00 Entrata; Ligornetto, Via Cantun Sura, 6 - 15:00 Idrante imbrattato - 16:00 Stoccaggio di carburante1 - 17:00 installazione2 - 18:00 Mostra Swiss Architectural Award 2020, Teatro dell’architettura.

1 Stoccaggio di carburante della Benoil SA
2 Installazione lastra in ottone lucido con 12 tagli laser di 2 x 10 cm 45 x 45 x 2 cm. Opera site-specific per la mostra allestita al Museo d’arte Mendrisio di Miki Tallone (1968) artista ticinese la cui ricerca si basa sull’esplorazione dello spazio e del tempo e sulla raccolta di memorie private e collettive dei luoghi dove è ospite.

PALETTE
/Elisa Mösle/

La passeggiata per il “Museo diffuso del Mendrisiotto” il 15 maggio è partita da Chiasso passando per diversi villaggi come Novazzano, Ligornetto, Rancate e i loro rispettivi musei per poi arrivare a Mendrisio, al Teatro dell’Architettura.
La palette di colori aspettata sarebbe quella di un paesaggio verde, di villaggi dai colori della terra, tetti in pietra e tegole rosse, l’aspettativa era quella del Ticino delle cartoline, in vista di una passeggiata per villaggi e vigne.
Quello che invece abbiamo incontrato, percorrendo l’intero tragitto a piedi è stata la continua apparizione di colori artificiali e forti che catturavano l’occhio e l’attenzione. Siamo partiti dalla Stazione di Chiasso, un contesto urbano, caratterizzato da numerosi cantieri e le rispettive segnalazioni colorate, continuando abbiamo percorso la città, passando dall’autostrada e dai centri commerciali per poi addentrarci nel parco delle Gole della Breggia. Una parco naturale protetto. La contemplazione dell’oasi verde è stata velocemente interrotta da cartelli di divieti e segnaletica colorata. Continuando per i villaggi, sono sempre stati quest’ultimi a catturare la mia attenzione. Essendo a piedi, ho avuto il tempo per leggere tutti i cartelli e mi sono accorta di quanti segnali di restrizioni e divieto di comportamenti ci hanno accompagnato per l’intera giornata.
La scelta dei colori per la segnaletica è fortemente impressa nel nostro inconscio. Associamo il rosso al pericolo, al divieto. Il blu ad un comportamento in favore della sicurezza, della prudenza. Mentre il giallo e l’arancione ci segnalano situazioni di allerta o percorsi da seguire.
Sono quindi arrivata alla conclusione di quanto la presenza di colori e della segnaletica influenzi di messaggi restrittivi e negativi un percorso flessibile come quello fatto a piedi.

Paesaggio acustico
/Vittoria Verrino/

L’analisi svolta dell’esperienza del 15 maggio consiste in una rappresentazione sensoriale del territorio: come il carattere e la natura dei luoghi vengono espressi dal punto di vista acustico. I suoni, nella rappresentazione acustica, assumono vari significati. I suoni di derivazione naturale costituiscono il sottofondo di un luogo, i suoni puntuali, come campane e clacson, costituiscono un avvertimento acustico, mentre l’impronta sonora partecipa nell’identità culturale di una comunità. Nell’analisi svolta l’obbiettivo non consiste in uno studio dei suoni, ma come essi ci forniscano la percezione di un luogo.
Come il suono racconta il paesaggio?
Durante il percorso da Chiasso a Mendrisio ho registrato i suoni che percepivo come una una rappresentazione del luogo in analisi.
E’ stato interessante riascoltare solo in seguito il lavoro prodotto, inizialmente senza localizzare dove essi fossero stati registrati, accorgendomi di dettagli e di come fosse in realtà semplice capire la natura del luogo in questione.
Il rumore delle auto fa anche capire la loro velocità e di conseguenza se siamo in prossimità di un’autostrada o nelle stradine di un paese. Anche il rumore dei passi permette di capire la superficie su cui stiamo camminando. Sterrato, ghiaia, asfalto. Un suono decisamente riconoscibile è quello dell’acqua, presente in diversi punti durante il percorso. Infine il suono della fauna circostante.
Il parco delle Gole della Breggia diviene subito riconoscibile. Avvicinandoci al sito sentiamo sempre di più il rumore dell’acqua, che scorre nel canale in prossimità dell’ingresso. Proseguendo, man mano che il suono dell’acqua diviene lieve, si iniziano a percepire i rumori del bosco: il fruscio delle foglie, il cinguettio degli uccelli. Il suono dell’acqua e quello degli alberi ricorrono anche nel Parco Valle della Motta, dove il muggire delle mucche e il suono dei loro campanacci mentre pascolano identificano il grande prato presente.
Ma il suono non ci parla solo di paesaggi naturali.
Siamo in grado di identificare la prossimità di stazioni, autostrade.
Nella parte finale del percorso, nei pressi di Mendrisio si sentono alcune voci con un eco, siamo in prossimità di un sottopassaggio.
E’ interessante notare come il suono da solo identifichi il carattere di un paesaggio in vari livelli: dal suono più vicino, che rappresenta il luogo dove mi trovo, ai suoni lontani, che ci raccontano del paesaggio circostante.

il museo diffuso del Mendrisiotto nella mappa letteraria del Canton Ticino
/Sophie Marie Piccoli/
copertina

La lettura di un territorio e l’esperienza che si ha di questo avviene grazie al contributo di innumerevoli stimoli, infiniti filtri mediante i quali un individuo è in grado di decodificarlo.
Si tratta sì di un atto inconscio e immediato ma nel contempo complesso, in quanto risultato di tutta l'esperienza sensoriale accumulata nel corso della vita. La somma di esperienze crea quindi una sempre più profonda capacità di lettura e assimilazione di un qualsiasi agente esterno con il quale entriamo in contatto: si tratta però di un’azione che si fa sempre più abitudinaria e circoscritta alle nostre conoscenze pregresse, rendendoci succubi dell’abitudine e del già visto, con la conseguente idea che attorno a noi sia tutto piatto e poco interessante. Vivere così significa credere che il proprio filtro personale di osservazione del mondo sia l’unico possibile, che ciò che ci capita e circonda sia percepibile in un solo modo e che non ci sia mai nulla di più, nulla al di là della superficie. Occorre quindi superare questa condizione, uscire dalla cosiddetta comfort zone e cambiare punto di vista: l’adozione di un nuovo filtro di lettura del mondo mette il singolo nella posizione di essere in grado di coglierne aspetti nuovi e inaspettati. Questo perché lo spazio è intriso di stratigrafie invisibili che lo definiscono: il tempo, gli eventi, fenomeni naturali, specificità locali sono alcuni degli elementi che vanno a costituire un intricato quadro del quale non saremo mai in grado di coglierne l’interezza. Ma possiamo provarci. La pratica della Psicogeografia è l’attualizzazione fisica di questo concetto: l’individuo si mette alla prova, sperimentando nuove modalità di esperienza della realtà al fine di conoscerla attraverso nuove e differenti modalità di apprendimento. Si tratta, come detto, di una pratica teorizzata dal Situazionismo ma che si lega storicamente a tutta l’evoluzione umana, in ogni zona del mondo, dal momento che il movimento, la pratica del cammino costituisce il metodo più archetipico e diretto di confrontarsi con lo spazio.
Una passeggiata di metà maggio, come quella intrapresa durante il corso, si può quindi trasformare in un'infinita gamma di esperienze diversificate le quali arricchiranno la nostra conoscenza del medesimo spazio.
Il filtro mediante il quale ho scelto di affrontare la giornata è stato quello della mappa letteraria del Ticino, un portale virtuale nel quale poter visionare una raccolta di numerosi stralci di letterati e intellettuali i quali hanno parlato del Ticino nelle loro opere.Attraverso questo importante archivio, ad ogni luogo descritto si è data una geolocalizzazione, ogni landmark fisico è stato quindi connesso finalmente al suo corrispettivo letterario. La letteratura è un medium il quale ha il potere di far viaggiare con la mente, di portare il lettore ventimila leghe sotto i mari o sulla transiberiana, pur restando fisicamente fermi. Attraverso questa particolare mappatura è ora il lettore a spostarsi fisicamente, in un vagare orchestrato da citazioni, da pensieri, da note del passato, che selezionano così i punti di interesse di un territorio.

Il percorso si apre dalla Stazione di Chiasso (45°49′55.88′′N 9°01′53.22′′E), storico landmark per la cittadina in quanto crocevia di commerci e trasporti transalpini. Si tratta di uno spazio di transito e movimento, nel quale non si sosta, ma dal quale si passa: è il Via. Risulta estremamente pertinente quindi ciò che la mappa riporta in riferimento a questo spazio, ossia una nota di Giuseppe Mondada , nel volume “Su e giù’ per il Ticino” , del 1956:

“Ai tuoi piedi ti apparirà un denso gruppo di case e di fabbriche disposto ai lati di una vasta stazione ferroviaria. è Chiasso, dove trovano lavoro i numerosi commercianti, gli industriali, gli spedizionieri, i doganieri che colà abitano. Sai dirne il perchè? Ricordati: Chiasso è una delle grandi porte per la quale si entra in Svizzera e dalla quale si esce.”

Il percorso nella cittadina di Chiasso prosegue intessuto nelle parole di Franco Beltrametti, poeta svizzero della Beat Generation il quale scrive nella sua Autobiografia in 10000 parole:

“Beh, Chiasso è un posto buffo e acquitrinoso, grandi prati popolati da vacche grigie alpine erano nascosti dagli edifici del "centro", nei pressi della stazione. Un gran fumo di carbone nell'aria a causa delle locomotive. Dalle mie finestre al quinto piano potevo guardare tutto il grande scalo ferroviario.”

Il paesaggio urbano lascia poi spazio alla natura, mentre il percorso si addentra nel nascosto Parco delle Gole della Breggia (45°51′32′′N 9°01′47′′E). Suoni, colori e figure nuove si sostituiscono a quelle artificiali, mentre l’acqua scandisce il nostro passaggio. Sono qui le note di Amleto Pedroli, scrittore originario di Chiasso che spostano, durante la passeggiata, l’attenzione verso la ricerca del Castello di Pontegana, mentre si entra in contatto con lo scenario di mulini immersi nei boschi.

“Ma ai piedi della valle, dove la Breggia, uscita dalle forre che la tenevano a freno, scorre più agevole tra i prati, e passa accanto a una collinetta, sorgeva il castello di Pontegana; un rudere quasi invisibile, e chi passa ai suoi piedi sull’autostrada solo guardando in alto può intravedere uno spuntone di muro che esce da un intrico di verde.”

Si tratta di un paesaggio incontaminato e lontano dalla caotica e arbitraria antropizzazione che ha caratterizzato la regione Ticino negli ultimi decenni. Il cammino prosegue verso Mezzana, all’Azienda Agricola Cantonale. (45°51′08′′N 8°59′55′′E) Ancora una volta, la mappa menziona le parole di Giuseppe Mondada, nella sua guida al Ticino dal titolo “Su e giù per il Ticino”.

“Tra i due abitati si trovano delle belle tenute agricole. Una, ha una villa del tipo di quella di Loverciano, giardini, orti, case e cantine, stalle per il bestiame, campi di grano, frutteti e vigneti: è la scuola di Mezzana, la scuola dei nostri contadini.”

La stessa citazione illustra chiaramente ciò che poi si scopre visitando il sito: l’attenzione che la comunità pone da sempre per l’educazione alla cura della terra, l’importanza delle vigne, largamente presenti durante tutto il nostro percorso, la bellezza di una scuola dedita completamente all’interazione sinergica e prolifica tra uomo e natura. Mentre il percorso conduce verso il Parco Valle della Motta (45°50′53′′N 8°58′50′′E), riportando agli occhi la centralità della natura nel paesaggio Ticinese, è facile rendersi conto di quanto uno strumento come quello di una specifica mappa possa cambiare la visione, la percezione di un dato spazio, evidenziando e cancellando altri punti di interesse. Essa non dà una visione completa, ma una selezione di punti chiave per la lettura di uno spazio sotto una specifica luce. E’ interessante notare come ad esempio non vi siano dati del Parco Valle della Motta, nonostante la sua conformazione pittoresca ed immaginifica. La tappa successiva è costituita dalla Chiesa di Sant’Antonio (45°51′20′′N 8°57′38′′E), a Genestrerio, di cui la mappa menziona le parole di Piero Bianconi, del 1946, il quale parla degli affreschi settecenteschi, che già denotano una particolare commistione di opere di differente epoca e tipologia, particolarità attualmente evidenziata dalla facciata di Mario Botta, la quale proietta la chiesa in una dimensione nuova, differente, atemporale.

“A prima vista si direbbero quattrocentesche, le tavole di un polittico incastrate nel muro entro stucchi settecenteschi, nella cappella di sinistra della parrocchiale di Genestrerio (che ha una spassosa facciata prospettica color tonaca da frat); ma portano la data del 1545, son di mano d'un rustico pittore ritardatario che ha saputo conservare un'ingenua grazia primitiva, specie nelle scenette della predella.”

Proseguendo verso Mendrisio, nella seconda parte della giornata, emergono dalla mappa alcune citazioni sulla piccola cittadina di Ligornetto (45°51′30′′N 8°57′03′′E), tappa successiva a Genestrerio.

“Ligornetto è un paesino situato nell’ampio fondovalle pianeggiante e circondato da fertili campi nei quali, oltre a ortaggi e cereali, le viti si tendono da un gelso all’altro in tutte le destinazioni come funi scure strettamente attorcigliate. Anche questo sito è dominato dalle possenti guglie del Monte Generoso, che qui, sul lato occidentale, offre la vista amestossa del suo ampio zoccolo.”

Sono, queste, parole tratte da “L’eretico di Soana”, libro di Gerhart Hauptmann, premio Nobel per la Letteratura nel 1912. Il landmark culturale del borgo è costituito però dal Museo Vela (45°51′32′′N 8°57′01′′E), menzionato sulla mappa attraverso le parole Luigi Lavizzari, autore ottocentesco di una guida al Mendrisiotto intitolata “Il Monte Generoso e i suoi dintorni”:

“Il paesello di Ligornetto è situato a mezz'ora di distanza da Mendrisio e vi si giunge con calesse. Ivi sopra piccolo promontorio cinto da giardini sorge l'elegante edificio con cupola nel mezzo, entro cui sono raccolti i modelli originali usciti dalla mano di Vincenzo Vela.”

Il museo appare alla fine di una strada, elegante e armonioso, al pari delle sculture che ospita al suo interno.
Si tratta di un luogo del tutto particolare in quanto casa di sculture che raccontano di luoghi e di epoche come altri rari esempi europei possono di fare: la storia di Vincenzo Vela, infatti, va ad intrecciarsi con la grande Storia dell’Europa del 1800. Dopo il Museo Vincenzo Vela vi è un successivo polo culturale, quello della Pinacoteca Giovanni Züst a Rancate (45°52′15′′N 8°58′06′′E). La mappa, passeggiando, non manca di distrarre i piedi stanchi con le parole di Stefano Franscini, autore e politico svizzero che annota nella sua raccolta “La Svizzera Italiana”, del 1840 impressioni su Rancate:

“Rancate, nel circolo di Riva, alla distanza non più che mezzo miglio da Mendrisio. Alla nobile collana degli artisti Ticinesi fornisce un anello che no è de’ men preziosi, lo scultore Grazioso Rusca. Tra Rancate e Riva notasi il luogo di Contone, celebre frate facinoroso, detto da Contone, perché vi aveva preso stanza a commettere aggressioni armata mano (secolo XVII) (...)”

Risulta affascinante lasciare che la mente proietti sulla realtà le parole del passato, per crearne un’immagine a metà tra passato e presente. La Pinacoteca, nascosta nel tessuto urbano, apre una corte di fronte alla chiesa di Santo Stefano,di cui Piero Bianconi, nel 1946 dice:

La piazza di Rancate ha una solennità borghigiana, si stende in lieve pendio tra la facciata della chiesa (che dentro è di un'incantevole grazia settecentesca, ferma e leggera), muretti d’orti e lunghe quinte di case azzurre e rosa e nerastre; la si direbbe fatta per giostre e caroselli, dall’alto della colonna di Santo Stefano non vede che il cammino lento e trasognato dei bovi.”

La camminata, quasi sul termine è diretta a Mendrisio, menzionato dalla mappa attraverso le parole dello scrittore inglese Samuel Butler, nel 1881, nel suo volume “Alpi e santuari del Cantone Ticino”.

“I dintorni di Mendrisio - il Mendrisiotto, come li chiamano - sono magnifici. Bisognerebbe stabilire il quartier generale a Mendrisio stesso, dove c'è un ottimo albergo, l'Hotel Mendrisio, tenuto dalla Signora Pasta, insuperabile quanto a comodità e tutto quanto rende gradevole il soggiorno in un albergo. Non ho mai visto una casa dove la disposizione fosse più perfetta; anche nel pieno del caldo le stanze erano fresche e ariose, le notti non opprimenti. Il segreto sta forse in parte nel fatto che Mendrisio è più alto di quanto potrebbe parere, e che l'albergo, posto sul pendio della collina, piglia tutta la brezza.”

Il percorso porta poi al polo museale mendrisiense, costituito dal Mendrisio Museo d'Arte (45°52′21′′N 8°59′18′′E): una piccola corte nel cuore del paese che ospita importanti esposizioni artistiche e che vanta un larghissimo numero opere esposte a rotazione annualmente. La mappa cita, in dialetto, le parole tratte da Mendrisiotto scomparso, di Gino Pedroli:

Avanz da cunvént... silénzi incantaa in d'un giögh da riflèss fassaa da mistér. Incrustaa in süi mür l spessúr di sécui passaa che smòrza e suféga la éco sütürna di gregurián di fraa: i Ümiliaa.

Il silenzio si fa parte integrante dello spazio e alla luce delle parole sopracitate, si fa possibile vedere con maggiore facilità la poesia di uno spazio che con il tempo ha saputo cambiare funzione senza perdere la sua bellezza.
Con Mendrisio, si chiude, al Teatro dell’Architettura (45°52′03′′N 8°5′58′′E), l’esperienza psicogeografica del 15 maggio. All’indomani di un periodo di clausura forzata e distanziamento sociale, il contatto con la terra, esperito mediante la mobilità dolce, non ha che aumentato il valore della passeggiata: sempre di più, infatti, la pandemia ha reso l’uomo consapevole della necessità ad un contatto più diretto con un mondo a misura di uomo, che non lo renda dimentico della sua essenza, che lo renda più in armonia con esso. Si tratta, infine, di qualcosa di essenziale per l’architetto, solo percependo lo spazio direttamente e in prima persona, attraverso il proprio corpo, egli sarà in grado di progettare qualcosa di veramente utile e vicino alle necessità umane. Se l’uomo costruisce poiché abita, per abitare è però necessario che quello specifico spazio venga percorso, esperito fisicamente.

a Sguardo Chino
/Martina Bertani Francesca Costi/
copertina

È prezioso abituarsi ad esperire il territorio in modi non convenzionali. È prezioso ciò che risulta una scoperta dopo l’altra, ogni momento, una volta indossata la lente della psicogeografia.
Condizione necessaria e sufficiente per immergersi nell’ambito psicogeografico è la libertà di movimento, a passo d’uomo, arcaico e sempre contemporaneo. Questo unico espediente permette l’indagine del territorio nella qualsivoglia sua sfaccettatura, intesa come campo del sapere.

In occasione della prima nostra esperienza psicogeografica, abbiamo deciso di adottare una tecnica quasi elementare, una delle tante possibili, nel tentativo di ribaltare uno dei comuni metodi di osservazione del paesaggio.

Abbiamo pensato, più precisamente, di frenare la tendenza dello sguardo spesso affamato di lontananze, di giustapposizioni di fondi e fondali, primi secondi e ultimi piani, di cartoline. Abbiamo preferito piuttosto forzare l’ attenzione verso terra, verso quelle infinite varianti e combinazioni di superfici, mai immobili ma sempre in lotta fra loro, organiche e non, che costituiscono e accompagnano da sempre e in modo più o meno naturale o organizzato, i nostri viaggi.

In due, per mano e con la testa china dalla stazione di Chiasso fino a Mendrisio, abbiamo ricercato e indagato il museo diffuso nelle sue caratteristiche più silenti e involontarie; a terra. In questa avventura certamente ipnotica, abbiamo lasciato però che il nostro sguardo si innalzasse quando veniva richiamato da vari momenti di tensione collettiva.

Il video, a raccogliere le testimonianze di quest’esperienza, tenta di condividerla con la stessa intensità con cui è stata affrontata. Si sforza dunque di rispecchiare la velocità di andatura, la dinamicità e la fluidità dei cambiamenti delle superfici calpestate, altresì delle loro interruzioni. Quasi come pause o piuttosto sospiri si riconoscono i momenti statici di innalzamento dello sguardo e di desiderata profondità di campo.
Predominante è dunque la consecutio dei nostri passi a terra, e la restituzione istantanea dei disegni incontrati, dei collage che creano fra loro e delle relazioni che definiscono. Saltuari sono invece i momenti di innalzamento di sguardo poiché involontari. Questa collezione di visioni panoramiche che chiamiamo punti d’esperienza contengono, all’interno del loro insieme, anche i punti di interesse predefiniti lungo il cammino collettivo.

Il territorio è come una conversazione, sostiene Michel Corajoud, allo stesso modo sosteniamo lo sia il suolo inteso come palinsesto, e visibile spesso come palinsesto. Con questa esperienza possiamo riferirci al paesaggio calpestato come “paesaggio relazionale”, e per relazionale intendiamo luogo di trade cioè di scambio. Linee di forza a segnare le principali direzioni seguite sembrano emergere a discapito di superfici in lotta, fra minerali e organiche, fra paesaggio volontario e artificiale e terzo paesaggio, involontario.

Ad esempio, la giustapposizione di superfici riconoscibili come tipicamente urbane, minerali, disegnate dalle infinite variazioni in termini di durezza e materiale, lavorazione e finitura, zigrinate e bocciardate, colorate e non, lasciano spazio a momenti scherzosi; di interruzione di motivi e inizi di altri, lasciano spazio a scoli d’acqua e le loro griglie, a buffi elementi per il rallentamento del traffico a sventramenti di cantiere. Tutti elementi che ci guidano, comunque, nella loro consequenzialità, per il modo in cui si legano fra loro. Seppur in questo mondo artificialissimo, di strisce pedonali e aiuole spartitraffico, il paesaggio involontario di erbette, licheni e piccoli fiori scaturisce e si riappropria con velocità del suo spazio non appena le manutenzioni scarseggiano e si accumula un po’ d’acqua. Papaveri crescono da un muretto. Senza alzare lo sguardo, sappiamo di muoverci in ambito urbano. Qualcuno schiamazza “guarda lì”; scorgiamo galline in un cortile, vicinissime a noi. Iniziamo ad intuire l’agreste quando le linee di forza marcatissime di marciapiedi iniziano a slabbrarsi, ad indebolirsi in cumuli di sabbie e ghiaiette; ecco li, il terzo paesaggio che impera, particolarmente infestante e rigoglioso. Il professore spiega sulla morfologia e sull’orografia dei luoghi in cui ci troviamo; alziamo lo sguardo, ed ecco un modello imponente attorno al quale tutti si sono radunati, proprio di fianco al bordo del fiume che stavamo seguendo. Camminiamo su tronchi per guadare un ulteriore fiumiciattolo. Quando poi ci si addentra su terreni scivolosi e fangosi, per fortuna stiamo già guardando a terra, poiché radici, grandi sassi e pozzanghere rendono il cammino impervio e piuttosto pericoloso se non si fa attenzione ai propri passi. Non capita spesso di disorientarsi, o di perdere la strada; queste superfici, o meglio queste infrastrutture creano bordi più o meno spessi e densi, sia verso l’ambito urbano che verso quello agricolo, ma non scompaiono mai del tutto.

E’ interessante come dal ribaltamento della tecnica di osservazione, cioè dal particolare predominate al generale a tratti, derivi un ribaltamento della narrazione. Una narrazione spesso anticipata dall’immaginazione quindi dalla deduzione. Lo sguardo chino e la visione solo parziale acuisce l’immaginazione; ecco che intuiamo e riconosciamo sempre meglio, lungo il percorso, lo spazio che ci circonda pure non vedendolo. E lo immaginiamo con sempre meno difficoltà man mano facciamo esperienza di elementi ricorrenti a identificare situazioni della stessa natura.

In ultima analisi; è possibile mantenere l’attenzione entro la soglia ove si innalzano strutture e forme; ciò implica però uno sguardo più rudimentale, più animalesco, uno sguardo che scivola costantemente. Non possiamo negare comunque la necessità, o meglio, la tentazione a tratti di corrispondenza e ricorrenza ad un contesto più ampio, per la paura che lo stesso sguardo rimanga bloccato nella diversità locale.

Flows
/Matteo Calcagno/
copertina

«Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell'impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va.»

Eraclito, Sulla natura

I flussi_ the flows

La caratteristica che si vuole esporre con questo progetto è la necessità e la capacità dell’uomo di incanalare e “governare” lo spostamento, che esso sia di acqua di persone o di mezzi, sottoforma di flussi.

Come nell’aforisma di Eraclito (non ci si bagna due volte nello stesso fiume), è possibile affermare che non si percorre due volte la stessa autostrada e non si cammina due volte sullo stesso sentiero. Questo perché i mezzi intorno a noi sono ogni volta differenti, perché i ciottoli per terra continuano a risentire del passaggio perpetuo delle persone, perché i suoni prodotti dallo scorrimento saranno ogni volta differenti.

Ciò che unisce i flussi naturali e i flussi umani sono le caratteristiche ambientali visive e l’impatto acustico. In particolare lo scorrimento accomuna i flussi, che essi siano naturali o artificiali. Durante il percorso, il passaggio repentino tra luoghi naturali e boschivi, e luoghi trafficati e fortemente urbanizzati, ha messo in evidenza questo parallelismo tra elementi tanto diversi di origine quanto simili di caratteristiche. Ed è quindi con questo progetto multimediale che metto in evidenza la vicinanza dei flussi, alternando quelli naturali a quelli umani, nel tentativo di creare un’esperienza visiva e acustica: una sintesi di una giornata dove questo alternarsi era nascosto dal resto del paesaggio e dagli altri elementi, ma che con questo progetto cerco di mettere in mostra.

Invertire il processo_ reverse the process

Invertire il processo per tornare alle origini: processo di eliminazione dei flussi umani. Si arriva perciò a un picco di artificio e di influenza dell’uomo su corsi d’acqua e flussi infrastrutturali, per poi tornare precipitevolmente alle origini, in un processo a ritroso e di eliminazione dell’intervento umano. In realtà anche buona parte dei flussi naturali dell’acqua sparirebbe poiché essi diretta conseguenza dell’intervento dell’uomo sotto forma di canalizzazione, costruzione di argini, sfruttamento energetico, e interventi a fini paesaggistici.

Il luogo, il suono_ the place, the sound

Con la mappa finale ripercorriamo le tappe dei flussi incontrati durante il percorso e ascoltiamo il ricordo acustico ad esso collegato. Anche in questo caso l’alternanza è tra flussi naturali e flussi umani, esibiti in ordine casuale sulla mappa. Ad ogni tappa il nuovo suono incontrato viene riprodotto, ma i precedenti rimangono in sottofondo, per arrivare alla fine con l’addizione acustica di tutti i flussi incontrati sul percorso, avvicinarli percettivamente ed eliminare gli inframezzi che ostacolavano la consapevolezza generica delle affinità caratteriali dei flussi.

Un racconto a due voci
/Rachele Righini Ana Rafaela Echeverria N./

All’ inizio di questa esperienza non eravamo molto certe di come ci sarebbe piaciuto registrare o documentare il percorso che stavamo per fare. Magari registrarne i colori, i suoni, le porte, le finestre... Parlando in treno mentre raggiungevamo Chiasso, ci siamo rese conto che le possibilità erano infinite e le nostre idee tante. A questo punto, la nostra domanda è stata: ‘Come fare diventare questa esperienza unica per noi stesse?’.

Poco dopo essere arrivate a Chiasso abbiamo deciso di lavorare insieme. Una delle due avrebbe camminato con gli occhi bendati, mentre l’altra l’avrebbe guidata, registrando quei piccoli dettagli che a volte passano inavvertiti. Ne è nato un racconto a due voci: da una parte quello del ruolo di guida, racconta-storie e punto di contatto con la realtà e stimolo all’ immaginazione per la bendata, dall’altro quest ’ultima, con l’attenzione e la sorpresa nata dal nuovo punto di vista, a volte scomodo a volte soprendente, che andava assolutamente condivisa. Due racconti paralleli ed intrecciati che insieme si sono completati e ci hanno permesso di raccontare il ricco tragitto, con episodi e dettagli ‘al quadrato’.

I nostri ‘background’ personali faranno da sottofondo a pensieri, dialoghi e punti di vista che andranno ad arricchire l’esperienza del cammino. Per aiutare nella lettura, condividiamo qui alcuni fatti importanti.

LA BENDATA

Rachi è una ragazza nata in montagna, in Valtellina. L’anno scorso a Monaco di Baviera ha seguito un corso universitario, chiamato ‘Neuroscienza e Architettura’, che proponeva di sperimentare con i propri sensi e stimolava la creatività tramite esercizi guidati. Il risultato è stato un gioco personale e in continuo mutamento con lo spazio della città. Ormai da anni vorrebbe fare l’esperienza di vivere un mese da ‘senza vista’ ma, per motivi organizzativi, fino ad ora ha rimandato.

LA GUIDA

Ana invece è una ragazza nata e cresciuta a Quito, Ecuador. E’ venuta a Mendrisio per i suoi studi di Architettura. Cinque anni fa non parlava nemmeno l’ italiano e ci sono ancora tante cose della cultura Europea così come degli intorni che la sorprendono perchè sono completamente diverse a quello che lei conosceva in Sudamerica.

LA CAMMINATA

Prima di iniziare abbiamo deciso di creare certe ‘regole’, come se si trattasse di un gioco, con lo scopo di aiutarci a eseguire per il tempo più lungo possibile, l’esperimento che stavamo per iniziare. Eccole di seguito:

  • 0. Seguiamo la camminata psicogeografia con il professore Gianni Biondillo e l’assistente Enrico Sassi del 15.05.2021.
  • 1. Camminiamo fianco a fianco, entrambe con la mascherina (causa COVID-19): Rachi bendata, Ana che la guida passo dopo passo.
  • 2. La registrazione vocale è attiva durante tutto il percorso.
  • 3. Alle tappe e ai musei Rachi toglie la benda e ci si può riposare dall’esercizio.
  • 4. Rachi fa schizzi del percorso, così come percepito: dopo una lunga serie di informazioni, quando sente che stanno diventando troppe per continuare a tenerle tutte in testa, toglie la benda e schizza tutti i dettagli e le sensazioni notate.
  • 5. Ana documenta il percorso fatto con fotografie e schizzi.
  • 6. Manteniamo uno flusso di informazioni constante tra bendata e guida riguardo a percezioni/sensazioni/dettagli lungo il cammino.

DOPO LA CAMMINATA

Il nostro racconto a due voci si presenta come un libro da sfogliare in cui le pagine vanno lette affiancate, dall’alto verso il basso, saltando tra una facciata e l’altra per seguire i frammenti di testo che si susseguono. Quest ’ultimo è stato trascritto, nelle sue parti salienti o divertenti, a partire dalle registrazioni collezzionate durante la giornata.

Quaranta micro
accadimenti
/Giusy La Licata/

L’avanzare da un punto di partenza A fino a B ha generato una serie svariata di escursioni: nonostante la logica di tragitto sia stata fissata, ciò che n’è derivato introduce il tema di una moltepli-cità di percorsi, ove degli accadi-menti, (de)consueti ritrovamen-ti della città, son stati registrati. Si è trattato l’inusuale – l’assurdo – l’ossimoro, nelle tracce fisiche rilasciate nel paesaggio urbano.

Pietrificati dall’atto fotografico, gli oggetti trovati, si espongono allo sguardo vigile; laddove l’assuefazione visiva ha trovato dei momenti di riscatto.

Vi è un certo apparato quotidiano ridefinito: i casi documentati spesso sono fuori luogo, quasi ridefiniscono il concetto di quotidiano, di vita urbana, di organico ed inorganico: ci sono ritrovamenti che hanno una natura puramente materiale e altri la quale fisicità ha la durata dell’acqua che evapora.

Una scatoletta di tonno aperta isolata sul bordo del marciapiede; delle impronte di piedi lasciate da scarpe bagnate; il cantiere che presto finirà; un rappezzamento inadeguato del manto stradale; un cartellone ironico di una bambina con tanto di braccioli che emerge da un boschetto esotico sul ciglio di una strada trafficata; la ricerca di comodità e di offerta ospitale di un salottino arrangiato di fronte all’ingresso del proprio negozio, a cui fa da sfondo un’allettante proposta di vendita.

Si è lontano dagli itinerari turistici, se non si tenesse da conto i parchi attraversati, la cui naturale bellezza non è qui discussa. La registrazione degli accadimenti è stato un raccoglimento di impressioni di uno sguardo attivo ma allo stesso tempo disattento, selettivo, filtrante. Nell’atto di investigare queste realtà marginali, vi è stata una serie di relazioni intessute tra aspettativa e trovato: uno pensa di andare in un posto e fissa dei punti, poi accade tutt’altro.

Nella pratica del camminare, si è tentato l’inizio da una tabula rasa; si è cercato di ripulire in modo fallimentare lo sguardo per partire da un punto zero analitico. Un certo occhio giudicatore è sopravvenuto e dunque la premessa iniziale di una visione vergine è scemata. Si è accolto l’intorno dandone delle letture, seppur non unilaterali.

L’elemento vero-reale inatteso è stato l’accadimento.

La strada una linea tra i momenti trovati.

Vi era l’attesa; l’attesa dell’eventualità che qualcosa potesse accadere sempre, in ogni attimo o che nulla accadesse affatto.

copertina copertina copertina copertina
Un segno ricorrente
/Jasmin Houshmand/
copertina

Il 15 maggio 2021 abbiamo visitato i cinque Musei d’Arte del Mendrisiotto. Siamo partiti alle 8.30 dalla stazione di Chiasso e abbiamo visitato diversi punti d’interesse camminando a piedi fino al teatro dell’architettura di Mendrisio. Nel tragitto abbiamo fatto delle brevi pause finché il professore ci richiamava: “Presto che è tardi”.
Il mio interesse si è focalizzato sul percorso in sé, non tanto sui Musei che abbiamo visitato. L’attraversamento a piedi mi ha consentito di osservare il territorio lentamente, cercavo di capire le qualità e le contraddizioni del paesaggio circostante. Ho fotografato “i segni ricorrenti” presenti sia nelle città che negli spazi meno frequentati. I “segni ricorrenti” quali panchine, luci stradali e altri elementi che solitamente non consideriamo perché vengono ritenuti oggetti scontati/banali. In realtà come vedremo nel video, tutti hanno una forma, un colore, un significato o una storia; qualcuno li ha pensati e progettati. Man mano che osservavo, la mia attenzione si è focalizzata sulle panchine che nel tragitto notavo che cambiavano aspetto in relazione al contesto in cui erano inserite e ho quindi indagato le varie forme con cui esse si presentano. Ho cercato di capire il perché si trovano in un luogo (a cosa si affacciano) e se si relazionano con il paesaggio circostante. La panchina anche se oggetto statico, è capace nella sua funzione ospitante di creare interazioni sociali/ricordi per chi ne fa uso. Nel video vedremo che le panchine si differenziano nel design estetico che in molti casi si fonde e collabora con il paesaggio circostante (ad esempio riprendendone la materialità)e in altri casi (prendendo l’oggetto singolo) non si capirebbe il contesto in cui sono inserite.
Paradossalmente questi elementi sono così ricorrenti che diventano scontati all’occhio e il mio obbiettivo è stato quello di osservare e mostrare le qualità/contraddizioni; offrendo una mia interpretazione di esse nello spazio. Nel paesaggio inizialmente “puro” si depositano queste sottili tracce che segnano la presenza umana anche nei luoghi più inaspettati e abbandonati. Sono tracce di epoche passate e di persone che tutt’ora vivono in questi luoghi e rendono uno spazio riconoscibile ed abitato. Nel video vedremo le panchine con il loro contesto; è montato in ordine cronologico del percorso effettuato, per mostrare i rapidi cambiamenti di paesaggio e realtà che coesistono in un territorio ristretto e diversificato.

Itinerario - video:

Nella terrazza del M.a.x. Museo di Chiasso sono esposte temporaneamente delle “poltrone- maschere” di design , del designer Fabio Novembre che hanno catturato la mia attenzione all’inizio del nostro itinerario. La mostra è dedicata alla “reinterpretazione del classico”. L’oggetto ripetuto ha la stessa forma ma diversa colorazione, viene utilizzato dai bambini delle scuole, visitatori del museo e passanti per sedersi ma è anche un elemento di design. Una scultura che attraverso le due aperture degli occhi inquadra frammenti di paesaggio. Nel giardino del museo invece sono esposte altre sculture (panchine/sedie) che hanno solamente funzione espositiva (non vengono utilizzate dalle persone).

Seguendo il nostro itinerario, siamo arrivati al centro commerciale Lidl. All’esterno sono presenti delle panchine gialle che probabilmente riprendono il colore del logo. L’edificio si affaccia a un fiume e un paesaggio verde che contrasta con l’artificialità del costruito. Percorrendo la strada troviamo un grande spazio pavimentato per i parcheggi e infine si arriva inaspettatamente al Mulino Ghitello (Gole della Breggia). La vicinanza del centro commerciale al parco è particolare e le panchine nei due contesti, si differenziano molto nella materialità e forma. La panchina Lidl moderna con forme sinuose mostra i progressi della modernità, tipica di uno spazio commerciale/industriale. Le panchine nel parco invece sono in sintonia con il paesaggio, a partire dalla materialità in legno che con il passare degli anni “invecchia” assieme alla natura circostante.

A Coldrerio invece ho trovato interessante la presenza di due panchine completamente differenti nella forma e materialità nella stessa piazza; di fronte alla Chiesa di San Giorgio. In questo caso (al contrario di quello appena citato Lidl-parco) a partire dalle panchine (senza vedere il contesto) non avrei indovinato la tipologia di spazio in cui sono inserite. La prima in sasso, riprende la materialità del muro circostante e si affaccia alla chiesa. La seconda tipologia di panchina è in ferro bucherellato con un design particolare; più moderna e si affaccia al bar San Giorgio. La mia ipotesi è che probabilmente queste ultime sono state aggiunte in un secondo tempo rispetto alle prime.

Un altra particolarità è la panchina che è stata posta di fronte ai cassettoni dei rifiuti. La panchina si affaccia alla strada e a una dimora privata, potrebbe essere questa la ragione della sua disposizione in questo punto, ma comunque non comprendo la necessità. Sulla stessa via, in uno spazio di transito di macchine ed intersezione di strade, troviamo due panchine poste vicino a una bucalettere della posta. In questo caso, vedendo il contesto comprendo la disposizione di queste ultime, si affacciano alle sculture che sono presenti nel giardino di fronte.

In seguito siamo andati a visitare la Pinacoteca di Züst, all’uscita del museo non abbiamo trovato posti in cui sedere e mi è rimasta impressa l’immagine di alcuni studenti che si sono seduti sul muretto di fronte al museo; ho quindi pensato che anche questo elemento potrebbe essere una sorta di “panchina”. Una situazione simile è stata riprodotta nel Museo d’arte di Mendrisio, nella quale ci siamo seduti tutti nella corte centrale sul muretto (come rappresentato nel video) rendendo questo elemento anche una sorta di panchina.

Memoria, appigli e discrepanze
/Giada Walzer/
copertina

Esattamente un mese fa, in un sabato mattina relativamente coperto, siamo partiti dalla stazione di Chiasso per la nostra giornata di studio: una passeggiata sul territorio del Mendrisiotto con tappa nei cinque Musei d’Arte presenti. Molte e vaghe erano le idee per una lettura di questa esperienza di psicogeografia; lungo tutto l’arco della giornata ho scattato delle fotografie e mi sono guardata attorno, non ponendo la mia attenzione a dei soggetti o delle tematiche particolari.

Sulla strada di casa, quella sera stessa, ho immaginato l’esercizio di analisi che sto per presentarvi. Ho deciso di riporre virtualmente le fotografie in un cassetto e di lasciare che il tempo, e gli impegni della fine del semestre, sbiadissero la mia esperienza.

Oggi, un mese dopo, presento in questo video il mio ricordo del percorso di quella giornata, ponendo l’attenzione su quei tracciati che ho percorso per la prima volta, e rifletto su quei luoghi che riesco ancora a tracciare sulla punta della matita. Sono in particolare quattro i punti dove la mano si sofferma su di un disegno più dettagliato, punti dove la mia mente deve aver scattato una delle sue fotografie.

Mi accorgo fin da subito che, forse a causa di un’attenzione ed un’energia maggiore, il percorso dal punto di partenza, la stazione di Chiasso, per quasi tutta la durata della mattinata, presenta dettagli maggiori e una chiarezza tale per la quale riesco a riproporre la quasi interezza del tracciato. Mi annoto la presenza di punti di riferimento sia fissi che temporanei, come i cantieri davanti alla stazione, e, lungo il percorso, tengo traccia in particolare di svolte, cambi di pavimentazione, arredi e materiali, come ad esempio quelli presenti nel centro pedonale della città.

È molto spesso il contrasto di elementi a determinare un ricordo più vivido, come l’aprirsi del tessuto urbano nel centro culturale di Chiasso, la presenza del verde oppure l’accostamento di edifici dai materiali e dall’estetica molto diversi: la trasparenza del museo, la pietra striata dai toni marroni del cinema, la facciata a strisce blu della palazzina vicina, ...

All’imbocco di questo spazio ho scattato la prima “fotografia mentale” e dà da riflettere pensare che, nel guardare tra le effettive fotografie di quel giorno, io non trovo traccia alcuna di quel particolare punto. Come se il fatto di scattare una fotografia con un cellulare sollevasse il cervello dal compito di immagazzinare qualche informazione e, viceversa, l’aver fissato quel ricordo nella mente avesse reso superfluo lo scatto digitale. Lo schizzo elimina parti della realtà, libera lo sguardo verso gli oggetti di interesse, come i grandi alberi o l’ingresso dell’edificio, distorcendo parzialmente la realtà. Ritorno sui luoghi di questi disegni per ricercare la posizione di quel ricordo e scattare una fotografia di confronto.

Proseguendo il cammino, là dove il percorso segue un disegno di strade pensato prettamente per le automobili, i punti di riferimento diventano i nodi infrastrutturali delle strade. Le distanze e i tempi sembrano dilatarsi come se tutto ciò che si trova tra una rotonda e la successiva non fosse degno di nota.

Giunti all’imbocco del parco delle Gole della Breggia, è di nuovo il contrasto l’appiglio della memoria al ricostruire questo percorso; significativo è lo stacco tra il contesto del centro commerciale e la grande presenta delle automobili con il verde del parco; la natura torna protagonista, con animali, acqua e vegetazione.

La seconda “fotografia” è quella del complesso del mulino del Ghitello, dove il ricordo sovrappone le differenti viste e facciate della costruzione, riproponendo un’inquadratura inventata che riassume gli elementi particolari del luogo: l’acqua, e i macchinari che la gestiscono, circondano i muri perimetrali della costruzione, l’arco di ingresso che si apre sul cortile pavimentato, il verde che circonda la scena.

D’ora in poi, il percorso tra un punto di sosta e l’altro si fa sempre più rarefatto; si ricordano maggiormente i punti di attraversamento delle strade e i luoghi che permettono particolari punti di vista sul territorio che ci circonda. La Scuola di Mezzana, circondata dai suoi vigneti, si apre sulla collina sottostante ed è uno dei primi momenti dove la vista si spinge più lontano del percorso da compiere.

Terza “fotografia” viene presa all’apiario didattico, anche qui vi è un buon grado di somiglianza con la realtà e, anche se alcuni dettagli si sono persi nel tempo. Il racconto della sua progettazione che aiuta a dare solidità alla memoria; il raccontare di un luogo, oltre che il vederlo di per sé, arricchisce di contenuti la memoria, associando all’immagine anche una storia.

I successivi punti fermi nei ricordi della seconda parte del percorso, sono da ritrovarsi nell’incrociare le grandi infrastrutture e nel trovarsi a camminare lungo assi stradali importanti, ma diventa sempre più difficile dare un giusto ordine, e soprattutto una giusta distanza, tra questi riferimenti.

Ultimo scatto di dettaglio è il Museo Vincenzo Vela di Ligornetto, che colpisce per il rigore del suo parco. È il disegno del verde a colpire maggiormente la memoria, tanto da omettere nell’inquadratura persino il particolare edificio accanto al cancello.

La stanchezza di fine giornata proietta alla fine del percorso, i dettagli rilevati sono sempre meno, ad eccezioni di quelli particolarmente eclatanti, come l’ennesimo attraversamento dell’autostrada e la presenza della zona industriale di Mendrisio con le sue numerose e alte torri verdi. Sul finire del percorso torno in luoghi conosciuti e quasi quotidianamente percorsi, decido allora di fermare prima il mio esercizio.

Il mese trascorso ha lavato via molti dei dettagli di quella giornata, lasciando unicamente quegli elementi di spicco sul percorso intrapreso, in buona parte situazioni con elementi di contrasto, cambi di direzione, ... Appoggiandosi unicamente alla memoria, la mappa ricostruisce con maggior lucidità quei luoghi che si sono impressi per particolarità e contrasto o perché associati ad una conoscenza più profonda, causata da una sosta maggiore o per il racconto di una storia legata ad esso; l’aprirsi di un polo culturale cittadino, il funzionamento del mulino, la costruzione dell’apiario e l’estetica del giardino.

Angolo Via Vincenzo Vela

copertina
Ingrandisci

Mulino del Ghitello

copertina
Ingrandisci

Apiario didattico

copertina
Ingrandisci

Museo Vincenzo Vela

copertina
Ingrandisci
Learning from Mendrisiotto
/Massa Edoardo - Massi Maria Vittoria - Tirabosco Lorenzo/
copertina

Il territorio che incontriamo dopo il confine, tra Chiasso e Mendrisio, si caratterizza ricco di spunti per analizzare il paesaggio antropico di una nascente città diffusa e offre la possibilità di sviluppare alcune riflessioni inerenti la morfologia urbana. Utilizzare il passo come mezzo di locomozione attraverso un territorio principalmente pensato per la mobilità veloce permette di avere maggior tempo di riflettere sui significati velati che il paesaggio ci offe e di interrogarci su quali siano i loro motivi e le intenzioni di chi li ha progettati o commissionati.

Vogliamo analizzare il paesaggio vissuto durante la camminata interrogandoci sul perché della sua forma, tentando di distinguerne significato e significante. Un edificio non è mai una costrizione e basta e non è mai solo il colore scelto per tinteggiarlo o le funzioni contenute al suo interno. Ogni opera viene caricata dal committente o dalla storia di concetti che vanno oltre i confini fisici dell’oggetto. Le statue di Vela non si limitano a rappresentare fedelmente i grandi personaggi del regno di Italia, ma vogliono essere simbolo del potere reale e della tenacia dei suoi fautori. Il distacco tra significante e significato si esplicita. Avendo questo esempio come guida ci possiamo ora chiedere come mai per il polo museale di Chiasso siano stati chiamati dei grandi architetti e siano stati realizzati edifici dal carattere alieno all’architettura del centro storico della città, oppure come mai in una periferia di case per lo più anonime alcune abitazioni vengano marcate attraverso ornamenti quali statue o affreschi, o ancora il motivo per il quale il centro pronto intervento, porta di Mendrisio, sia progettato fuori scala rispetto alle esigenze della polizia di una piccola città e al paesaggio urbano limitrofo.

Prenderemo di seguito in analisi tre zone che noi consideriamo esemplificative: Chiasso e il polo culturale del m.a.x. museo insieme al centro sportivo e lo Spazio Officina; Genestrerio, Ligornetto e Rancate come esempi della realtà residenziale tra le due città principali ed infine la città di Mendrisio soffermandoci nello specifico nel Centro Pronto Intervento ed il Teatro dell’Architettura.

45°50′13.22′′N, 9°01′35.91′′E

Uscire dalla stazione, cominciare a camminare. Si passa spesso per quelle vie di Chiasso per prendere un treno, per passare la frontiera; raramente però si attraversano a piedi. Camminando si osservano nuove cose, si comprendono maggiormente le differenti relazioni tra ciò che ci circonda. Prendersi del tempo per riflettere su come nella banalità delle costruzioni che si scorgono passo dopo passo, quelle poche opere singolari che si possono incontrare risultano ancora più maestose. Ci si chiede Chi le ha realizzate e soprattutto per Chi.

Se si cammina per Chiasso non ci si può non porre queste domande passando di fronte al m.a.x. museo; la cosiddetta “lanterna” della città. Ciò che si sa di quest’opera architettonica lo si può leggere in qualsiasi locandina che parla del museo. È stato realizzato nel 2005 grazie al progetto di un famoso studio di architettura svizzero, Durisch e Nolli, su iniziativa privata della Fondazione Max Huber-Kono; è divenuto poi nel 2010 istituzione pubblica del Centro Culturale del comune di Chiasso, assieme alla palestra comunale, allo Spazio Officina, al Cinema Teatro e alla Biblioteca.

Il m.a.x. museo. Sicuramente la figura di Max Huber fa parte dei motivi per cui questo centro d’arte è stato pensato. Ma se veramente ci si ferma a pensare alla città di Chiasso, alla sua storia di città di frontiera, di passaggio, di migrazioni e di commerci, non può non saltare alla mente la necessità e la volontà da parte della città e dei suoi cittadini di volerle conferire un carattere urbano sempre in evoluzione e di spicco. Non solo porsi come luogo di divulgazione di conoscenze grafiche, di design ma come polo di promozione di una città il cui carattere culturale sta cercando maggiormente di emergere, e il m.a.x. museo gioca qui il ruolo chiave di punto centrale, di “faro urbano”.

Passato il m.a.x. museo la strada che si percorre esce dal centro abitato; si arriva alla periferia commerciale di una Chiasso che mostra qui un’altra immagine di sé. Rumori di macchine e treni che passano accompagnano un susseguirsi di cartelli stradali e di grandi insegne luminose dai colori contrastanti. Si passa dal polo della cultura a quello del consumismo di massa, con i suoi centri commerciali, supermercati e autogrill.

Entrare nel regno della velocità, dove il tempo diventa il metro di misura di ogni cosa. Più una macchina corre veloce e più l’insegna deve essere grande, gialla, imponente. Più il tempo in cui ci si può fermare in questi non-luoghi diventa breve e maggiori sono le loro dimensioni, in un climax di proporzioni estremamente esagerate. Camminando qui, si osserva come questi luoghi sono concepiti non per il pedone, per chi camminando osserva con mente coscienziosa, bensì per una mobilità automatizzata che fa della velocità e dell’attimo colto il suo motto d’esistere.

45°51′18′′N, 8°57′37′′E - 45°51′46′′N, 8°57′05′′E - 45°52′17′′N, 8°58′07′′E

Usciti da Chiasso abbiamo vissuto dei momenti più rilassanti e in un certo senso silenziosi per il tema che stiamo analizzando. Il parco delle gole della Breggia e il parco della Valle Motta rappresentano il paesaggio incontaminato e indisturbato dalla costruzione che lo stato svizzero si impegna a mantenere come garanzia rispetto alla costruzione rapida ed incontrollata delle zone periferiche delle città che sta sfociando nella formazione di una grande città diffusa tra il confine e Lugano. Nel tentativo di mantenere la reputazione che caratterizza il Canton Ticino come luogo naturale e paesaggisticamente unico.

Genestrerio, Ligornetto e Rancate si presentano come delle periferie residenziali con un paesaggio a bassa densità abitativa segnato principalmente dalla mobilità veloce necessaria per muoversi all’interno del territorio. La morfologia del costruito non presenta nulla di eccezionalmente interessante, troviamo casette unifamiliari di due piani poste al centro del lotto e piccole attività commerciali lungo le strade. Camminare tra le case a primo acchito da un grande senso di tranquillità non essendoci troppo traffico e un’assenza quasi totale di rumore, ma dopo qualche strada e qualche svolta si inizi a far spazio una certa inquietudine scaturita dall’estrema omogeneità del paesaggio. Le case risultano anonime e l’esperienza di attraversare i quartieri residenziali diventa quella di un labirinto dove si perdono punti di riferimento. Si fa spazio nella mente una domanda relativa alle personalità che vivono dento quelle abitazioni. Sono forse anche loro appiattiti in una vita di routine dove, come le loro case, costituiscono un'altra tessera di un mosaico che una volta completo non è che sfumature di grigio?

Questa frattura tra paesaggio urbano e abitanti si percepisce in quei momenti in cui compaiono delle case che per non omologarsi ai vicini si adornano di decorazioni per darsi un carattere. Esprimono la volontà del proprietario di farsi vedere e localizzarsi nel paesaggio. Allo stesso modo questo gesto influisce nella nostra esperienza poiché rompe la monotonia e fa diventare la casa una sorta di Landmark o punto di orientamento nel quartiere. Può risultare difficile ricordare una casa specifica o la corretta sequenza di strade attraversate. Rimane però impressa nella memoria l’immagine di una casa, all’apparenza anonima, ma che a uno sguardo più attento mostra murales dai colori sgargianti; chissà chi vive lì dentro e chi ha dipinto il muro? Ora il motivo risulta chiaro.

Una casa che al giorno d’oggi spicca particolarmente è la vecchia casa dello scultore Vincenzo Vela. Sorta sopra una collina, domina il territorio con la sua architettura neoclassica e la poderosa scalinata di ingresso. Il “Pantheon Vela” incute deferenza e soggezione. In origine lo scultore, di ritorno dalle sue esperienze artistiche in Italia voleva avere una casa che potesse testimoniare l’importanza e le ricchezze acquisite durante il risorgimento italiano. Partito da contadino da un piccolo paesino del Mendrisiotto ritorna come scultore della famiglia Savoia e dei principali protagonisti della nascita dello Stato Italiano. Un’architettura estremamente presente nel paesaggio come la personalità che la abitava. Dopo la morte dello scultore la villa viene donata alla confederazione e diventa il primo museo pubblico del Ticino, ad oggi è uno dei pochissimi musei federali. L’esperienza che si ha al giorno d’oggi della casa è ancora più forte rispetto a quella che doveva essere in origine. Inaspettata è la scenografia che si apre dinanzi a noi dopo essersi addentrati nel piccolo borgo. L’impegno della Federazione e della Fondazione Vela di mantenere in perfetto stato la casa ed il giardino circostante, sono l’espressione della volontà di caratterizzare i diversi paesi periferici come un paesaggio culturale, dal quale si sono sapute distinguere personalità eccezionali. La casa Vela diventa un “faro” delle possibilità in potenza racchiuse nel territorio. Un giorno, pur partendo da una casa uguale a tutte le altre, ci si può distinguere e fuggire dall’anonimato attraverso la cultura.

45°53′11′′N, 8°59′18′′E

La tappa conclusiva del percorso è Mendrisio. Si entra nella città in modo insolito, superando i binari e arrivando a piedi nella via della stazione. Il percorso passa davanti al Centro di Pronto Intervento della polizia di Mendrisio, progettata dall’architetto Mario Botta. Esso si presenta come la porta di ingresso alla città, ricordando così un bastione medievale: la scala monumentale, il materiale ricercato, le forme squadrate e i tagli in facciata. Paragonato alle costruzioni vicine è estremamente riconoscibile e la torre per le esercitazioni dei pompieri si caratterizza come un punto di orientamento visibile.

Rappresenta nel contempo il potere esecutivo contenuto al suo interno, a protezione della città e la volontà di definirsi come un polo gestionale per tutto il territorio e la città diffusa attraversata durante la giornata. Deve avere un aspetto forte, duro e che sappia intimorire.

Superata la “porta” entriamo nel borgo storico della città. Si incontra un paesaggio urbano domestico silenzioso, senza macchine e popolato dagli avventori dei piccoli bar o negozi delle vie storiche. L’identità di queste strade è radicata nella storia del paese, nei lavori tipici e nella routine e pertanto non necessitano di architetture evidenti per distinguersi o caratterizzarsi.

Il percorso si conclude al campus dell’Accademia di Architettura di Mendrisio. Superati Palazzo Turconi e Villa Argentina, eleganti edifici storici che sono riusciti nel corso degli anni a riadattarsi e ad abbracciare funzioni differenti mantenendo l’aspetto originale, sorge il nuovo Teatro dell’Architettura di Mendrisio (T.A.M.). Progettato dall’architetto Mario Botta, è l’ultima aggiunta all’infrastruttura della facoltà. Come nel caso del Centro Pronto Intervento, il teatro assume, grazie alla sua volumetria e all’uso del materiale pregiato, una presenza distinguibile e autorevole. Gli interni ospitano mostre temporanee e spazi adibiti alla didattica. Il T.A.M. rappresenta l’autorevolezza dell’Accademia di Architettura: è un monumento alla conoscenza che mira a creare un flusso di visite che possa aumentare l’interesse relativo all’università e alla città.

Dietro ogni facciata, svoltato un generico angolo stradale, l’individuo trova sempre davanti a sé la rappresentazione architettonica di uno “stato di essere”. L’oggetto costruito viene posto davanti agli occhi di chi lo guarda con il fine di raggiungere un determinato scopo: politico, sociale o culturale. Il proprietario di una casa, il gestore di un bar, il direttore di un museo, il sindaco di una città, articolano il tessuto urbano cercando di distinguersi e localizzarsi all’interno del paesaggio: passandoci accanto, essi possono essere facilmente riconosciuti e ricordati per come si manifestano, veicolando un messaggio in modo subliminale senza una particolare attenzione analitica all’opera costruita.

For Human eyes, For not Human Eyes
/Francesca Malventi, Carlo Galli/

La notte durava venti secondi, e venti secondi il Gnac. Per venti secondi si vedeva il cielo azzurro variegato di nuvole nere, la falce della luna crescente dorata, sottolineata da un impalpabile alone, e poi stelle che più si guardavano più infittivano la loro pungente piccolezza, fino allo spolverio della Via Lattea, tutto questo visto in fretta in fretta, ogni particolare su cui ci si fermava era qualcosa dell’insieme che si perdeva, perché i venti secondi finivano subito e cominciava il Gnac. Il Gnac era una parte della scritta pubblicitaria Spaak-Cognac sul tetto di fronte, che stava venti secondi accesa e venti spenta, e quando era accesa non si vedeva nient’altro.

Italo Calvino, “Luna e Gnac” in Marcovaldo ovvero le stagioni della città, Einaudi, Milano

Il ruolo della luce artificiale e naturale nel paesaggio tra Chiasso e Mendrisio è l’oggetto di studio della nostra esperienza psicogeografica. Dopo aver camminato lungo il percorso durante la mattinata e il pomeriggio del 15 maggio, ci siamo chiesti: “Che ne è del paesaggio al calar della notte? “Partendo da questo interrogativo abbiamo iniziato la nostra nuova indagine esplorativa con la scomparsa del sole, che ci ha permesso di sviluppare nuovi modi di guardare e percepire il paesaggio precedente analizzato con luce diurna.
Il paesaggio notturno limita il margine di orientamento, e di riconoscibilità di determinati luoghi, enfatizzando un certo senso di insicurezza e spaesamento iniziale. Nella nostra esperienza abbiamo notato che con lo scorrere del tempo i nostri occhi si sono adattati perfettamente al graduale cambiamento di luce, riconoscendo percorsi, orizzonti lontani e permettendo al nostro sguardo di diventare ancora più profondo. Ma tale caratteristica è stata violentemente interrotta dalla presenza di un enorme quantità di luce artificiale in zone definite. Paradossalmente la notte può lasciar vedere aspetti caratteristici di un paesaggio che di giorno possono apparire più sfocati come il margine tra i luoghi naturali e i luoghi fortemente antropizzati. L’esempio più chiaro è riconoscibile nella marcata scia luminosa dell’autostrada. Le luci artificiali sono elementi antropici privilegiati per indicare la presenza dell’uomo in un luogo. Sottolineando i flussi di movimento a cui è sottoposta questa zona di confine: treni, camion e auto, sono i nuovi protagonisti del territorio, e all’improvviso tutto prende vita in base alla capacità di essere riconoscibile e identificabile da un mezzo in movimento. I simboli stradali e le insegne diventano i nuovi gli elementi di orientamento, riflettenti al bagliore delle luci delle auto o illuminati dai neon colorati catturavano la nostra attenzione soprattutto nelle zone di bassa densità abitativa, dove le architetture circostanti acquisivano una particolarità, nel momento in cui venivano affiancate questi elementi lampeggianti e colorati in un paesaggio in cui la aspetto più caratteristico diventava la comunicazione più che la sua dimensione spaziale.
La società contemporanea ormai è diventata totalmente dipendente dalla luce artificiale, così alla fine della nostra passeggiata notturna, priva di un qualsiasi scenario romantico e un sottofondo musicale che ricordi la Parigi degli anni 20, ci siamo chiesti: “Di quanta luce abbiamo veramente bisogno?”

Il Suolo: composizione ed esperienza dello spazio
/Vittoria Maria Baruffaldi Preis/
copertina
copertina
Ingrandisci

L’esperienza del 15 Maggio 2021 attraverso una camminata, si è svolta a partire dalla stazione ferroviaria di Chiasso per arrivare infine a Mendrisio, passando per diverse tipologie di paesaggio, dall’abitato al rurale, dal costruito al naturale.

L’obiettivo era di raccontare il territorio attraverso il metodo psicogeografico, percorrendo lo spazio a piedi.
Per questo motivo ho scelto di focalizzarmi sull’atto del camminamento vero e proprio, inteso come atto meccanico di movimento, e sulla conseguente esperienza sensoriale visiva.
Lo scopo dell’analisi è la percezione soggettiva dell’individuo, che comprende sia la sfera fisica del soggetto, quindi il corpo, i piedi, la sensazione che questi ultimi hanno del cambiamento, sia la sfera visiva, considerando tuttavia un raggio visivo limitato e proteso al suolo.
Si tratta di un’analisi cognitiva che si concentra sull’esperienza del singolo: come la percezione dell’individuo permette a quest’ultimo di analizzare l’intorno.
Riuscire a comprendere l’ampia scala del territorio attraverso quella più specifica dell’individuo.

Utilizzando questo metodo, è possibile comprendere il territorio attraverso lo studio del suolo, quindi attraverso l’analisi del suo piano orizzontale.

Il video mostra il cambiamento del suolo nei macro elementi che compongono il territorio del mendrisiotto: il paesaggio urbano e quello naturale.
Lo schema non segue l’ordine cronologico del percorso intrapreso, ma si focalizza sulle diverse tematiche che riguardano le due tipologie di paesaggio.

I paesaggi urbani che abbiamo visitato, sono caratterizzati da elementi comuni; il linguaggio orizzontale più esplicito è la presenza di diverse tipologie di pavimentazione e textures che compongono il suolo, che si differenziano a seconda della loro funzionalità.
Per esempio a Chiasso, nella zona pedonale, vi è una pavimentazione più elaborata rispetto a un normale marciapiede, ad indicare una ricercatezza particolare per un luogo che prevede anche un momento di stasi e vita comune, non solo di passaggio.
Il disegno del paesaggio urbano mostra una certa linearità e direzione (marciapiedi, strade, pavimentazioni direzionate,...), che permettono all’individuo di orientarsi e muoversi nella comunità con più agio, in maniera meno caotica rispetto a un paesaggio senza convenzioni.
Quando camminiamo spesso siamo portati a guardare verso il basso e per questo motivo alcuni segnali (direzionali e non) sono posti sul suolo: il piano orizzontale così si dimostra la risultante del binomio fisico-visivo prima esposto.

Il paesaggio naturale è caratterizzato da una forte presenza di vegetazione, attraverso la quale l’uomo ha impresso la propria presenza.
Si compone di percorsi tracciati, che però non seguono le stesse convenzioni di quelli urbani, bensì si sono venuti a creare nell’arco del tempo, a seguito di necessità funzionali.

Emerge una differenza sostanziale tra il costruito urbano e il tracciato rurale, che viene evidenziata dalla poca linearità dei percorsi che si avvalgono di “pavimentazioni” meno regolari e più inclusive nei confronti dell’intorno.

La presenza di elementi di ostacolo al camminamento, lascia trasparire la mancanza di necessità di rendere questi spazi più agevoli.

In una realtà fintamente rurale come quella dei giardini del MuseoVela di Ligornetto,emerge la fusione di entrambe le tipologie di paesaggio analizzate finora.
In un ambiente naturale, vengono inseriti elementi che richiamano l’intenzionalità urbana del percorso obbligato, e del disegno lineare.

Il paesaggio artificiale e quello naturale sono correlati e in continua comunicazione, e si influenzano l’un l’altro: troviamo nel paesaggio urbano la presenza di elementi naturali disegnati ad hoc, e allo stesso modo troviamo elementi artificiali nel paesaggio naturale, solitamente legati a una specifica necessità.

In conclusione, a partire dal metodo psicogeografico, è emerso un ulteriore metodo di analisi del territorio, che non si adatta ad un unico luogo, bensì pone delle linee guida che permettono di comprenderne la composizione.

Clues
/Alessandra Cavallaro/
copertina

La narrazione che ho scelto di proporre del territorio percorso sabato 15 maggio 2021 nasce dalla seguente domanda: è possibile fare esperienza del paesaggio analizzando le scritte e i simboli che lo popolano?

Mi sono domandata infatti se fosse possibile raccontare un luogo e le sue sfaccettature attraverso dei segnali che comunemente appaiono sterili.
Nel mio racconto il paesaggio si disegna attraverso delle parole e dei segni presenti nel reale. Il lavoro vuole mostrare un testo narrativo già esistente e scritto nel territorio che risulta diverso a seconda della direzione del percorso che si decide di intraprendere.

L’idea nasce dalla convinzione che non si può vivere all’infuori di una narrazione e dalla teoria che determinate cose vengono riconosciute proprio perché diamo ad esse un nome, come spiega nella seguente citazione lo scrittore, critico e documentarista Gianni Celati:

“Le parole non servono per rappresentare il mondo esterno con descrizioni più o meno convincenti – come se il mondo fosse un oggetto naturale inerte, sempre uguale a sé stesso. Le parole ci servono per chiamare le cose, per distinguerne il loro uso, per figurarci il loro tono affettivo negli insiemi particolari, attraverso rapporti immaginativi, e la loro sparizione."

Gianni Celati, Conversazioni del vento volatore, Macerata, Quodlibet Compagnia Extra, 2011, pag. 68

Le indicazioni trovate lungo il percorso, se analizzate facendo attenzione al linguaggio della loro grafica, risultano essere dei chiari narratori del paesaggio. Possiamo appunto vedere come cambino di dimensione, colore e font, in base alla loro localizzazione. Ogni indicazione è infatti progettata per essere presente in uno specifico spazio e per essere visibile ad una precisa tipologia di utenza: ecco perché un’insegna visibile da una superstrada a bordo di un’automobile è diversa da un’insegna leggibile da una persona che passeggia a piedi in un parco. L’aspetto interessante è come la sola successione di queste indicazioni ci permetta successivamente di ricostruire una descrizione del paesaggio e del tragitto percorso quasi totale. Tramite i cartelli il nostro immaginario è in grado di associare ciò che vediamo rappresentato solo graficamente ad una serie di azioni, di rumori e di odori che compongono i luoghi nella quale sono posizionati. Le indicazioni si trasformano quindi in indizi da seguire per interpretare un testo pieno di parole: il paesaggio.

Camminata 15.05.2021

copertina
Ingrandisci

Tragitto 1

copertina
Ingrandisci

Tragitto 2

copertina
Ingrandisci

Tragitto 3

copertina
Ingrandisci

Tragitto 4

copertina
Ingrandisci

Tragitto 5

copertina
Ingrandisci

Tragitto 6

copertina
Ingrandisci

Tragitto 7

copertina
Ingrandisci

Tragitto 8

copertina
Ingrandisci

Tragitto 9

copertina
Ingrandisci

Tragitto 10

copertina
Ingrandisci
Invasioni
/Arianna Sebastiani/
copertina

In veste ironica e provocatoria il video proposto ha l’intento di suscitare una riflessione sulla speculazione edilizia che caratterizza le zone attraversate. Così come la palma ha invaso il territorio ticinese, oggi sono gli edifici ad invaderne le verdeggianti valli.
Da quando mi sono trasferita in Ticino devo ammettere che la presenza della palma mi ha sempre fatto sorridere, così fuori dal suo contesto e al tempo stesso così a suo agio in questo clima “nordico”.
Al contrario l’immensa stesa di case, industrie e infrastrutture mi fa riflettere.

Il video si apre con alcune immagini di terrazzi e giardinetti a Chiasso, la prima città incontrata lungo il percorso.
Una natura artificiale che cerca di invadere e occupare lo spazio attorno a sé, strabordando dai balconi in cemento, sembra voler riappropriarsi del suolo.
Segue un cancelletto pittoresco che si apre e ci porta a scorgere quelle stesse piante, costrette nei terrazzi e nelle aiuole, a diffondersi e invadere il territorio, adattandosi alle sue forme e confondendosi con piante autoctone. Così ciò che appare è un paesaggio dove la palma si alterna con ville, condomini, fabbriche e chiese.

La palma non appartiene realmente al suolo ticinese, questa si diffuse nei paesaggi lacustri durante l’Ottocento.
Infatti con l’avvento dei Grand Tour ottocenteschi, il sud alpino, in particolare i laghi ticinesi e la loro periferia, divennero mete turistiche a tutto tondo.
Fu in quel periodo che cambiarono molti aspetti del territorio: il fine era creare una città per stranieri e dunque parchi con piante esotiche, passeggiate lungo lago, ampliamenti delle infrastrutture e residenze estive. Oggi il territorio è notevolmente antropizzato, a partire dall’evidente città diffusa che caratterizza le zone di confine ma anche, in maniera meno evidente, in natura, dove la palma, il cedro, il cipresso e altre specie hanno invaso i boschi, determinando un cambiamento paesaggistico importante.

C’è da chiedersi però se il vero problema sia la diffusione di piante non autoctone o piuttosto il diffondersi delle periferie...

copertina
Ingrandisci

La mappa evidenzia alcune architetture che spiccano nel territorio e che si possono ritrovare nel video.

In rosso scuro il percorso seguito.

I love NY…NB
attraverso la Nuova Bellinzona
Narrazione
Stratigrafie
Bini
Narrazione
Nuova invisibile Bellinzona
Di Vieste
Narrazione
Bellinzona Stand Up
Gliaschera - Vandelli
Narrazione
Impresso
Bischof
Narrazione
Bellinzona East-West
Schrepfer
Narrazione
Bellinzona Fashion Week
Batista
Narrazione
Città ideata
Minocchi
Narrazione
Reading the ground
Fenwick - Vegue
Stratigrafie
Quali identità dietro Nuova Bellinzona
/Chiara Bini/
La nostra esperienza psicogeografica ha avuto luogo sabato 5 novembre 2016, sotto la pioggia. Dalla stazione di Mendrisio abbiamo preso un treno che ci ha condotto fino a Castione Arbedo. Da qui ci siamo diretti a sud, e percorrendo una distanza di circa 15 Km, che in alcuni punti si ricongiungeva con i comuni del bellinzonese, siamo giunti verso le sei di sera a Giubiasco, dove un treno ci ha ricondotto a casa. Cosa inseguivamo? L’oggetto della nostra avventura era stampato a caratteri cubitali sugli adesivi che ci eravamo appiccicati un po' ovunque: I love NB, ossia Nuova Bellinzona. Cercavamo una nuova narrazione capace di entrare nel profondo della complessità di questo territorio le cui autonomie si vedranno presto aggregate sotto un’unica bandiera. Per questo ci siamo affidati alla psicogeografia, che entra nel paesaggio e attraversandolo a piedi, riesce a leggerlo nella sua quadrimensionalità, offrendo una combinazione infinita di percezioni nuove differenti punti di vista. La mia narrazione nasce dall’interesse per quei baluardi, quei punti saldi in cui la zona del bellinzonese si identifica. Ero incuriosita dalla storia che resta nascosta tra le pietre e volevo capire se il tempo avrebbe dato ragione d’essere all’orgoglio ticinese. Mi sono dunque focalizzata su tre esempi, risalenti a periodi storici differenti e su scale differenti: la nascita del Canton Ticino, l’evoluzione di Castelgrande e la modernizzazione del piano regolatore di Monte Carasso.
/Canton Ticino/
Nuova Bellinzona non è il primo caso di aggregazione a cui va incontro il Canton Ticino, esso stesso nacque da un’unione imposta dall’alto che in principio non guardò in faccia alle popolazioni coinvolte.
/Castelgrande/
Scopriamo come l’edificio simbolo della città di Bellinzona nasconda tra le pagine della sua storia secoli di gesta italiane e francesi
/Monte Carasso/
Monte Carasso sembra essere l’unico tentativo di pianificazione urbana unitaria e di qualità all’interno dello sprawl attorno alla città di Bellinzona, a cosa si va incontro quando si parla di Nuova Bellinzona?
Sebbene ci sia un’evidente vicinanza geografica tra i comuni interessati - tale da permetterci di attraversare l’intera area in una giornata - il distacco tra di essi è relazionale: i borghi sono estranei l’uno all’altro e desiderano mantenere viva la propria identità culturale. L’antica città medievale, pensata a misura d’uomo, è cresciuta, inglobando caoticamente il territorio, fino al punto che complessità e varietà si sono trasformate in disordine. Camminando attraverso Nuova Bellinzona percepiamo che la città disegnata dalla logica del potere si è scontrata con la città che gli individui vivono ogni giorno. L’esperienza psicogeografica, infatti, mi ha posto davanti agli occhi un paesaggio frammentato, eterogeneo, ma non ricco, in cui lo sprawl attorno ai centri principali ha dato vita all’indifferenziata città Ticino. Ne è prova il fatto che per non rimanere assorbiti da questa monotonia e per identificarsi ancora in un borgo, i cittadini fanno riferimento a piccole realtà architettoniche: la tal chiesa, o la tal piazza dove aggregarsi. Dal momento che la psicogeografia ci insegna a leggere il paesaggio culturale come un deposito della memoria delle interazioni tra territorio e cultura stessa, mi sembra che questo scenario nasca da un’identità confusa, che percepisce la regione come spazio di permanenza ma non ancora come luogo di appartenenza, per lo meno non collettiva. Si può operare al contrario? Si può plasmare un’identità culturale costruendo il paesaggio con cui la società vorrebbe autorappresentarsi? Questa mi sembra l’unica soluzione, che l’aggregazione di Nuova Bellinzona non sia soltanto l’ennesima unificazione imposta dall’alto ma piuttosto una sincera proposta di partecipazione collettiva rivolta ai cittadini. Esercitando insieme il loro diritto alla città e costruendo Nuova Bellinzona con sforzi comuni, gli abitanti potranno cominciare a sentirsi popolo. Questo è un augurio che la città torni ad essere un’opera collettiva in cui il diritto al paesaggio si mantenga sempre teso a ricercare ‘narrazioni alternative’ ogni qualvolta quel prodotto sociale che è il territorio si allontana dall’identità cittadina.
Nuova invisibile Bellinzona
Bellinzona, città continua o città di segni?
/Giacoma Di Vieste/
La narrazione psicogeografica proposta si sofferma ad osservare cinque punti tra la stazione di Castione-Arbedo e il centro di Bellinzona attraverso disegni in cui a seconda del mio percepire lo spazio disorientante e disordinato o chiaro nella sua gerarchia, cambia il tratto.
L’ uso della matita grassa caratterizzato da un tratto piuttosto nervoso segnala la presenza di un’ imperante e disorientante sprawl mentre l’uso di una matita più dura e della china è riservato a quegli elementi che nella città sono segno, indicano, danno una direzione.
La descrizione di quest’esperienza attraverso la ‘Nuova Bellinzona’ , una città che ad oggi ancora non esiste, avviene attraverso citazioni di altre città inesistenti, ‘Le Città invisibili’ di Italo Calvino.
Cecilia
(Castione - Arbedo)
Sul treno mi accorgo della fermata perché una voce automatica segnala l’arrivo. Davanti alla stazione si dispiega un’enorme cantiere che sembra aver invaso tutta la città (se mai ce ne sia una). Vedo transenne, ferraglia, pietrisco, betoniere. Avverto i rumori di lavori che forse non ho mai sentito.Non so bene dove andare, se non fosse che ho chi seguire.
Nel disegno guardo Castione da sotto la pensilina della stazione disegnata a china, per cui elemento che dovrebbe legare e dare ordine, l’elemento straniante disegnato con matita grassa è una fattoria con delle capre proprio di fronte nel bel mezzo di lavori di cantiere.
Tamara
(Gorduno)
Mi dirigo verso Molinazzo d’Arbedo e da lì attraverso il fiume ‘approdando’ sull’altra sponda, a Gorduno. Camminando per un quartiere residenziale, tra un’abitazione e l’altra si scorge un segno che s’innalza sulla distesa indifferenziata di case. E` un mulino.Nuove torri s’innalzano sulla città informale. Siamo alla disperata ricerca di segni, di cose che significhino.
Il disegno questa volta è invaso dal tratto grossolano e in lontananza disegnato a china si vede il mulino che rappresenta il punto di riferimento della città informale, quasi fosse un faro.
Pentesilea
(Verso Bellinzona)
Passata Gorduno e di nuovo attraversato il fiume, mi ritrovo in quella che sembrerebbe aperta campagna. Ma all’orizzonte e tutt’intorno si profilano i contorni di molteplici città (o forse è solo una). Lampioni e paletti di cemento mi fanno pensare per un attimo di non aver mai lasciato Gorduno.
Anche qui l’immagine è invasa dal tratto della matita grassa, gli elementi a china sono il profile delle montagne è la fila di lampioni che conduce in città.
Zoe
(Entrando a Bellinzona)
Seguo la linea di lampioni e arrivo a Bellinzona, la città si ordina , vedo dei segni. Torri di castelli si innalzano.

Nell’immagine la matita grassa ai bordi indica una condizione di passaggio dalla città informale a quella formale.
Zirma
(Bellinzona)
Giunta in viale della Stazione vedo un tripudio di segni e stratificazioni. Nell’apparente tumulto di simboli (dalle bandiere, ai tetti delle case...) so quale via percorrere.
Il disegno è interamente realizzato con matita dura e china.
Bellinzona Stand Up
/Alessandro Pio Gliaschera - Guido Vandelli/
“Le chiese pertanto, unici 'monumenti' delle isole, rispetto alle case diventano dei veri e propri 'marcatori territoriali'. Sono sui porti o sui promontori e si presentano decisamente differenti dalle abitazioni per la loro stessa caratterizzazione tipologica e volumetrica. Infatti sempre, in ogni approdo, le chiese svettano rispetto alle minute case sparse irregolarmente. La loro posizione guarda strategicamente il mare e lo benedice.”
K. Lynch – Progettare le città
Come il tempio di Selinunte e La Rotonda palladiana, l’architettura può essere concepita anche come marcatore territoriale, un segno evidente presente nello spazio. Già i menir, primo artificio umano, vennero probabilmente usati per definire l’asse verticale, segnando un punto e identificando un luogo – landmark.
L’esperienza psicogeografica fatta attraversando alcuni dei 13 comuni attorno a Bellinzona favorevoli alla fusione in un unico municipio, quello della Nuova Bellinzona, ha rivelato come le torri (marcatori verticali) e i ponti (marcatori orizzontali) caratterizzanti tale tratto costituiscano un’unità di pensiero nel concepire, percepire e disegnare lo spazio.
Se da un lato i ponti si innalzano per attraversare il fiume Ticino, consentendo un collegamento fisico orizzontale con la sponda opposta, dall’altro le torri - castelli e silos del grano – si elevano e svettano verticalmente sul territorio circostante, favorendo un collegamento percettivo e visivo nell’avvicinarsi e allonatnarsi.
Brevi e grandi rapporti visuali caratterizzano, quindi, l’area, marcando al contempo il territorio con segni lineari e puntuali, generanti una visione d’insieme e unità della Nuova Bellinzona, unificata sia fisicamente che visivamente, ma non ancora politicamente. Come i ponti e le torri che si innalzano su ciò che è sottostante - fiume e città -, così anche i comuni potrebbero agire in tale ottica attuando un’aggregazione istituzionale e sociale, che porterebbe, tra i vari benefici, anche all’aumento del senso di appartenenza.
Impresso
Campioni raccolti nel territorio della “Nuova Bellinzona”
/Matteo Bischof/
Nel ambito del corso di psicogeografia e narrazione del territorio con il prof. G. Biondillo abbiamo percoso una parte del Ticino, quello che noi chaimeremo la Nuova Bellinzona. Partendo dal terminal del Tilo Arbedo-Castione fino all grande Mulino di Giubiasco.

Raccontare il territorio ticinese atreverso l’impresso. L’impresso inteso nel senso di risentito fisico, per ritrasmettere il risentito ho ricalcato diverse superficie/materiali su carta bianca con una penna di grafita. Materiali che secondo me sono rappresentativi dei luoghi percosrsi durante la giornata. Perché ho scelto di raccontare la mia esperienza percoso attraverso l’impresso?

L’impresso che in se è un atto fisico e non facilmente ritrassmissibile visualmente. Per provare a completare questo racconto del nord del Ticino mi sono servito del suono prodotto dal atto di ricalcamento dei materiali. Il tema è la Nuova Bellinzona; l’idea di formare un grande commune di Bellinzona quale permetterebbe di pensare una parte del Ticino comme un paessaggio, invece framenti di paessaggio. L’identificazione a un luogo capita attraverso il paessaggio, diciamo che è in parte risponsabile nella costruzione del identità di un individuo. Ricalcando diverse materialità durante il percoso ho notato una grande similitudine fra i diversi impressi ottenuti. L’impresso è un segno rimasto, fissato indelebilmente nella memoria. Dunque dal punto di vista del impresso dei materiali usati, quale ci indicano parte della storia della cultura del luogo. Se il Ticino si vede ancora oggi diviso in piccoli villagi non è per raggione territoriale o per limiti geologiche. Tutti abitanti della nuova bellinzona sono stati impressi dai medessimi paessaggi o dal medessimo paessaggio se si vede il spazzio fra le montagne comme un grande impresso geologico. Se l’identificazione capita attraverso il paessaggio si potrebbe anche suppore che se si chiedesse hai abbitanti di Arbedo-Castione di descriverci la composizione del paessaggio con quale si identificano userano medessimi materiali per descriverlo che i abbitanti di Giubiasco. Personne di simili (quasi uguali) paessaggio hanno esperienze simile ma fatte in un territorio framentario, dunque diviso, fragmenti senza senso, riducendo la possibilità di collegamento fra di loro. Collegare questa multitudine di framentati in un paessaggio sarrebbe un atto politico. È difficile a dire se i schizzi impressi del materiale realizzato durante questo percorso sono di Arbedo-Castione, di Bellinzona, di Monte Caraso,di Giubiasco o della nuova Bellinzona. Il risentito di questi luoghi e construitto con le stesse materialità. Il paessaggio che rappresenta i abitanti della nuova Bellinzona e composto dei medessimi materiali, dunque stesse esperienze. Il paessaggio che ci circonda ci definisce in questa scrittura del paessaggio. O forse la divisione attuale in una multitudine di fragmenti è l’atto politico e non la sua riunificazione?
Bellinzona East-West
/Michael Schrepfer/
I come from south. After a ride with the EuroCity, which goes from Milano the way up to Zurich, I leave the train in Bellinzona to deposit my luggage. Today I need little luggage. A pencil, a sketchbook and my I Phone will be enough. I plan to record my journey through quick drawings. But time is short. With a few lines I will have to trace the key-moments of my trip. I use a map. On my I Phones I can place little red stars. One star - one sketch - one moment. In general, I orientate myself better on a map than within the landscape. The view form above gives me security. Neither mountain, nor forest, nor town obscures my view. However, the view on the map is deceptive. If I do not pay attention, I loose the relation to my environment.

I take the S-20 to Castione-Arbedo. A grey morning mist lies over the station. It is twenty past nine. I feel the rain on my coat. From here I will walk to Bellinzona and hopefully I will arrive at Giubiasco by evening.
Shortly after I start walking, I cross the highway for the first time. I’m in the middle of an unimposing junction. Coming from south by car, you have to decide at this point, whether you take the fast way over the Gotthard axis or you travel along the twisting route over the San Bernardino. The railway line goes through here as well. However, it is not just traffic that changes direction on this point. It is also the place where the river Moesa flows into the Fiume Ticino.
After a short walk, my path leads to the main road. Turning west, I cross again the Fiume Ticino and the highway. Now I’m on the west side of the valley. The small village is called Gorduno. While I’m walking through a quarter of single-family dwellings with some green areas, the big sound-protection-panels draw my attention. Acoustically they make the motorway less noticeable - but visually these barriers are omnipresent. How can I go back to the other side of the valley?
The answer to my question I get a few minutes and one sketch later. Through a small door I cross the sound-protection-wall. I have to bend down a little to get to the other side. As I set myself upright, the noise of the highway hits me with its full power. And here I am: In the strange zone between east and west, defined by highway and river. The tearing water and the fast cars are equally frightening.
Both I leave behind while I walk east. The view back shows a summary of the last hour: An amazing landscape, the presence of infrastructure and connections in two directions: The highway from north to south and the bridges from west to east. Do I finally come closer to Bellinzona?
I follow a path that seems to lead to the city. I see cultivated land, other single-family houses and some apartment buildings. The area feels less rural, but still not urban. Consistently I’m looking for the famous landmark of the city. Sometimes I catch a glimpse through a row of houses.
At lunchtime I arrive at Bellinzona station. In addition to the motorway and the river, the railway is the third element that cuts Bellinzona’s east-west connection. In fact, the station is not only the gateway to the south, but also generates a connection between east and west.
After a short walk through the old city centre, I reach the place, which was indeed the gateway to the south over hundreds of years: the impressive construction of the Castel Grande. My sketch shows two entrances. One leads through the old city wall up to the castle, the other through a modern concrete object down to the parking underneath the square.
The strategic importance of the city has changed several times since its existence. However, it was not only a result of the transport political situation, but of the topographical conditions, which led to the erection of such a fortification. A natural ridge is formed by a huge rock. It extends far from the eastern side, from the Monte Sant’ Antonio into the valley bottom. It leaves only two passages open: an eastern one, where the settlement of the town was formed in the Middle Ages, and a western one, through which the unpredictable floods of the Fiume Ticino run towards the Lago Maggiore.

The Italian artist Silvano Gilardi shows us in his Painting “Splendid Reminiscences”, how the Castel Grande could have looked in the Middle Ages. I would like to draw attention not only to the harsh environmental conditions of this time within the Magadino plain. Particularly I’m impressed by the idea that at that time, there was an architectural element that brought the entire valley together, spreading from the very east to the very west.
After leaving the “Murata” of the Castel Grande, my path leads a short distance north. There I walk on a long bridge, leading above the Bagno Pubblico and bringing me further west to the bank of the Fiume Ticino.
After a quick lunch, I walk along the dam next to the river. With this dam, the Ticino was tamed and the land around became inhabitable. Between me and the river bank, tall trees are growing. I see some fireplaces. In the yellow grass, smaller and bigger objects lying around – playing equipment for children. Beside to the time, I add one key word to each sketch. With this word I try to capture a feeling – something I can’t tell with a sketch. Here I write “NOISE”. The river and the highway are so noisy, it seems if one is trying to be louder than the other. I can’t imagine a sadder place for a local recreation area.
For the first time on my journey, I cross the motorway over a bride. My legs are already a bit tired, my clothes are humid because of the rain. I look down. I see the cars moving quickly and continuously from north to south – and in the opposite direction. Suddenly I am aware of how many people pass Bellinzona without seeing, without experiencing Bellinzona. Their view focuses what is far away. They see the Lago Maggiore, they see Milano, they see the south. A passage that takes one day by foot, takes three minutes by car.
After some stops I reach Monte Carasso; an island in the west of Bellinzona with its own rules. I notice now that Bellinzona does not exist as a connected city fabric. It consists of individual islands. These islands are hold together by bridges and underpasses.
The last time on my trip I cross the motorway and the river. On a modern, curved bridge I return to the east side of the valley.
It is twenty past five in the evening. My trip ends at the station of Giubiasco. I stand on the roof of an old granary. This is probably the highlight of my journey. The sky turns from dark grey to black. I see Bellinzona with its tree castles glowing in the dark. The highway shows itself as a illuminated, moving snake. Once again I realize the enormous position that Bellinzona once had to have. For 8000 years nothing could bypass this city on it’s way form north to the south. Today it can. Today the highway passes. The railway passes. And the river passes. I understand, that Bellinzona is probably just distinguishable by walking.

So what is “the new Bellinzona”? In my opinion we could have talked about a new Bellinzona around 10 or 15 years ago. At this time, there was a group of architects, such as Aurelio Galfetti, Luigi Snozzi or Livio Vacchini, who were really able to change Bellinzona, giving the city a new shine. Monte Carasso or the restoration of the Castel Grande where large-scale projects, which influenced public life and tourism significantly. On my way from Castione to Giubiasco I have recognized that the city has been growing in just two directions. South and north of the old city centre, detached single-family houses are spreading. Of course, young architects are trying to make contributions to the future of Bellinzona through new ideas and technologies. Unfortunately, these are often merely individual objects. They are exciting and innovative but can only occasionally contribute to an improvement of the city. I think, that in order to speak about a new Bellinzona, the east-west connections would have to be strengthened. The city should be densified beyond the Fiume Ticino and the motorway. For the future of Bellinzona we must think on a larger scale. Could Gilardi’s painting be a starting point?











Bellinzona Fashion Week
/Natacha Batista/
The importance of this psicogeographic experience remains in the search of what is architecture and how to understand it. Architecture is not expressed in a unique body. For understanding a project is necessary to pass through it, what takes time and an associated path. Walking becomes an aesthetic experience that the aim is the investigation of a collective landscape.
Through Castione-Arbedo to Giubiasco, we found out a territorial diversity, marked by the defragmentation of a city t in an ancient landscape. Between the chaos and an inexistent urban center we questioned the essence of the claimed New Bellinzona.
During the route, I focus on the high structures that cross the city which were born through a collective act. Passerellas of the middle ages or built by well-known modern architectures, or just banal structures that answer the everyday needs. Besides the history and the time, it is possible to construct an actual narrative focus on the passerellas. However, I do not want to read them as cross connections, but capture the urban dynamics of the moment of the passage. The models in these catwalks tell a lot about the city, like the people that are standing on the floor looking at the fashion show.
In synthesis, this is a narrative based on two layers, a passage on a passage.
Passerella I
Castelgrande’s Wall
Passerella II
Bagni Publici
Passerella III
Bellinzona – Monte Carasso
Città ideata
/Stefano Minocchi/
Durante l’esperienza psicogeografica ho avuto l’impressione che la Nuova Bellinzona, nascente da una logica politico-amministrativa, non riesca a verificarsi poi nella realtà in quelli che Aldo Rossi chiama, nel suo libro L’architetturadella città, fatti urbani.
Con essi si vuol far riferimento “a degli intorni più limitati dell’intera città, (...) caratterizzati da una loro architettura e quindi da una loro forma”, capaci quindi di stimolare una memoria collettiva, una società.

L’obbiettivo quindi è di generare immagini polemiche e contraddittorie a dimostrazione del fatto che un’entità urbana si verifica nella sua memoria collettiva e nei suoi fatti urbani ancor prima che su di una carta politico-amministrativa.
Attraverso la memoria di quei luoghi percorsi e di altri luoghi connotativamente riconosciuti all’interno di alcune città italiane, ho cercato quindi di rintracciare analogie spaziali e contestuali, potenzialità inespresse e criticità della futura Nuova Bellinzona al fine di costruirne un’immagine idealizzata.
Tale suggestione mira a porre in evidenza le problematiche che potrebbero verificarsi qualora la città non venisse pensata e modellata in considerazione delle realtà sociali che vivono quei determinati luoghi, tralasciando quindi la scala architettonica a vantaggio di quella territoriale.

La successione di immagini qui riportate, sono coerenti con lo svolgimento dell’esperienza psicogeografica e, allo stesso tempo, con un’ideale percorso d’ingresso della Nuova Bellinzona ( i.e. da porta urbana a centro storico ).

Con questa successione ho intenzione di trasmettere una narrazione tossica tale che, a chi non conoscesse i luoghi e le architetture proposte verrebbe naturale pensare che la Nuova Bellinzona è già di per se una città a tutti gli effetti e che, anzi, avrebbe voglia di visitarla.
Piazza
Porta
Ponte
Reggia
Monumento
Centro storico
Sagrato
Reading the ground
/Alice Fenwick - Elisa Vegue/
ON THE ROAD


A PIECE OF FLINT in DIEPPE
A PIECE OF FLINT in ST-PIERRE-DES-FLEURS
A SCREWDRIVER near LA BROSSE
A WHITE FEATHER in LA FRAMBOISIÈRE
A BICYCLE CHAIN near YÈVRES
A SHOE in BEAUGENCY
A SILVER COIN in ST-JULIEN-SUR-CHER
A BONE near ISSOUDUN
A CATERPILLAR near BEAUREGARD
A BOUQUET OF FLOWERS in CROZE
A POTATO near NEUVIC
A COMIC in ST-MARTIN-VALMEROUX
A SNAIL near MONTSALVY
A TAPE CASSETTE in ENTRAYGUES-SUR-TRUYÈRE
A DANDELION near DOUZOUMAYROUX
A PIECE OF LIMESTONE in L’HOSPITALET-DU-LARZAC
A NOTEBOOK in LE PAS-DE-L’ESCALETTE

SOMETHING SEEN AND PASSED EACH DAY
ALONG A 19 DAY WALK OF 591 MILES
FROM THE NORTH COAST TO THE SOUTH COAST OF FRANCE

-RICHARD LONG
The ground is a receiving surface, where things fall and can not fall further. It is our support against gravity, the skin of the Earth. It is constantly covered and uncovered by layers of objects, dust and matter that stay and eventually consume. A surface modified through years and years, damaged and repaired, keeping scars, marks and footprints. So often covered with concrete, tamed by humans to optimize our passing through.

The ground is a carpet full of objects whose stories we can only guess. Things left along the way to be looked at by others or, as artist Richard Long often does, picked up and carried along, and left again somewhere else. Things that make up a sort of parallel landscape that we rarely pay attention to. Those objects become somehow signs, unconscious symbols of meaning, that we find along with the conscious ones, like traffic signs, that also fill up the ground in urban environments.

The view from above, so often used in architectural plans, is a very abstract one. On getting very close to the ground, however, we find a very concrete sensorial reality, highly particular. But in closing up we also break down this reality into pieces, trying to find this signs that, even being particular, can relate to our own past experience. We read this particularities as words of a language we are trying to understand.
Chapter 1
Chapter 2
Chapter 3
Chapter 4
Chapter 5
Ceneri nel vento – Dal Sotto al Sopraceneri
Narrazione
Artificial Soundscapes
Angelucci - Mombelli
Narrazione
Saturazioni
Bassignana - Beni - Valentini
Narrazione
Viste
Beretta - Bianchi - Pedone
Narrazione
Raccoglimi Raccontami Ricordami
Bernasconi - Henestrosa
Narrazione
Pietra e mattone
Romani
Narrazione
Imagine
Minussi - Rigo
Narrazione
L’Estetica della Sicurezza
Muratori
Narrazione
The reflection of perception
Park
Narrazione
Odori nel vento
Damiano - Melchionna
Narrazione
A deep topographer’s experiment
Mbanefo
Artificial Soundscapes
/Stefano Angelucci - Giusi Francesca Mombelli/
"Mi resi conto che non esiste una reale e oggettiva separazione tra suono e silenzio, ma soltanto tra l'intenzione di ascoltare e quella di non farlo”
John Cage

L’esperienza psicogeografica prevede di compiere un percorso a piedi, dando così la possibilità di attivare tutti i sensi in modo da poter interpretare il reale. La nostra avventura inizia a Mezzovico, piccolo comune della valle del Vedeggio e si conclude a Riazzino, sul Piano di Magadino, prevedendo, quindi, lo svalicamento del Monte Ceneri. Rivelandosi maggiormente una barriera psicologica piuttosto che naturale, esso comunque viene considerato come un elemento di divisione del Canton Ticino in due parti, il Sottoceneri ed il Sopraceneri; due contesti a pochi passi di distanza, ma con caratteristiche differenti a partire dalla conformazione morfologica che cambia orientamento da orizzontale a verticale. Un’attenta riflessione ci ha indotto a porre l’attenzione sul suono, sul metodo di narrazione e sulla restituzione dello stesso ad un pubblico estraneo con l’intento di raccontare il tragitto. L'ispirazione è scaturita dalle songlines della cultura aborigena australiana: queste "vie dei canti" narravano il paesaggio attraverso una lettura topografica del territorio, resa possibile grazie ad elementi come rocce, fiumi, alberi, pozzi. Il tutto rendeva, dunque, le narrazioni dei veri e propri rituali tramandati di generazione in generazione che avevano il compito di rafforzare anche il legame uomo-natura. Giunti sul posto ci siamo stupiti di quanti rumori provocati dall’uomo siano presenti nella nostra vita. Alcuni suoni non ci arrecano più alcun tipo di disturbo in quanto oramai fanno parte del nostro vivere quotidiano, come ad esempio il continuo fluire delle macchine sulle strade; altri, invece, ci infastidiscono maggiormente, perché troppo forti o perché non ci si aspetta d’udirli in quel luogo, come ad esempio il rumore dei cavi dell’alta tensione all’interno di un bosco, lontano da centri abitati o zone industriali. Queste osservazioni ci hanno spinto ad accentuare i suoni artificiali che abbiamo incontrato, a raccoglierli ed estrapolarli dal contesto dando origine ad una narrazione uditiva della nostra esperienza. Infine ci terremmo a precisare che questi sono suoni facilmente riscontrabili in altre parti del territorio, non per forza unicamente nella realtà ticinese o svizzera, tuttavia la loro frequenza, il timbro e in alcuni casi le modalità di propagazione sono unici del luogo e del momento, guadagnandosi quindi l'appellativo di artificial soundscapes.

/Artificial Soundscapes /
Restituzione dell'esperienza psicogeografica tramite una sequenza di paesaggi sonori artificiali evidenziati durante il cammino









Saturazioni
/Federico Bassignana - Ilenia Beni - Andrea Valentini/
Lo studio del paesaggio non può essere un’esperienza oggettiva; il territorio è un soggetto attivo che risponde alle domande di chi lo interroga. Abbiamo pertanto deciso di affrontare la complessa realtà del monte Ceneri focalizzando la nostra attenzione su un tema specifico, la saturazione. Questo termine è utilizzato in ambito scientifico: il punto di saturazione è il momento in cui una soluzione ha raggiunto la sua massima concentrazione. In senso figurato, abbiamo applicato questo concetto al territorio, cercando di leggere il costruito con sguardo critico, per metterne in luce la progressiva espansione edilizia. Un’altra accezione che abbiamo voluto considerare ai fini della nostra analisi, è quella relativa allo studio dei colori. La saturazione cromatica è, infatti, il grado di intensità che può raggiungere una tonalità. Una tinta molto satura avrà pertanto un colore vivido e squillante, nel caso opposto diventerà più debole e tendente al grigio. Nel caso specifico della nostra analisi, ci siamo interessati al progressivo aumento di saturazione negli intonaci delle facciate. Se gli edifici più antichi sono caratterizzati da tonalità neutre, lo sviluppo delle tecniche di costruzione ha consentito una più audace scelta cromatica.

Ispirandoci agli studi sulla percezione della forma e del colore, condotti all’inizio del Novecento da alcuni esponenti delle avanguardie artistiche, abbiamo riletto il fenomeno della saturazione del fondo valle attraverso il linguaggio della composizione astratta.

Kandinskij, nel suo Lo Spirituale nell’arte, indaga l’effetto che forme astratte e colori esercitano sulla psiche dell’uomo. Il contenuto dell’opera consiste in suggerimenti diretti alla pratica pittorica, che noi abbiamo provato ad utilizzare, in senso opposto, per decodificare l’impatto emotivo di un panorama. Lo sviluppo edilizio degli ultimi decenni ha modificato il paesaggio in modo evidente; noi abbiamo trattato questo stato di fatto come un ready made e lo abbiamo tradotto nel linguaggio dell’arte astratta. Le forme così ottenute sono pensate per indurre nell’osservatore una presa di coscienza degli effetti che il fenomeno di espansione ha prodotto sull’area adiacente al passo del monte Ceneri.

Lo studio del paesaggio non può essere un’esperienza oggettiva: lasciamo alla sensibilità di chi osserva il compito di giudicare.

Ripercorrendo la crescita del nucleo abitato e delle infrastrutture, prestando inoltre attenzione al cambiamento cromatico nel corso del tempo, abbiamo selezionato quattro prospettive, colte lungo il cammino percorso: Camignolo, Rivera, Quartino, Riazzino.

Situato al centro della valle, il paese viene attraversato successivamente da strada cantonale, ferrovia e autostrada.


In analoghe condizioni geografiche di Comignolo, lo sviluppo del paese avviene in direzione delle infrastrutture
dell’asse del Gottardo.


Il paese si espande nel piano di Magadino, a seguito della bonifica della palude preesistente, avvenuta
a partire dal 1888.


La favorevole esposizione a sud del paese ha favorito la coltivazione della vite, segnando in modo caratteristico
il paesaggio.








Viste
/Isabella Beretta - Lisa Bianchi - Eleonora Pedone/
Oggettività e Soggettività.

Cercando di categorizzare la realtà qualcuno ha coniato i concetti di “Oggettivo” e “Soggettivo” dove il primo si riferisce ad una realtà che si trova al di fuori della nostra mente, mentre il secondo si riferisce alla realtà interiore alla nostra mente.

oggettivo agg. [dal lat. mediev. obiectivus, der. di obiectum: v. oggetto] : che concerne l’oggetto ,specifico nel senso filosofico del termine.”
soggettivo agg. [dal lat. tardo subiectivus, der. di subiectum: v. soggetto] : che riguarda il soggetto, come termine della filosofia e della psicologia, qualifica sia ciò che non si può pensare esistente se non in rapporto con il pensiero.”
fonte: Enciclopedia Treccani

Queste definizioni delineano due categorie logiche e ben determinate, fino a quando i loro confini non iniziano a intersecarsi. Qualsiasi cosa si guardi esiste in relazione al momento in cui noi la percepiamo, ma, dato che ognuno di noi lo percepisce in maniera differente, filtrandolo attraverso emozioni differenti e personali, “l’oggettività”, in teoria elemento fissile, cambia a seconda della persona di riferimento. Partendo da questo concetto abbiamo voluto provare a vivere la nostra esperienza Psicogeografica concentrandoci appunto sulle visioni “oggettive” o “soggettive” che ognuna di noi aveva durante il percorso. Il confronto fra queste diverse esperienze, ha restituito il nostro racconto del paesaggio vissuto. Nella nostra indagine sul limite tra oggettivo e soggettivo riferito a ciò che l’esperienza ci ha dato, abbiamo deciso di suddividere il percorso in modo che ognuna di noi focalizzasse l’attenzione solo su un determinato aspetto. In ognuna delle tre parti della percorso una di noi cercava di restituire una visione quanto meno influenzata dalle proprie distrazioni attraverso un video continuo che seguiva l’andamento generale del gruppo. Un’altra si focalizzava sugli elementi sonori (tramite registrazioni audio) mentre la terza cercava di catturare dettagli interessanti (attraverso fotografie). Questa suddivisione è stata ripetuta a rotazione durante il percorso in modo da aver avuto la possibilità di scambiarci i compiti e sperimentare tutti e tre gli aspetti. Per questa indagine è stato fondamentale imporsi delle regole, soprattutto quella di non confrontarsi mai durante l’esperienza, ma solo a posteriori.

La nostra scommessa voleva essere quella di riuscire a restituire il paesaggio attraverso diverse “visioni” su uno stesso elemento. Nel momento in cui abbiamo confrontato e sovrapposto il materiale raccolto questi sono stati i risultati: - quella che doveva essere una visione “oggettiva” non esiste. Le riprese sono state sempre, anche se in minima parte, influenzate dallo sguardo di chi riprendeva. - i dettagli raccolti tramite fotografie spesso erano stati osservati da un’altra persona ma quasi mai da entrambe. - le tracce sonore più interessanti sono state sentite solo da chi produceva l’audio in quel momento, forse anche per la necessità di andare a cercare questo aspetto e magari allontanarsi dal resto del gruppo.

Nella produzione finale, composta da un collage di video, audio e immagini, vi sono parti in cui i tre mezzi sono completamente discordanti ed altri in cui arrivano a combaciare quasi perfettamente, soprattutto nei casi in cui ci si trovava in un punto del percorso che si imponeva e richiedeva l’attenzione totale di tutti. A distanza di tre mesi dalla nostra esperienza , il paesaggio che rimane impresso nella nostra memoria e che stiamo cercando di restituire, è il paesaggio su cui ci siamo soffermate, che ci ha trasmesso sensazioni forti. Il nostro percorso è iniziato con un treno che ci ha portate sino ad una piccola stazione (Mezzovico) da cui abbiamo iniziato a camminare per diciotto chilometri con alcune pause. Partendo dalla stazione abbiamo attraversato micro-paesaggi totalmente differenti tra loro, costeggiando una strada in zona industriale con accanto un ruscello ed una superstrada, in cui si era totalmente estraniati e non si riusciva a comprendere dove si fosse poiché c’erano rumori di automobili a forte velocità che si intersecavano con il rumore dello scorrere dell’acqua. Attraversando diverse campagne siamo giunti in un piccolo nucleo abitato in cui vi erano tutte case antiche fatta eccezione per un piccolo complesso moderno; dopo aver attraversato il nucleo abitativo, percorrendo il cortile di una scuola dai colori vivaci, ci siamo trovati a percorrere sentieri in lieve salita che si hanno collegati ad un nuovo centro abitato. Questo risultava differente dal precedente in quanto si leggeva l’intervento della modernità che ha portato all’inserimento di una super strada nel centro abitato e ,di conseguenza, il suo sviluppo lungo questo limite. Costeggiando questa strada siamo giunti allo Splash and Spa, nostra prima sosta. Questo “contenitore di tempo libero” esternamente si presenta come una grande cupola in conflitto con il paesaggio montano esterno, ma una volta entrati ad aver avuto la possibilità di “viverlo” la nostra opinione è cambiata in quanto ci siamo estraniati dal tempo, paesaggio e pensieri e ci siamo rilassati e divertiti al tempo stesso. E’ stato interessante riscontrare come il pensiero che avevamo a priori di questo luogo sia totalmente cambiato dopo averlo vissuto, soprattuttoanche in relazione al modo in cui l’abbiamo raggiunto. Lo Splash and Spa è stato il punto da cui siamo partiti per attraversare il Monte Ceneri. Abbiamo percorso sentieri tra vegetazione boschiva, salendo di quota sino al raggiungimento della base militare e del museo della Radio Monte Ceneri. Dopo una breve visita di quest’ultimo, abbiamo iniziato la nostra discesa per il raggiungimento del Piano di Magadino. Durante la discesa abbiamo attraversato un’antica via, molto tortuosa, presumibilmente di origine romana, e siamo giunti a valle, dove abbiamo incontrato gli Scout del Gambarogno nella loro sede “la Zattera” dove ci hanno accolti. Qui abbiamo avuto una piacevole chiacchierata con loro che ci hanno spiegato diverse problematiche relative al piano urbanistico del Magadino. Dopo quest’ultima sosta, accelerando il passo in vista del raggiungimento della stazione, a buio inoltrato, siamo giunti alla fine della nostra esperienza Psicogeografica. Attraverso la nostra esperienza, siamo riuscite a restituire l’immagine di un territorio che è frutto dei nostri diversi sguardi, che è così in quanto raccontato dalle nostre esperienze.

/Viste /












Raccoglimi Raccontami Ricordami
/Maria Chiara Bernasconi - Philipp Henestrosa/
Gli oggetti raccolti durante un viaggio sono per noi l’essenza stessa del cammino. Loro ci raccontano delle storie di luoghi. Questo territorio ora ci appartiene perché lo ricordiamo.

/la mandola/
raccoglimi1

/il nastro per capelli/


/il preservativo/


/l'astuccio di metallo/


/la scatola di giocattoli/









Pietra e mattone
/Martino Romani/
Il paesaggio e i materiali dell’uomo fra Sopraceneri e Sottoceneri.
Premesse – geologia, architettura premoderna e nuove narrazioni.
La distinzione fra Sopraceneri e Sottoceneri è radicata profondamente nell’immaginario collettivo ticinese. Mentre il Sopraceneri viene considerato una regione tipicamente alpina, abitata da “gente del nord”, il Sottoceneri è identificato come una regione prealpina, legata fisicamente e culturalmente alla pianura padana. Questa distinzione radicale – soprattutto oggi che il Ticino è diventato una grande città diffusa, legata all’area metropolitana milanese e attraversata dal treno-metrò TILO – appare come una narrazione estremamente semplificata e riduttiva.
Al di là delle semplificazioni, esiste tuttavia una distinzione reale, radicale e immutabile fra Sopraceneri e Sottoceneri, legata alla geologia e alla geografia delle due regioni. Geologicamente il Ticino è diviso in due dalla linea insubrica, la faglia che separa la placca adriatica da quella eurasiatica, passando proprio per il monte Ceneri. La placca adriatica si considera come parte distaccata della placca africana; pertanto, dal punto di vista geologico, il Sopraceneri è “eurasiatico” mentre il Sottoceneri è “africano”. Oltre a questa fondamentale distinzione le due regioni si differenziano per la conformazione dei rilievi e delle valli e per la composizione geologica del suolo: mentre il terreno del Sopraceneri è costituito prevalentemente da rocce granitiche, quello del Sottoceneri è costituito da pietre calcaree e suolo argilloso
Poiché fino a un secolo fa l’uomo costruiva prevalentemente con i materiali che aveva a disposizione nelle immediate vicinanze, la diversità della composizione geologica del suolo ticinese ha portato a una grande varietà di materiali edilizi e modi di costruire. Lo scrittore ticinese Piero Bianconi (1899-1984) in un bell’articolo così li sintetizza:

“Paese complicato nella sua esiguità; dal granito e dallo gneiss della parte alta al calcare del Sottoceneri, dai cristalli del San Gottardo ai lucertoloni preistorici negli scisti bituminosi del San Giorgio, la varietà è notevole: e si riscontra In mille aspetti. I tetti, per esempio, il modo di coprirli[…]: dalle scandole di legno della Leventina alle scabre piode fiorite di verdi muschi della Valmaggia o di Blenio, dalle pulite bevole del Bellinzonese e dalle tegole locarnesi verso i curvi vibranti coppi del Luganese e le sottili lastre che coprono le casupole della val di Muggio. Una varietà grande, o meglio eccessiva per così piccolo paese, varietà che si riscontra negli usi e nei costumi della gente, nella cadenza e nel lessico del vari dialetti, nei modi di costruire.”

Con la modernità il massiccio sviluppo edilizio di cui è stato protagonista il fondovalle ticinese ha sommerso e in gran parte cancellato l’architettura vernacolare. Il modello della villetta unifamiliare, slegato dal territorio, dai materiali, dai colori e dalle tecniche costruttive tradizionali, ha sostituito i modi di costruire premoderni, così profondamente legati al territorio e alla geologia del Ticino.
Contrapponendosi all’indifferenziata edilizia speculativa, la cultura architettonica moderna ha tentato di recuperare i valori fondamentali dell’architettura vernacolare, ma facendone spesso una lettura estremamente semplificata. Secondo questa interpretazione, nel Sottoceneri si è sempre costruito con il mattone – come nella pianura padana – mentre nel Sopraceneri in pietra. Questo tipo di lettura è poi servito come base storica per giustificare le scelte architettoniche nuove: il “tradizionale” mattone del Sottoceneri è diventato così il mattone di rivestimento oggi largamente utilizzato, mentre la pietra del Sopraceneri è servita a giustificare l’utilizzo della “pietra artificiale”: il calcestruzzo a vista.

Premesse – geologia, architettura premoderna e nuove narrazioni.

La mia esperienza psicogeografica
Si è visto come la cultura costruttiva ticinese, nella sua fondamentale distinzione fra sopra e sotto Ceneri, è ricca di varietà e densa di storia, ma anche soggetta a narrazioni semplicistiche e non sempre veritiere.
Per comprendere e recuperare la cultura costruttiva vernacolare, capire cosa c’è di vero nelle semplificazioni che oggi si fanno e smascherare le eventuali “narrazioni tossiche”, bisognerebbe dedicare a questo vasto tema studi scientifici e ricerche approfondite, ma questa ovviamente non è la sede.
L’esperienza psicogeografica da noi compiuta mi ha però dato la possibilità di attraversare e scoprire concretamente i luoghi al centro delle narrazioni sulla cultura costruttiva ticinese. Il percorso fra sopra e sotto Ceneri è stato quindi da me compiuto da un particolare punto di vista: ho indagato le antiche e le nuove costruzioni – dagli edifici più significativi ai muretti a secco ai selciati – cercando di cogliere i segni concreti dei rapporti di ieri e di oggi fra geologia, paesaggio, materiali da costruzione e cultura costruttiva. Durante il percorso sono emersi luoghi e momenti particolarmente significativi, che hanno innescato impressioni e riflessioni. In questa narrazione si vuole quindi restituire attraverso immagini e brevi testi di accompagnamento questi momenti, nel tentativo di offrire una lettura del paesaggio inedita e più libera possibile da descrizioni semplicistiche e narrazioni tossiche.

Sottoceneri, la galleria base del Monte Ceneri – il rapporto mai sopito con il terreno.

Sottoceneri, la zona industriale Mezzovico-Vira – nuovi modi di utilizzare i materiali.

Sottoceneri, Camignolo – residui di costruzioni premoderne e i materiali della nuova città diffusa.

Sottoceneri, Splash & Spa – un’eterotopia in membrana siliconica-teflon.

Sottoceneri, la salita al Monte Ceneri – il paradiso perduto dell’architettura premoderna.

Sopraceneri, il Piano di Magadino – trova le differenze.









Imagine
/Alessandro Minussi - Sebastian Rigo/
Negli ultimi decenni la “città diffusa” ha divorato incessantemente luoghi ed antiche aree culturali identitarie all’interno del Cantone Ticino. Infrastrutture, nuovi poli d’attrazione e cambi di destinazione si sono insediati nel tempo cancellando il ricordo di un territorio originariamente ben gerarchizzato. Vediamo, nel “reale”, solo ciò che ci interessa o ciò che la città permette di vedere e sentire. Tutto è cambiato agli occhi degli abitanti, la metropoli sempre più selvaggia soffoca le persone e persino i ricordi. Caratteristiche architettoniche, culturali o sociali del nostro passato compaiono qua e là, di tanto in tanto, ma sono spesso sommerse dalla frenesia e dal progresso tecnologico del nostro tempo.
Durante l’esperienza psicogeografica sono state individuate sette tappe fondamentali. Lungo il percorso sono comparsi luoghi significativi, evidentemente trasformati dalle presenze odierne, ma che mostrano ancora un timido tratto di qualcosa avvenuto in un altro tempo portando con sé la loro memoria storica. Oppure luoghi il cui obiettivo consiste nell’estraneazione dal contesto in cui si trovano, portando il visitatore in un altra dimensione spazio-temporale.
Una zona industriale sorta in un’area contadina, una zona residenziale che conserva alcuni elementi dell’architettura rurale di un tempo, un vecchio stabilimento artigianale per poi arrivare nel luogo contemporaneo per eccellenza ovvero contenitori di benessere, rappresentano la prima parte di viaggio nel Sottoceneri. Dalla vecchia Radio Monteceneri, che ha completamente perso il suo passato, inizia la discesa verso il piano di Magadino. Il Ceneri, che assume anche la valenza di confine ideologico, inverte la percezione del paesaggio e lascia passare elementi caratteristici del Mediterrano anche in Europa: l’Africa è arrivata. La vecchia strada Romana e la chiesa di Quartino corrispondono alle ultime tappe significative.
L’obiettivo di questa narrazione è permettere all’osservatore, per un istante, di “immaginare” questi luoghi nella loro più significativa condizione. “Sentire”, nel proprio senso del termine, il contesto in cui erano inseriti per anni o la situazione reale per il quale sono stati creati. Lasciamo una mappa sonora dei luoghi, come in origine le mappe cantata degli aborigeni, con le quali trasformavano il paesaggio in narrazione, facendo esistere il luogo da quel momento. In questo caso si fissa il ricordo di un momento perduto. Immaginare in questa narrazione è fondamentale: è un richiamare alla mente una situazione che nella realtà non può essere percepita, ottenendo un percorso sonoro nella metropoli della città Ticino, che cerca di rileggere I grandi cambiamenti avvenuti dell’ultimo secolo. Questo viaggio immaginario ha la durata di pochi secondi, per poi finire con la reale condizione percepita ogni giorno dal cittadino.

/Zona industriale/
Il villaggio raggruppato caratterizza il territorio della cultura contadina. Orti, boschi e vigneti suddividono le campagne. Chiese e piccole cappelle, posizionate in collina, rappresentano le uniche espressioni simboliche.


/Casa Lafranchi/
Il mangiare è poco e sempre quello. Non v’è luce ne acqua in casa. All’interno dei manufatti promiscuità, angustia e odori. Le costruzioni sono frutto della penuria e della fatica. Pietre, pietre, pietre e un po’ di legno.


/Via Cantonale/
Villaggi raggruppati aventi proprietà di “microcittà”. Nel nucleo botteghe artigianali favoriscono la produzione di beni unici e di grande pregio. Tra il nucleo borghigiano e i villaggi mastro-artigiani campagne fertili e ben curate a dividere le due culture.


/Splash & Spa/
Relax e benessere, una nuova dimensione sensoriale in questo luogo eterotopico al centro del Ticino. Un'avventura oltre ogni immaginario comune. Ce n'è davvero per tutti i gusti!


/Museo della radio/
Radio Monteceneri, la prima voce in lingua italiana della terza Svizzera. Spirito di libertà e momenti importanti caratterizzano la piccola emittente al centro del Ticino. In epoca fascista filosofi ed intellettuali non potevano esprimersi liberamente se non attraverso i microfoni di Radio Monte Ceneri.


/Strada Romana/
Prima vera strada selciata della valle costruita dai romani seguendo il tracciato di un’antica pista sterrata che passava a mezza montagna per poi giungere sul Ceneri. La strada pavimentata con ciottoli levigati permette di superare il falso piano che separa il Sopra dal Sottoceneri.


/Chiesa di San Carlo/
Nelle regioni di pianura i monumenti religiosi sono architetture caratterizzate da stratificazioni nel tempo di momenti costruttivi diversi, alto-medievali, settecenteschi e poi ottocenteschi aventi lievi mescolanze con elementi e procedimenti di una cultura locale ma anche una contaminazione di altre culture.











L’Estetica della Sicurezza
/Federico Muratori/
Camminare è un atto psicologico.
Percorrendo grandi distanze a piedi si notano scorci, dettagli e panorami diversi che non noteresti viaggiando alla stessa velocità dell’automobile, e si mettono tra loro in relazione le esperienze sensoriali e speculative di ciò che ci sta attorno. Grandi pensatori del passato usavano la passeggiata come metodo per pensare. Dai filosofi greci a San Francesco, da Russeau a Kierkegaard. Sartre in una famosa fotografia si fa riprendere proprio nell’atto di camminare, ad indicare come le due attività, il pensare e il camminare fossero strettamente legate. Oggigiorno camminare sembra quasi un lusso che difficilmente si trova tempo di avere, soprattutto se si considera come i mezzi di trasporto facilitino i passaggi tra un punto ed un altro. La mattina per andare a lavoro o a scuola un uomo può scegliere se aspettare un mezzo pubblico o munirsi di autovettura per raggiungere prima la sua destinazione. Questo permette di guadagnare tempo per poter dormire, lavarsi, fare dell’esercizio, ecc. Tra gli appassionati dei percorsi montani se ne contano moltissimi che nei giorni festivi si agghindano con attrezzature ritenute necessarie e raggiungono la partenza dei loro percorsi in macchina. L’atto del camminare è per loro una scusa per poter visitare luoghi incontaminati, o quasi. Nessuno pensa mai ad attraversare lentamente quegli spazi di percorrenza veloce, le tangenziali, le strade statali, le piazzole di sosta, cavalcavia e quant’altro.
Sono i cosiddetti non luoghi. Ma come possono dei luoghi fisici non esserlo? Cosa succede se, al contrario di quello che normalmente si farebbe, uno li attraversasse lentamente e a piedi? Cosa scoprirebbe?

La camminata percorsa con il prof. Biondillo ha dato la possibilità di osservare un panorama diverso, in continuo mutamento, sia in relazione al nostro spostamento, sia in relazione più ampia con i mutamenti che il territorio del Ticino sta subendo oggigiorno. Osservando il territorio, con gli edifici e conoscendo la storia del luogo ho avuto modo di notare come molte scelte architettoniche apparentemente innocenti, nascano da un modo di pensare tipicamente comune al popolo svizzero più conservatore.

Uno degli aspetti, ad esempio, che più marcano questo territorio sono i grandi container di gas e petrolio, spettri della paura del conflitto mondiale, che garantiscono l’indipendenza energetica anche in casi estremi. Colonizzando le zone industriali limitrofe alle aree urbane e al profondo taglio che costituiscono le infrastrutture della strada cantonale e dell’autostrada, assomigliano ad un memento mori moderno.

Un’altro simbolo sempre presente nel nostro cammino che colpisce per la ridondanza del suo significato è la bandiera svizzera. Innalzata in ogni giardino, appesa alle finestre,. Questo stendardo dell’orgoglio nazionale quasi si annulla di significato nella sua ripetizione.

Casa Lafranchi a Camignolo

“La privacy non significa nascondere agli altri la vita privata, ma evitare che la vita degli altri irrompa nella mia”
Jonathan Franzen


Durante la camminata incrociamo una casa di recente edificazione. Non per forza l’ultima costruita qua attorno, ma sicuramente quella dal linguaggio più contemporaneo tra quelle che compongono il paese di Camignolo. Costruita nel 2012, il progetto nasce dal recupero di vecchie stalle. Il cemento a vista accompagna armonicamente la pietra antica, tipica della zona. Gli interni sono curati e gli spazi suddivisi tra piccole nicchie che sembrano scavate dal calcestruzzo. L’architetto, insieme ai proprietari, ci racconta quale fosse l’idea della casa, e le difficoltà riscontrate con la burocrazia per poter attuare la loro idea di modernità collegata alla tradizionale abitazione del paese. Non volevano una villetta isolata, bensì un’idea di residenza “di paese” che rispecchiasse l’identità del territorio. Quello che più colpisce però, sia nel piccolo cortile che da sul fronte, sia sul giardino nel retro, è la mancanza di una prospettiva. La vista della campagna attorno o del colle dietro è troncata dalla presenza di alti muri. L’architetto interviene, elogiando questa scelta, con la possibilità di garantire la privacy dei proprietari durante le grigliate. Questa motivazione risulta sufficiente solo ad un piano superficiale. Se le case vicine appartengono ai familiari più stretti dei proprietari, cosa devono nascondere all’interno di quei muri, tanto da dover rinunciare alla possibilità di una prospettiva sul loro amato territorio? L’immaginario di un piccolo paese viene descritto perfettamente dal regista Lars Von Trier nel film Dogville, dove l’intera scenografia è composta da linee bianche che delimitano gli spazi, senza muri, senza separazioni fisiche da uno spazio privato all’altro. La metafora risulta efficace, in un villaggio tutti si conoscono, ma, soprattutto, tutti sanno tutto di tutti. Se la preoccupazione dei proprietari è quella di non avere occhi addosso durante i loro pomeriggi in piscina o le loro grigliate all’aria aperta non è con un muro che questi si possono proteggere. Ma forse l’aria aperta non è ciò che cercano, forse è proprio ciò da cui fuggono. Forse è ancora troppo presente nella memoria collettiva la natura intesa come ente avverso, dal quale proteggersi. Oppure il timore delle guerre passate dei vicini stati europei influenza anche nel piccolo paese la scelta, ingenua, di arroccarsi in un castello, all’interno di una muraglia.

Splash & Spa a Rivera

“Il contenitore di tempo libero”
Marco Giussani, architetto


Raggiungendo la stazione ferroviaria di Rivera, costeggiando la strada cantonale, notiamo un cartello che ci indica la prossima sosta. Il percorso indicato dal cartello è un viottolo stretto, che si allontana dalla grande strada affiancando un edificio apparentemente industriale. Raggiungiamo l’imponente struttura dal retro, nonostante la strada percorsa sia quella principale. Finalmente vediamo il fronte dell’edificio, girando attorno a grossi tubi verdi che fuoriescono da una delle cupole. Incontriamo l’architetto progettista che, non soffermandosi certamente sul linguaggio architettonico, né sull’inserimento rispetto al paese o meno che meno sulla sua coerenza formale, ci presenta le qualità tecniche della struttura. Quello che però più colpisce è la definizione che egli fa dell’edificio. Il “contenitore di tempo libero”. Cercando informazioni su questo edificio mi ero soffermato su una pubblicità, dove si vedono bambini prendere a calci uno scivolo, e inorriditi osservano degli adulti spalmarsi di fango trovato in un ruscello putrido. L’aria aperta evidentemente malsana si confronta con il fantastico cupolone e aria dalla temperatura e umidità controllata, palme, piscine, contro ai prati e i boschi dell’”orrendo” Ticino. Qua la protezione dal mondo esterno è evidente e si aprono molti temi. Certamente quella della pubblicità è una visione mediatica, atta ad invogliare il consumatore a spendere i propri soldi per garantirsi la sicurezza e il benessere promesso. Il tema più interessante è la visione che hanno del proprio cantone una fetta di popolazione, che non vede certo di buon occhio la trasformazione che sta subendo il proprio territorio. Si deve anche considerare l’idea che hanno quelli che vengono dalla cosiddetta Svizzera interna del Ticino, una regione tropicale, mediterranea, come ci testimoniano l’infestazione di palme piantate da questi, che ovunque ormai prendono il posto degli alberi autoctoni. La relativamente recente rivoluzione industriale del cantone, che ha permesso a questo territorio di avere una propria economia, è quindi intesa come minaccia. Per questo ci si deve salvare, avere luoghi protetti, che non si trovano più all’interno dei propri forti confini geografici, ma all’interno di una struttura dalle fattezze di un’astronave futuristica. Questa contraddizione è evidentemente un altro segno che marca fortemente la caratterizzazione degli abitanti del luogo alla ricerca di un “contenitore” per il loro tempo libero, protetto, chiuso in se stesso, che non dialoga con il mondo esterno, pericoloso e industrializzato.

Campo di Tiro e Caserma sul monte Ceneri

“Si vis pacem, para bellum”
detto latino


Continuando il nostro percorso ci lasciamo i centri abitati, le infrastrutture e l’industria alle spalle. Raggiungiamo con poche centinaia di metri un luogo che pare lontano da ogni civiltà. Solo dopo aver percorso in salita un sentiero quasi smarrito incrociamo una strada lastricata e qualche edificazione. Si decide girare attorno ad una di queste per scoprire qualcosa di incredibile. Immerso in mezzo al bosco troviamo una radura lunga qualche centinaia di metri, in leggera pendenza. Questa radura artificiale sorprende per la sua conformazione, piccole collinette artificiali, avamposti e ripari ci fanno intendere che si tratta di una base di addestramento militare. Qua non troviamo muri, o recinzioni. La natura stessa in questo caso crea una sufficiente barriera tra il campo di tiro e la civiltà. La qualità paesaggistica è notevole, il modo in cui hanno creato questo luogo porta con se conoscenze di tipo territoriale e strategico militare. Proprio sul monte Ceneri si trova una delle caserme più importanti in Ticino, ci spiega uno dei compagni di viaggio che fa parte dell’esercito svizzero come tenente, che, seppur non una delle più prestigiose in Svizzera, è da questa che la maggior parte dei soldati della zona, e dalla svizzera interna, cominciano il loro addestramento. Proseguendo il percorso troviamo la caserma vera e propria. Subito si nota che i soldati posti a guardia del cancello d’ingresso non parlano italiano, sono di lingua tedesca. Questo simboleggia non solo una certa idea di superiorità che gli svizzeri tedeschi hanno nei confronti dei ticinesi, ma anche in un certo senso una garanzia: chi attraversa questo luogo deve sapere esprimersi in tedesco, lingua della maggioranza dei cantoni, e quindi provare di essere un vero autoctono. L’esercito territoriale svizzero è uno dei fenomeni più interessanti, in una Nazione che si dichiara neutrale nelle scelte di schieramenti di politica estera. La particolarità è proprio nella capacità di spiegamento, in quanto ogni maschio svizzero alla fine degli studi superiori viene chiamato a fare la leva militare obbligatoria. Nell’esercito vengono impiegati all’incirca 5 miliardi l’anno, tra spese e armamenti, solo per la difesa del territorio. Nessuno Stato che non sia coinvolto in operazioni militari fuori dal proprio territorio spende altrettanto. Questo denota quanto sta a cuore il mantenimento della sicurezza all’interno delle loro frontiere. Ogni soldato ha poi i poteri di polizia del territorio, avendo la libertà di interrogare chiunque si reputi sospetto, rendendo davvero questa Nazione tra le più sicure al mondo per i propri abitanti. Si può definire la Svizzera come una fortezza al centro dell’Europa, eppure si sentono costantemente sotto attacco da misteriose forze straniere, a volte i terroristi, a volte i richiedenti asilo, a volte i frontalieri. Una volta entrati veniamo scortati al museo della radio, luogo interessante non solo per l’esposizione, che i più appassionati di me possono sicuramente godere di più, ma per la storia. Infatti durante la seconda guerra mondiale i segnali radio che partivano da questo posto permettevano di ascoltare le notizie neutrali, e oggettive sulla guerra, anche in Italia, informando chi era rimasto nelle città di conoscere cosa succedesse ai loro cari in battaglia. La testimonianza di questo museo ha paradossalmente una valenza molto più internazionale di quanto il luogo dove sorge non lo vuole ammettere. Chiusa all’interno di frontiere, barriere naturali e cancelli di una caserma, l’antica antenna radiofonica rappresenta il passato che ognuno di noi si porta dietro, tramite il racconto dei nostri genitori tramandato dai loro.

Conclusione
L’idea che il territorio mi ha donato è quella che personalmente ho visto, relazionandola sempre alla mia storia. Non si propongono giudizi, ma fatti che comprovano il proprio ragionamento. La protezione del territorio ha permesso alla Svizzera di essere un paese sicuro dal punto di vista economico, politico, e militare. Nel momento in cui si intraprende un percorso così particolare a piedi gli spunti di riflessione appaiono inaspettatamente. Ciò ha permesso che le esperienze passate e le conoscenze accumulate si unissero a quelle nuove, rafforzando idee e mutandone altre.
Camminando si ha la possibilità di ascoltare, dialogare e raccontare quello che si vede, influenzandosi a vicenda con gli abitanti, con i compagni di viaggio e con i percorsi. L’atto della passeggiata, antico come il pensiero umano, è un momento di simbiosi con il territorio sul quale si attua. Ci si appropria del luogo, lo si invade per restituirne una propria interpretazione, anche inaspettata rispetto alle idee che si creano nel momento dell’aspettativa.
I ricordi che si raccolgono al termine della giornata sono sempre confusi, in ordine sparso nel cervello che li organizza secondo criteri personali. Solo dopo qualche giorno, o settimana, si ha la possibilità di saper dire che cosa sia successo, come quando osservi un avvenimento importante, non si percepisce mai nel momento stesso, ma solo dopo che, al termine, tenti di ricordarlo. Così come il nostro corpo necessità di riposo dopo una lunga camminata, anche il nostro pensiero ha bisogno di fermarsi per potersi guardare indietro.







The reflection of perception
  A second look at the intrinsic complexity of apparent banality
/Chan-Woo Park/
“Walking … is how the body measures itself against the earth.”
Rebecca Solnit, Wanderlust: A history of walking


The earth is a place irreversibly marked. For exploring the territory, setting boundaries and connecting places, humans tend to use clear, simple conventions to guide and inform. Even so, if one was to be transported to a place; of similar cultural and spatial background as the one he or she has been accustomed to; but at the same time unfamiliar; would he be able to orient himself and read the signs that define a specific place?

The natural course of society has been pressuring us into a state of blasé, our empathy decreasing with each moment. It is interesting to observe how the dialogue between many fields including economy, anthropology and geography converge to form places filled with meaning. Meaning is all around us, therefore the apparent banality of any space can be quickly invalidated upon a closer inspection. The drift, or derive permits us to reconnect and explore a forgotten reality that exists whether we consciously acknowledge it or not. Traversing the territory by foot allows us to participate in an esthetic experience and to engage the environment in ways motorized transport limits or denies.

We are all heroes of our own destiny, and our journey begins with the first steps taken in the station of Mezzovico (Ticino, Switzerland). A formerly picturesque landscape now unapologetically divided and fragmented by the infrastructure. Historically, the route was travelled on a north south direction connecting trails as far as Rome or Berlin.

Mezzovico

Rural

Scuola Camignolo

Splash & Spa

Museo della Radio

Piano di Magadino

The serendipitous nature of exploring the unknown by foot can provoke, enlighten and create new emotions. By recording an experience, the invitation to participate in a work of art remains open.







Odori nel vento
/Rosita Damiano - Riccardo Melchionna/
“Quando di un antico passato non sussiste niente, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più fragili ma più intensi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’ odore e il sapore restano ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto il resto, a reggere, senza piegarsi, sulla loro gocciolina quasi impalpabile, l’ immenso edificio del ricordo”
Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto: Dalla parte di Swann

L’odore è uno strumento cognitivo dal valore incomparabile, al quale oggi si ricorre con sempre minor frequenza ed interesse. Il senso dell’olfatto non ricopre una semplice funzione biologica, ma è un collettore di preziose informazioni. Gli odori hanno infatti un’incredibile capacità di risvegliare all’improvviso un’esperienza passata e radicata nel fondo della nostra memoria. Così un certo profumo risentito a distanza di anni può rievocare in noi un episodio dimenticato della nostra esperienza. Ancora oggi utilizziamo gli stessi sistemi cognitivi che l’uomo possedeva milioni di anni fa: la natura dell’uomo paleolitico era infatti quella di cacciatore-raccoglitore, attività nelle quali l’utilizzo dei cinque sensi rivestiva un ruolo fondamentale. Non è solo grazie alla vista che possiamo vedere il paesaggio che ci circonda, con i suoi colori e le sue forme. Esso ci avvolge, ci penetra e ci contiene anche ad occhi chiusi, attraverso l’esperienza tattile, uditiva ed olfattiva.

Nel vivere l’esperienza psicogeografica abbiamo deciso di operare una lettura del paesaggio basata sulla percezione dei suoi odori. Attraversare un territorio camminando permette di viverne tutte le sue qualità: in particolare ci siamo concentrati sull’ intensità olfattiva degli elementi del paesaggio, interrogandoci sulla possibilità che questa offre di identificare un luogo e di ricordarne l’essenza.

Durante il percorso abbiamo operato una mappatura dei luoghi attraversati, tramite la registrazione dei loro odori ad intervalli regolari, distinguendo due categorie differenti: odori del paesaggio naturale e di quello artificiale. In questo modo abbiamo voluto identificare le caratteristiche del paesaggio e analizzare quanto quest’ultimo fosse stato trasformato dall’intervento umano. Con l’utilizzo di una scala di intensità con valori crescenti da 0 a 20 si realizza a posteriori una “sezione olfattiva”, che, come un elettrocardiogramma, riproduce graficamente l’attività evolutiva del paesaggio.

Si restituisce così la narrazione dell’esperienza geografica, dove gli odori costituiscono una chiave fondamentale di lettura del territorio: l’odore descrive, racconta, libera il paesaggio dalle sue forme e dalla necessità di comprenderlo con la sola vista; l’odore ci restituisce il paesaggio attraverso le sue molteplici sfaccettature, creando esperienze che perdurano nella memoria.

/Odori nel vento/


Restituzione olfattiva del paesaggio, attraverso cui si racconta l’interazione tra due grandi realtà: naturale e artificiale. Con l’utilizzo di una sezione grafica, una mappa del percorso e una documentazione fotografica, tra loro perfettamente sincronizzate, si forniscono elementi per una lettura olfattiva del territorio. Per aiutare la comprensione degli elementi naturale e artificiale è stato previsto l’utilizzo di due tracce sonore: una musica classica associata al paesaggio naturale ed una elettronica che descrive quello artificiale.






A deep topographer’s experiment
Re-linking our Cosmos through Human flight and Speed
/Solange Mbanefo/
Psycho-geography, is known today as a technique of the body originating from the French artistic avant-gardes called the Situationists, 1950, Paris. One of the revolutionary members, Guy Debord, once said, “People can see nothing around them that is not in their own image. Everything speaks to them of themselves.”

Today, it has become a trans-disciplinary practice that gathers various fields of research that are motivated by the desire to understand and subvert the ways in which everyday life is conditioned and controlled by the universal organisation of the environment. For the Situationists, the idea of locomotion without goal was the basis of their coined term of de/rive or drift, one of the key principles employed for their pioneering psycho-geographical experimental enquiries.

Many of us are intrigued to understand Reality and its’ different contradictions it seemingly conducts, such as its’ irrational expectations towards our computed and linear thought processes. However, for our contemporary society, the physical act of walking is exponentially being neglected. Our strenuous technology-dependant lifestyles has decisively lost interest in the act of travelling on foot, which has now become an endangered narrative that we have lost touch to prioritize with. One of our primordial instincts is on the verge of disappearing: our contact with Nature. The stream of listening to our natural consciousness is becoming more and more rare within our conventional society. The Situationists were strongly against the so-called: Société du Spectacle , or the Consumerist Society, which had fallen into the tempting seductions of Capitalism since the Industrial Revolution until today.

The City’s lack of Soul and Heart, is a result of the urban context that has elevated machine-men that have forgotten how to believe, have failure of Vision, and usually our lack of precious time has almost washed out special moments we could spare to breath in the fresh air, to stop and smell those orchids, to contemplate the frosty streams in the nearby park, or to witness sunsets, as one of the various examples.

As an experiment, I put myself in the feet of a Deep Topographer. The latter is a title coined by a very peculiar psycho-geographer called Nick Papadimitriou who rose to fame as he dissected the complex and neglected London suburbs. In his own style, he has stayed faithful to Debord’s urban coalition of "study[ing] the precise laws and specific effects of the geographical environment, consciously organized or not, on the emotions and behavior of individuals." However I wish to borrow this term for its grammatical accuracy to the experimental analysis of this course.

I wanted to adopt a narration that would enable a stimulating development of perception out of the presumed commonplace. The two aren’t opposites. The inexplicable and the obvious often complete each other. Henceforth, my psycho-geographical method shall no longer be strictly on foot. This narration is aimed at challenging the conventional current of natural consciousness. I will portray the concept of chancing the sublime that lies within nature with two new perspectives of a techno-utopian provocation. The first one is the commercialization of flight. More precisely, Human Flight. The second one is Speed, which is the defining factor that portrays my Deep Topographer’s point of view. The determined speed shall start at 1.4m/s, walking average, and will range between 180 and 80 meters per second, which are the initial and sequential constant speeds of a human body as it exits a plane until it stabilizes at the free falling constant velocity. This extreme sport is also known as Skydiving.

Apart from architecture, one of my first passions was the liberty one could attain by flying. I started skydiving from the age of 17 and I’ve been more than certain that my early exposure to this sport has enabled me to perceive nature and the surrounding environment with higher sensitivity. The challenge was in understanding how, why and with what instrument I could use to demonstrate my intuitive assumptions.

The first aspect of the experiment was based on retracing the same route we had explored on foot with our course professors. The walk lasted all day and was our first psycho-geographical experience. The ironic thing that first struck me was that I had studied the last part of the valley of concern for many years, since it was where the Skydiving DropZone was based. We had to analyze the wind currents in order to land and avoid deploying incidents, we had to memorize the Ceneri valley’s topography to avoid high-tension itineraries or risk zones for the individual flyer. I knew the region on the macro scale very well! However, this psycho-geographical course unraveled the hidden beauties of the micro scale. However, to my amusement, I saw an interesting link. They both complete each other. The macro shows you the context of where you are. It exposes the breathtaking immensity of the Whole that we are thoroughly part of. The micro experience is clustered with detail, odors, sounds, colours, textures and life. As we walk through any landscape, we immerse our senses, we dive our thoughts into what we are now part of.

The second aspect is speed. The changing phenomenon about walking long distances in an environment is the speed that we have lost touch with. We are usually driving around on bikes or in cars and the distances of the built remain fairly stretched out to a new machine-sized scale. A man walks at roughly 1.4 meters per second. For the contemporary urban dweller, it is very very slow. This is why we manage to dive into the environment with such fascination. We have a more natural timespan for our bodies to adapt and understand where it is located. On the other hand, in free fall, you have roughly, one to five minutes of total freedom as one cuts through the majestic sky. Those few seconds are however enough to overwhelm the mind and inject the physical body with awareness of where we usually walk. It shows us the endless possibilities of drifting, the invariable paths we can wonder along and it gives us a justifiable vision that is adapted to its relative speed. If we would inverse the different speeds between walking and flying, our brains would not comprehend anything. We would get seriously dizzy zapping through a dense forest where our eyes will get suddenly lost with all the infinite little details racing past our hungry eyes. On the other hand, if we could spend hours and hours in the sky, it would almost loose it’s deep value since we would be statically floating at a speed of 1.4 meters per second over a very similar environment that is deprived from stimulation of all the other senses. In the stratosphere, it is probably too cold to smell abundant odors, our bodies are not capable to catch clouds and it is extremely cold.

To conclude, every vision has it’s own respective speed and I believe that broadening our spectrum of awareness is indeed a pragmatic opportunity we should all take if given the chance.

In the words Paul Virilio, speed enables you to see. It does not simply allow you to arrive at your destination more quickly. Rather, it enables you to see and foresee… be it slower or faster, speed changes the world vision. Most psycho-geographers advise us to slow down and perceive the micro-cosmos we belong to. As a claiming Deep Topographer, the advice is to try and diversify your appreciation of the macro-cosmos. Use the opposing end of the spectrum to enhance your vision and perceptive qualities in order to appreciate and recognize where we are All naturally from.

/The conception of my personal narration/









Campus Ticino - Mendrisio/Lugano
Narrazione
Petit Grand Tour
Caddeo
Narrazione
Passaggi
Bonini
Narrazione
Infrastrutture
Vasvari
Narrazione
Via Lucis
Crespi
Narrazione
In-between Spaces
Lietha
Narrazione
Tra Lago e Montagna
Pastore
Narrazione
Flussi sonori
Tonelli
Petit Grand Tour
/Alberto Caddeo/
In epoca in cui affrontare il Grand Tour era obbligatorio per essere riconosciuti come artisti, molti pittori diretti in Italia si trovavano a dover attraversare il Ticino. Non pochi vennero ammaliati dal pittoresco potenziale delle sponde del lago di Lugano e dal profilo sinuoso delle montagne che lo circondano. Prima di subire una aristocratizzazione, con l’avvento delle carrozze, il Grand Tour veniva svolto a piedi. Si trattava di esperienze psicogeografiche ante litteram dove la narrazione di ritorno si concretizzava nei dipinti. Il concetto di paesaggio come creazione dell’occhio filtrata dalle esperienze personali e dunque puramente soggettiva, trova conferma nella varietà di diverse versioni degli stessi soggetti dipinti. La nostra esperienza psicogeografica ci ha portato da Capolago a Lugano, intrecciando il nostro percorso con quello intrapreso dagli artisti del secolo scorso e quello precedente. Riguardando quelle vecchie stampe si possono ritrovare delle forti somiglianze con il territorio contemporaneo, in alcuni casi però le trasformazioni che si sono depositate sul territorio rendono molto difficile l’identificazione dei luoghi raffigurati. La cultura dell’automobile ha portato il cambiamento maggiore nel paesaggio, imponendo infrastrutture urbanistiche di dimensioni imponenti che cozzano con il delicato profilo dei monti prealpini.

Coprire la distanza che abbiamo percorso noi interamente a piedi ha riservato qualche sorpresa, infatti i collegamenti pedonali tra i paesi sono praticamente inesistenti e bisogna servirsi di passaggi di fortuna, come il ciglio di una ferrovia o il bordo di una strada non pensata per la sicurezza di un camminatore, per dirla con un eufemismo. Il nuovo soggetto del gran tour, assieme al lago e alla skyline definita dai rilievi è la strada (e la ferrovia).

In alcuni casi invece le sponde del lago sono state trasformate in modo più sensibile, senza lacerare la carica sublime del luogo, valorizzandone l’aspetto suggestivo e rendendo la contemplazione del panorama più comoda.

Le immagini qui proposte indagano come l’architettura ha modificato il territorio, e come si presenterebbero quei dipinti antichi se fossero ripresi ai giorni d’oggi
Originale: Gabriel Lory Fils (1825)
Originale: Francis Towne (1781)
Originale: Ambrogio Preda (1870)
Originale: Hans Conrad Escher von der Linth (1795)
Anonimo








Passaggi
/Niccolò Bonini/
A metà tra due poli geografici, il Nord e il Sud Europa, il Ticino rappresenta per eccellenza un luogo di passaggio: di popoli, di clandestini, di libri e riviste clandestine, di studenti, di artisti, di lavoratori, di auto e treni, di soldi, di sogni.
L’identità di questa regione, caratterizzata da una particolare conformazione orografica e da una forte presenza delle infrastrutture di trasporto, è il fatto di essere un crocevia bidirezionale di persone, di cose e di informazioni.
Queste infrastrutture, strada cantonale, autostrada e linea ferroviaria, a volte corrono parallele lungo il loro percorso, a volte si intersecano tra di loro creando dei punti internodali, altre volte interagiscono con l'orografia del luogo "forandola" in determinati punti per potervi passare attraverso.
Durante il nostro cammino da Capolago a Lugano non mi è stato possibile non cogliere questa forte presenza dell'infrastruttura, diventando così passo dopo passo il leitmotiv dell'intera esperienza psicogeografica, accompagnandoci dall'inizio alla fine; a volte costituendo il nostro stesso cammino, a volte trovandosi accanto a noi e a volte trovandosi a dovere essere da noi attraversata.
Il rapporto da pedone-camminatore con l'infrastruttura mi è risultato ancora più forte, da un punto di vista visivo, corporale ed emotivo, in corrispondenza di quei punti di connessione del sistema, ovvero dove i suoi componenti si intersecano o dove esso interagisce con gli elementi naturali. Questi punti mi sono quindi sembrati significativi in quanto rivelatori inconsci della condizione generale di questo territorio: l'essere un luogo di passaggio "tagliato" da questo sistema.
E' inoltre curioso notare come molti di questi luoghi di passaggio e connessione costituiscano fertile terreno di sfogo per i giovani graffitari, ciò che è ben visibile in alcune delle immagini, quasi come se le loro intenzioni fossero di esprimere la loro arte, che tende spesso alla rivelazione di una realtà altra, proprio in questi spazi, non tanto per la loro mancanza di sorveglianza, quanto più per la condizione di indeterminatezza spaziale e temporale (i treni che passano veloce sopra di essi) che li caratterizza. Questa specifica condizione del territorio, quella di essere letteralmente attraversata dalle infrastrutture, è narrata per mezzo di un piccolo reportage fotografico di immagini in bianco e nero di questi punti critici che ne rivelano implicitamente la natura intrinseca.
L'autostrada attraversa la strada cantonale sovrastandola, "tagliando" la vista del paesaggio.
Le infrastrutture intersecandosi creano dei "buchi" che diventano parte del paesaggio.
La linea ferroviaria si crea un varco nel Monte Generoso per poterlo attraversare.
Le infrastrutture si relazionano all'orografia ognuna in maniera diversa.
Infrastrutture, montagne e lago in un solo colpo d'occhio.







Infrastrutture come paesaggio
/Raul Vasvari/
The ubiquity of contemporary infrastructure cannot be overstated; it silently conveys, inhibits, facilitates and mediates. Today, especially in Switzerland, where landscape exists, so does infrastructure. In our era, infrastructure has gained a new degree of visibility and complexity which separates it from the entire pre-industrial history of human life and culture. Landscape is not purely a temporal or biophysical phenomenon. Culture is an integral component in the formation of both landscape and the infrastructural systems which transverse it, many of which are unique to place and people.
The romanticised image of swiss landscapes and especially the ones in Ticino, with its mountains, lakes, and forests, as hard as it is to accept by its inhabitants, are forever “infested” visually, accustaically and even phenomenologically with the presence of the infrastructure. The fact that the “sublime” that we are used to feed ourselves with, is becoming more and more remote and artificial can no longer be ignored. The question is, to wich extent this is a negative thing. Infrastructure as we perceive it, has become both culturally and physically peripheral, resigned to crumble and rot, a secondary unwanted landscape that we do not want to accept and to adopt- “non places”. However we do not realise that its omnipresence has irreversibly changed the primary landscape forever, and whether we like it or not it is there, everywhere, even at the Swiss Miniatur (especially there). Thus, one should consider necessary to recontextualize landscape, the common medium for human inhabitation, as infrastructure and viceversa; a practice inexorably tied to the history of human civilization.
According to Denis Cosgrove (famous cultural geographer, in his essay “Social Formation and Symbolic Landscape” 1984) : “landscapes emerge from specific geographical, social, and cultural circumstances; [...] landscape is embedded in the practical uses of the physical world as nature and territory.[...] These practical uses of the physical world are infrastructural: transport, production, mediation, facilitation.”
Therefore, whether this lost sublime paradise is trully lost, or is just transformed, being a matter of perception or acceptance, or whether it has undergone an irreversible distructive path, each can answer for his own. This short personal movie, as a collection and documentation of lively bits of infrastructure and landscape (inspired by conceptual practices of artists like Hilda and Bernt Becher, but in the spirit of the ideas of Guy Debord) does not claim to give an answer to this question. It tries, however, to seize and emphasise this discrepancy between a landscape that we are accustomed to like and to “love” , and its alter-ego, a hard to digest one, but “painfully” present, between a blind view to the lake and the noise behind, let’s say.


/Infrastrutture come paesaggio/









Via Lucis
/Alessio Crespi/
Un’esperienza psicogeografica è il riuscire a “guardare”, e non necessariamente a vedere, ciò che ci circonda. La mia interpretazione a questo esercizio è stata la volontà di negare il senso percettore, di cui tutti pensiamo sia la principale fonte della nostra memoria, ossia la vista, ma utilizzando le doti degli altri sensi. Per questo motivo ho deciso di bendarmi lungo tutto il percorso che parte dalla frazione di Capolago fino alla sede dell’Università della Svizzera Italiana a Lugano. L’idea, a cui mi ispirai per questa narrazione psicogeografica proviene dalla mia coinquilina, Esme Brooker, mentre ero in Erasmus a Glasgow: lei ha cercato di scoprire il territorio tedesco di Stoccarda completamente bendata per una intera notte (https://www.youtube.com/watch?v=OmgBtGi6wcs).

Questo modo di scoprire e leggere il paesaggio che ci circonda in una dimensione diversa da ciò che caratterizza la professione dell’architetto mi ha fin da subito affascinato e ho cercato di proporla in questa passeggiata educativa.

Le regole di questo gioco ... psicogeografico
Non avendo alcuna idea di come si potesse affrontare una camminata psicogeografica, per di più da non vedente, cercai di attingere alla mia esperienza da animatore/pagliaccio per bambini: per organizzare un gioco è necessario prevedere delle regole divertenti alle quali tutti devono attenersi per l’ottimo successo del gioco, con ovvie varianti in corso d’opera. Perciò decisi di pormi nella stessa condizione, nella quale bambino e animatore sono la stessa persona, e definire dei punti chiari sul come “giocare” al meglio questa esperienza:
- Il percorso va affrontato tutto a piedi;
- l’esperienza va fatta completamente bendata (con eccezione nei tratti pericolosi);
- il bendato deve essere accompagnato;
- la performance deve essere registrata con qualsiasi mezzo tecnologico a sua disposizione (con foto, filmati, registrazioni sonore);
- il “cieco” deve cercare di prendere degli appunti di viaggio per una maggiore facilità di rilettura del lavoro svolto in un secondo tempo;
- bisogna cercare utilizzare tutti i sensi a disposizione per comprendere al meglio il paesaggio presente.

Compiti a casa …
Il giorno seguente all’escursione bendata ho cercato di restituire graficamente, con semplici disegni acquarellati, ciò che avevo vissuto senza essere influenzato dal materiale raccolto durante l’esperienza: fu una sorta di stampa cartacea dei ricordi presenti nella mia mente. L’unico aiuto in questa rielaborazione furono gli appunti presi nel corso della performance, soprattutto per collocare cronologicamente le diverse tappe. La fase successiva a questa narrazione grafica fu il confronto con il materiale visivo registrato, nel mio caso attraverso dei brevi video, per compiere delle riflessioni relative al territorio attraversato.

… e la mia narrazione
Dopo questa prima fase, ho deciso di raccontare questa mia esperienza come una “Via Crucis” narrata nei percorsi devozionali cristiani (Sacri Monti), nella quale l’atto del camminare e fermarsi di fronte ad una determinata “stazione” fa rivivere nel presente ciò che ormai appartiene al passato remoto. Lo stesso effetto ho cercato di proporlo nella mia narrazione laica (da qui il titolo VIA LUCIS), nella quale le quattordici tappe sono frutto di analisi di temi “sacrali” nella definizione del territorio del Canton Ticino: è il passaggio tra nord e sud Europa (I. Stazione e III. Cavalcavia), ossia una terra di confine (II. Tipografia), dove si manifesta l’incontro di differenti culture (XI. Museo, XII. Piazza e XIII. Magazzini e XIV. Università) in un ambiente, però, con forti tradizioni religiose (IV. Cappella e VI. Santuario) e identitarie (VIII. Monumento, IX. Labirinto e X. Patibolo). Tutto ciò è sostenuto da un contesto naturalistico fortemente caratterizzante (V. Lungolago e VII. Foresta). Questa mia lettura del territorio ticinese è riassunta in questo elaborato chiamato per l’appunto “Via Lucis”, nella quale il termine latino Lucis (luce) vuole essere l’antitesi dell’esperienza vissuta, ossia il camminare bendati da Capolago a Lugano.



I.
Stazione /ˈsteɪʃ(ə)n / 車站 / 45°54'11.12"N / 8°58'44.25"E
08.11.2014 _ h 9.10
Via Famiglia Carlo Scacchi 1 _ Capolago _ Switzerland (CH)

“Da qui parte la mia esperienza psicogeografica, mi metterò questi occhiali con lenti in cartone e proverò a camminare da qui a Lugano completamente bendato.”

"From here I start my psychogeographic experience, I will get these glasses with cardboard lenses and I’ll try to walk from here to Lugano completely blindfolded."
Alle 8.40 mi recai presso la Stazione di Capolago (CH).
Nell’attesa dei miei compagni preparai l’attrezzatura: montai la telecamera GoPro sopra il casco, controllai il collegamento Wi-Fi con il mio cellulare. Sembravano gli stessi preparativi prima di qualche missione speciale di un film hollywoodiano. Provai gli occhiali con le lenti oscuranti. La prima sensazione fu abbastanza strana: da piccolo ho sempre avuto paura del buio, perciò il camminare da Capolago a Lugano bendato era, più che un’esperienza educativa, una sfida personale. Poco prima del transito del treno, giunsero alla stazione Laetitia e la sua amica Alessandra, che volontariamente si offrì di farmi da accompagnatrice (fu la prima volta che la incontrai!). Puntuali alle 9.10, con l’arrivo di tutti , ebbe inizio quest’esperienza psicogeografica.



II.
Tipografia / tʌɪˈpɒɡrəfi / 印刷業 / 45°54'20.43"N / 8°58'51.75"E
08.11.2014 _ h 9.30
Via Carlo Maderno 13 _ Capolago_ Switzerland (CH)

“I proprietari, accogliendoci in casa loro, dissero: - Questa fu l’ex tipografia elvetica. Da qui passa la nascita dell’Italia. Ma pochi conoscono la sua esistenza.”

"The owners, welcoming us into their home, said: - This was the Swiss typography. From here goes the birth of Italy. But few know about its existence."
Sentii subito la fiducia di Alessandra e mi feci guidare:
l’immagine più chiara per spiegare cosa stavo provando è quella del bambino che non sapendo camminare si lascia tenere in piedi dalle braccia della mamma. Dopo pochi passi ci fermammo davanti ad una targa commemorativa. Il professore volle rilevare l’importanza del luogo che ci prestavamo a visitare. I proprietari, marito e moglie, ci spiegarono, orgogliosi, la loro volontà di salvaguardare - restaurare quella storica tipografia elvetica trasformandola in un museo / casa privata. Si sentiva nella loro voce la fierezza di essere riusciti a riportare alla luce un pezzo di storia, di cui pochissimi italo-ticinesi conoscevano l’esistenza. Infatti, tra quelle mura durante il Risorgimento furono stampati clandestinamente volantini inneggianti l’unità d’Italia.



III.
Cavalcavia /ˈəʊvəpɑːs /立交桥 / 45°55'0.22"N / 8°59'6.13"E
08.11.2014 _ h 10.38
Via Cantonale 95_ Melano _ Switzerland (CH)

“A un certo punto il professore si fermò e disse: - Qui c’è la vera immagine del Ticino con l’autostrada, la ferrovia, la cantonale, il lago, e la villetta con la palma.”

"At one point, the professor stopped us and said: - Here there is the image of Ticino with motorway, the railroad, the canton street, the lake, and the house with palm."
Uscimmo dal cortile dell’ex-tipografia e riiniziò la prova in direzione Lugano.
Presi a braccetto la mia guida Alessandra e ci dirigemmo verso nord: il sole non riscaldava molto, anche se la giornata era molto serena dopo lunghe settimane piovose. Incominciai a decifrare quali suoni mi avrebbero accompagnato in quest’impresa e chiesi alla mia accompagnatrice di essere per un giorno i miei occhi descrivendomi il paesaggio. Subito mi accorsi dell’importanza del parlare per sentirmi a mio agio. A un certo punto il professore bloccò il gruppo. Il rumore delle automobili sulla cantonale si fece più intenso, come se fossimo in un tunnel, ma quest’idea fu subito smentita dal ritmo costante delle vetture sopra di noi. Ci trovavamo sotto un cavalcavia, dove si rappresenta l’attuale situazione del Ticino contemporaneo.



IV.
Cappella /ˈtʃap(ə)l / 教堂 / 45°55'15.67"N / 8°58'51.89"E
08.11.2014 _ h 11.00
Via Santa Lucia 1 _ Melano _ Switzerland (CH)

“Con sorpresa mi dissero che mi trovavo di fronte a questa cappella dedicata alla protettrice dei ciechi, Santa Lucia: pensai che fosse stato un segno del destino?”

"To my surprise they told me that I was in front of this chapel dedicated to the protector of the blind, Saint Lucia: was it a sign of destiny?
Il percorso proseguì sul marciapiede alla destra della strada cantonale.
Alessandra continuava a esautorarmi di descrizioni e allo stesso tempo mi premeva alla sua destra contro i muretti di cemento, per paura che potessi invadere la careggiata. Da qualche chilometro un freddo umido dell’ombra delle montagne continuava a pungere la pelle. Tale sensazione perdurò fin quando non attraversammo la strada: il calore del sole incominciò a scaldarmi le spalle. Svoltando così verso sinistra, prendemmo la direzione lago. Passammo sotto a un lungo cavalcavia autostradale, che a detta di tutti i presenti, dipinto con ottimi graffiti. Giungemmo vicino alla riva e rimanemmo sorpresi da ciò che ci attendeva, una cappella dedicata alla protettrice dei ciechi, Santa Lucia. In quel momento mi sentii, stranamente, rincuorato.



V.
Lungolago /ˈleɪkfrʌnt / 湖滨 / 45°56'8.31"N / 8°58'7.05"E
08.11.2014 _ h 11.58
Via Rodari 1 _ Maroggia _ Switzerland (CH)

“Un lento ondeggiare del lago, questo muro di cemento alto quanto me alla mia destra e quel DIN- DON- DAN di fronte a me: siamo arrivati qua a Maroggia.”

"A slow swaying of the lake, this concrete wall as tall as me on my right and the Ding Don Dong in front of me: we got here to Maroggia."
Dopo aver preso un breve appunto con il mio metodo del foglio-piegato,
l’esperienza psicogeografica in direzione Maroggia: per molti passi alla mia sinistra si mantenne il dolce ritmo del lago e alla mia destra percepivo il ronzio scostante dell’autostrada. Il suono talvolta era spezzato dalla presenza di alcune abitazioni che creavano una barriera fonica. Alessandra mi aiutò a superare l’ingresso ad un parcheggio e aggrappandomi alla sua tracolla oltrepassammo un campeggio e campi di erba appena tagliata: percepii quell’inconfondibile odore di freschezza. Continuammo a camminare in quel limbo tra rete autostradale-ferroviaria e lago per circa cinquanta minuti fino a giungere a un viale ove il suono delle campane mi diede la certezza dell’ora e del luogo: Maroggia, ore 12.00.



VI.
Santuario /ˈsaŋ(k)tjʊəri / 道院 / 45°56'21.32"N / 8°58'2.95"E
08.11.2014 _ h 12.17
Oratorio della Madonna della Cintura_ Maroggia _ Switzerland (CH)

“Il rumore mi disorientava: pensavo di essere stato abbandonato in una piazzola di sosta dell’autostrada, invece mi trovavo a pochi metri da questo sacro santuario.”

"The noise was confusing me: I thought I was abandoned in a lay-by on the motorway, instead I was a few meters away from this sacred sanctuary."
Mentre il tintinnio delle campane era sempre più assordante, entrammo, in un corridoio urbano:
le voci cominciavano a diventare sempre più strette e il mio bastone inciampava continuamente nei bordi del pavimento in selciato. Dopo pochi passi fummo nuovamente su un marciapiede. Oltrepassando un piccolo cavalcavia, entrammo in un parco con un campo da basket. Il rumore delle vetture si fece assordante. Il disorientamento fu totale: forse mi trovavo in una piazzola di sosta dell’autostrada e non me ne ero accorto. Il sentiero continuava a salire, il respiro si fece affannoso e il rombo veicolare si avvicinava ai miei orecchi. Alessandra mi disse che eravamo giunti al Santuario della Madonna della Cintura e me ne accorsi nel momento in cui, come San Tommaso, ne toccai i mattoni della facciata seicentesca.



VII.
Foresta /ˈfɒrɪst / 林 / 45°56'30.04"N / 8°57'58.15"E
08.11.2014 _ h 12.35
Via Collina 2 _ Bissone _ Switzerland (CH)

“Mi dissero di togliermi gli occhiali e, come potete costatare, mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita: mai versi furono più appropriati.”

"They told me to see again, as you can see, I found myself within a dark forest that the straightforward pathway had been lost: verses were never more appropriate."
La sosta durò pochi minuti. I miei compagni rimasero affascinati dal panorama
che si vede da quel pianoro di fronte al Santuario. Mi consigliavano di togliermi gli occhiali per rimanere anch’io estasiato da quella visuale. Decisi a malincuore di assecondare la proposta fino a quando Francesco, l’assistente, mi obbligò a toglierli per continuare in sicurezza l’esperienza. Alla sinistra del santuario prendemmo un piccolo sentiero, poco battuto e scalammo la collina che sovrasta la galleria San Nicolao. In quel momento rimasi così affascinato della possibilità di vedere, dopo quasi tre ore di buio, che dimenticai i suoni che mi circondavano, ma mi concentrai soprattutto sulla bellezza dei colori autunnali di quella fitta foresta. La sensazione fu la stessa in cui si è svegliati da un lungo sogno e si torna alla realtà d’immagini.



VIII.
Monumento /ˈmɒnjʊm(ə)nt / 碑 / 45°56'58.23"N / 8°57'53.93"E
08.11.2014 _ h 13.36
Via Maroggia 1 _ Bissone _ Switzerland (CH)

“Questo è il paese che ha dato i natali il 27 settembre 1599 a uno dei tre architetti pontifici ticinesi, Francesco Castelli detto Borromini. Benvenuti a Rom … Bissone.”

"This is the village that gave birth on September 27, 1599 in one of the three Pope’s architects from Ticino, Francesco Castelli said Borromini: welcome to Rom..Bissone."
Dopo uno scollinamento di trequarti d’ora, cominciarono a riapparire segni di un centro abitato.
Rimisi gli occhiali oscurati e mi concentrai nuovamente sul vocabolario di suoni percepiti all’ultimo istante di buio. Il rumore dell’autostrada tornò violentemente nei miei timpani finché non me lo sentii fin sotto i piedi: infatti, come Alessandra riferì, stavamo attraversando il viadotto pedonale verso il centro storico di Bissone. Da questo punto in poi fu una discesa a ostacoli: i gradini non avevano una pedata costante, e giunti, vicini alla cantonale, dovetti porre molta attenzione nello schivare i tavolini dei bar. Poi, tutti insieme entrammo nella sede del comune, ove una signora ci descrisse le origini e il vanto di questo piccolo paesino lacuale: qui a Bissone nacque nel 1599, Francesco Castelli detto il Borromini.



IX.
Labirinto /ˈlab(ə)rɪnθ / 迷宫 / 45°57'14.94"N / 8°57'0.79"E
08.11.2014 _ h 14.34
Via Cantonale 5 _ Swissminatour _ Melide _ Switzerland (CH)

“In questo parco ci sono i modelli in 1:25 dei principali monumenti svizzeri. Allora la guida ci mostrò orgogliosa uno degli ultimi arrivati: il Duomo di Milano. Cosa?”

"In this park there are models in 1:25 of the main monuments in Switzerland. Then the guide proudly showed us one of the latest arrivals: Duomo of Milan. What? "
La visita alla casa comunale fu abbastanza celera così come il pranzo al sacco per
ripartire dopo breve alla volta di Lugano. Da Bissone prendemmo un percorso pedonale non asfaltato per attraversare il lago (Ponte-diga di Melide). Anche in quest’occasione il mio udito mi riferì un paesaggio, presumo, del tutto diverso dei miei compagni. I suoni lacustri erano solo un sibilo a confronto dei toni piuttosto alti dei motori delle vetture. Il sentiero rettilineo terminò, entrando nel parco tematico della Swissminatour a Melide. Dopo un giro iniziale su un trenino, continuammo la visita attraverso i vari modelli dei monumenti svizzeri in scala 1:25. Non compresi nulla di quel luogo a parte la sensazione di completa confusione: per fortuna che Alessandra mi guidava attraverso quei meandri labirintici altrimenti, mi sarei perso.



X.
Patibolo /ˈɡaləʊz / 刑场 / 45°58'58.65"N / 8°57'23.15"E
08.11.2014 _ h 16.17
Capo San Martino _ Lugano - Paradiso _ Switzerland (CH)

“Riacquistai la vista per questioni di viabilità, per godendomi questo tramonto e per bere un caffè … poi qualcuno disse: lo sapevate che da qui si giustiziava. Gulp!”

"I regained the view to traffic issues, to enjoy this sunset and to drink a coffee... then someone said: did you know that from here was executed. Gulp! "
Oltrepassato l’utopico “confine” svizzero verso metà pomeriggio, ci dirigemmo verso
la stazione di Melide, dove il professore ci fece notare alcune icone di San Cristoforo, presenti ai bordi del Ponte-Diga: un segno buon augurale ai tempi in cui attraversare il lago avveniva solo con il battello. Per una seconda volta dovetti togliere gli oscuranti. Da Melide, il percorso per arrivare a piedi fino a Lugano è l’equivalente di camminare sospesi su di un filo: uno spazio di circa quaranta centimetri tra la strada cantonale sulla sinistra e la rete ferrovia alla mia destra. Rimango affascinato dai colori rosati delle montagne al calar del sole e il “Casinò bottiano” rimane per chilometri un riferimento costante. Finché raggiungiamo Capo San Martino per una sosta-caffè e si tornò a parlare, dopo quasi un’ora in fila.



XI.
Museo / mjuːˈzɪəm / 博物馆 /45°59'57.45"N / 8°56'57.12"E
08.11.2014 _ h 17.09
LAC Lugano Arte e Cultura _ Lugano _ Switzerland (CH)

“Il professore ci spiegava le caratteristiche di questo nuovo Centro Culturale della Città di Lugano e pensavo se un giorno fosse possibile visitarlo da non-vedenti?”

"The professor explained us the characteristics of this new Cultural Center of the City of Lugano and I thought if one day it can be visited by the blind?"
Terminata la degustazione caffeinica, riprendemmo l’esperienza psicogeografica
psicogeografica ormai sul territorio della città di Lugano. Decisi di rimettermi gli occhiali e continuare con la mia performance da cieco, per la gioia della mia accompagnatrice, la quale era abbastanza provata dal viaggio. Eravamo giunti in località Paradiso e il numero di persone che passeggiava accanto a me continuava ad aumentare. Il sole stava calando e cominciava a sentirsi quella freschezza delle serate autunnali. Il vociare e il ritmo dei passi delle persone mi fecero percepire che stavamo arrivando verso il centro di Lugano, ma non riuscivo a percepire a quale altezza del lungolago fossimo. Solo quando giungemmo nella piazza di fronte al nuovo Centro Culturale della Città di Lugano, il cosiddetto LAC, che riuscii a ricollocarmi geograficamente.



XII.
Piazza / pɪˈatsə / 广场 / 46° 0'13.48"N / 8°57'4.03"E
08.11.2014 _ h 17.15
Piazza Riforma _ Lugano _ Switzerland (CH)

“Alessandra mi disse che eravamo nella piazza davanti al Comune e le ricordai che qui nel 1798 i ticinesi ottennero l’indipendenza contro le armate di Napoleone.”

"Alessandra said that we were in the square in front of the town hall and I reminded her that here in 1798 the Ticinesi gained independence against Napoleon."
Dopo alcune osservazioni su questo nuovo intervento urbano (LAC), l’esperienza proseguì
all’interno delle strade pedonali luganesi. Per me fu un vero incubo: percepì una confusione di rumori tali che mi avvicinai ad Alessandra per aver un supporto nell’attraversamento di quella, che posso definire, una giungla urbana. Le voci delle persone che passeggiavano accanto a me e dei bambini mi mettevano il timore che da un momento all’altro li avrei certamente urtati. Fino a quel momento la voce di Alessandra, il suono del paesaggio lacuale e il rumore delle vetture erano i capisaldi del mio orientamento sonoro, ma in quel momento, invece, i viali pieni di persone, mi disorientavano. Conosco molto bene le vie di Lugano e mi accorsi, come la mia guida confermò, di essere arrivati in Piazza della Riforma o del Comune.



XIII.
Magazzini / ɛmˈpɔːrɪəm / 商场 / 46° 0'18.00"N / 8°57'2.98"E
08.11.2014 _ h 17.20
Piazza Dante Alighieri _ Lugano _ Switzerland (CH)

“Dopo pochi passi giungemmo in quest’altra piazza dedicata alla memoria del poeta italiano Dante Alighieri e qualcuno disse: ma no, è quella della Manor. ”

"After a short walk we came to this other “piazza” dedicated to the memory of the Italian poet Dante Alighieri and someone said: “But no, it is that of the Manor.”
Alessandra si soffermò qualche attimo a descrivermi quello spazio:
il palazzo comunale con lo stemma della Città di Lugano e i tre bar/ristoranti presenti di fronte ad esso. Da qui prendemmo la strada accanto alla pasticcieria storica Vanini in direzione di Piazza Dante. Il numero di persone aumentava costantemente, soprattutto con l’avvicinarsi del grande centro commerciale della Manor. In quel momento percepii il culmine di quella foresta di suoni. Essendo passato molte volte da quel punto della città, chiesi ad Alessandra se ciò che avevo in mente, di quel paesaggio, fosse vero: la chiesa di Sant’Antonio Abate alla mia destra, l’ingresso dei grandi magazzini alla mia sinistra e di fronte un negozio di vestiti e una pasticcieria. Da qui ci dirigemmo alla destra della piazza, verso la pensilina dei postali.



XIV.
Università / juːnɪˈvəːsɪti /大學 / 46° 0'38.09"N / 8°57'29.44"E
08.11.2014 _ h 17.40
Via Giuseppe Buffi 13 _ USI_ Lugano _ Switzerland (CH)

“Finalmente arrivammo alla nostra meta, la sede dell’Università della Svizzera Italiana e potei togliermi gli occhiali anche perché non ci vedevo piu’ dalla fame.”

"We finally arrived at our destination, the seat of the University of Italian Switzerland and I could take off my glasses because I couldn’t see more by hunger."
Non vedevo l’ora di arrivare a destinazione. La fatica cominciava a farsi sentire.
Mentre Alessandra mi guidava attraverso le strade di Lugano, cercavo di ripercorrere con la memoria visiva quei percorsi, cercando di focalizzarmi su alcuni edifici che avevo ben in mente: la pensilina degli autobus, l’edificio a mattoni dell’arch. Mario Botta con una pianta al suo culmine, i portici con le folate di calore dei riscaldamenti appena accesi fuori dalle porte scorrevoli, le facciate della banca del Gottardo che scandiscono la viale Stefano Franscini. A un certo punto arrivammo di fronte all’università. Arrivati! Missione compiuta. La soddisfazione fu molta e i ricordi del percorso, dopo mesi sono ancora vivi. Ringrazio tutti, ma in particolare Alessandra che mi ha supportato e sopportato in questa bella esperienza. Grazie.






In-between Spaces
/Laetitia Lietha/
In this representation of the walk from Capolago to Lugano, I focus on showing contradictory moments in the (urban) landscape. I want to turn the attention to places, which are attracting and in the same time repelling (probably depending on one’s view). I was looking for in-between places, which are, at the moment, not defined and thus allow individuals to fantasize about the future of the site. Therefore I was firstly seeking out for abandoned houses and unfinished building sites.
In a further step I was also intrigued by the strong presence of infrastructure on our itinerary. As the sensation was again captivating and repelling to me at the same moment, I decided to include these kind of in-between spaces as well in this essay.
Through photography and films (and also other medias) the wasteland (terrain vague) is often represented as a sublime place. The viewer is fascinated by its demolished or unfinished state. As the spectator has a certain distance - even the photographer already has it - the site becomes abstract and this might lead to a certain fascination for it. If one has a connection to the site, let’s say one used to be the owner of the abandoned house or one lives just next to the motorway; there is definitely no sublimity for him to see in a picture. So, the sensation of a space and the look at the representation of it completely differs depending on one’s past.
In this work I was interested in creating - in a playful way - an opposing feeling when looking at these sites. Trying to achieve these reactions, I wanted to play with stereotypes one has of the southern Canton of Switzerland. What happens, if these typical “elements of the south” are placed in untypical sites? What happens, if the sunbathing doesn’t take place next to the beautiful lake of Lugano? Does it change our perception of these “sublime” places and does it change our way to look at Ticino?
I tried to capture in the background the landscape of the specific location. It should give orientation where the pictures are taken along the way. Further it should emphasize the idea of contradiction; showing the stunning landscape and the in-between space at the same time. What is now sublime? Is it the abandoned house in the foreground or the beautiful landscape in the back?
The motorway opened in 1966.


Where there is not enough space, projection into a “sublime” is difficult.


Building of a villa was once under discussion, but only the garden was built.


Until now, it is uncertain what will be built on this site. To date it is not open to the public.


Francesco Borromini was born in Bissone in 1599. Passageway by the lakeside.


Since December 2011 Bissone has new noise barriers.








Tra Lago e Montagna
/Enrica Pastore/
La seguente narrazione inizia attraverso un’analisi pragmatica del territorio. Prima di intraprendere il percorso a piedi ed osservare il paesaggio “dal basso”, ho scelto di averne uno sguardo “dall’alto” attraverso immagini aeree; questo punto di vista permette di capire molto del luogo: offre la visione di insieme dei suoi elementi strutturanti. Nel momento in cui mi sono messa a camminare, ho riconosciuto ciò che avevo intorno: dallo spazio bidimensionale della vista aerea mi sono ritrovata immersa nello spazio tridimensionale del paesaggio. A partire dalle mappe alla grande scala ho cercato di sintetizzare il territorio ticinese al minimo; cioè estrapolarne gli elementi morfologici caratteristici che ne formano l’identità. Si distinguono quattro componenti suddivise in due gruppi: • elementi naturali : Lago Ceresio / pre-alpi • elementi artificiali : insediamenti / infrastrutture (autostrada e ferrovia)




La narrazione, dunque, propone di scoprire le relazioni tra i quattro elementi, la loro articolazione reciproca; si tratta di capire la composizione volumetrica del territorio dal punto di vista di colui che lo abita o lo percorre.
Mi è stato di aiuto leggere il paesaggio “disegnando” delle immaginarie linee di sezione. Se mi trovo ipoteticamente sulla linea cosa vedo alla mia destra e alla mia sinistra ? E’ stato questo il fil rouge dell’esperienza psicogeografica che mi ha guidato da Capolago a Lugano e che vorrei riproporre ai lettori della mia narrazione.
Ho individuato quattro punti di sezione differenti: a mio parere sintetizzano le possibilità di combinazione lungo il percorso dei due elementi naturali, lago e montagne che si alternano tra destra e sinistra.
  • • Capolago - Montagna / Montagna
  • • Melano e Maroggia - Lago / Montagna
  • • Ponte diga a Melide - Lago / Lago
  • • Lugano Paradiso - Montagna / Lago


Tra i due volumi, un grande pieno verticale per le montagne e un grande vuoto orizzontale per il lago, si snodano le infrastrutture e si articolano gli insediamenti. Tra prime non si può ignorare la presenza dell’autostrada: una linea che “taglia” il paesaggio talvolta in modo violento. Si ricordi l’importanza di questa via di comunicazione che rappresenta una delle identità più forti dell’intero Ticino; è un punto di passaggio tra Sud e Nord Europa, uno snodo per il trasporto merci e per la viabilità. Questo vale anche per la rete ferroviaria che corre a fianco. Gli insediamenti invece vedono Lugano come polo principale, città sede delle attività lavorative, dell’istruzione (l’Università della Svizzera Italiana), delle infrastrutture ecc…, mentre gli altri centri abitati non raggiungono grandi dimensioni. Tuttavia dal punto di vista storico-culturale si nota la presenza di alcune eccellenze come la Tipografia Elvetica a Capolago o Bissone, città natale di Francesco Borromini.
A seguire, vi sono per ciascuno dei quattro punti di sezione uno schema, le viste destra /sinistra e un’immagine panoramica del luogo.








In sintesi, ho camminato lungo il lago e sul lago, a lato e sopra i rilievi pre-alpini, sotto l’autostrada e di fianco alla ferrovia. Tutto questo mi ha insegnato tanto rispetto al territorio che avevo intorno: sia nella forma di una narrazione visiva lunga ben 15 km sia nella riflessione che ho svolto a posteriori. Sicuramente ha lasciato una traccia dentro di me.








Flussi sonori
/Marta Tonelli/
« Il nostro senso dell’udito, che finora è stato sottovalutato nella trasmissione e rappresentazione dei dati, può essere utilizzato per ampliare il repertorio rappresentazionale della cartografia. Il suono, in altre parole, ci fornisce ulteriori possibilità per la rappresentazione dei dati e dei fenomeni e più modi per esplorare e comprendere il complesso mondo fisico e umano in cui abitiamo. »
John Krygier, Making Maps with Sound


L’associare motivi musicali a percorsi geografici trova un precedente storico significativo nell’insieme di percorsi con cui le popolazioni australiane avevano creato una vera e propria mappatura del continente, detta le vie dei canti: ad ogni tratto percorso, caratterizzato da fiumi, pozzi, montagne veniva associato un canto, legato a un mito ambientato nel territorio. Le vie dei canti costituiscono quindi una rete di percorsi sonori simbolici che struttura e articola lo spazio.

Usualmente, le esperienze che viviamo nel camminare, ossia nel conoscere il mondo, vengono restituite, condivise, tramite documenti quali fotografie e mappe. Si estrapolano così alcuni elementi caratteristici dei luoghi visitati, che si crede lo rappresentino; molte volte essi riguardano la percezione meramente visiva delle cose.

Nel vivere (e nel restituire) l’esperienza psicogeografica ho scelto di trascurare gli elementi legati al senso della vista e dotarmi di un semplice registratore, in modo da poter memorizzare quanto udito, in una sorta di psicogeografia acusmatica (così era definita la pratica di ascolto degli allievi di Pitagora, tenuti a seguire la lezione da dietro la tenda in modo da non essere distratti da fattori visivi).
La dissociazione dei due sensi di vista e udito favorisce l’ascolto: i suoni ed i rumori costituiscono un apparato autonomo - potremmo chiamarlo la voce delle cose - che riporta totalmente la complessità di quanto ci circonda. Ovunque vi sia vita, c'è suono, ed il mondo è paragonabile ad una grande composizione musicale, di cui siamo, simultaneamente, attori e fruitori.

Il paesaggio sonoro è omnidirezionale e relativamente omogeneo: è il risultato di una serie di (micro)eventi sonori che dipendono da fenomeni vari e imprevisti. Dipende dal tempo: è legato ad un preciso momento, così come ad eventi che si ripetono a diverse cadenze, quotidiana, settimanale, stagionale, oppure in maniera imprevista, accidentale, repentina. Trascende il carattere pubblico o privato degli spazi, perché ne oltrepassa le barriere visive: ripartisce lo spazio diversamente, è sintomatico della vita, dell’identità di un luogo.

L’obiettivo è quello di ricomporre, tramite il montaggio delle tracce registrate, sulla scia di Luigi Russolo e Schaeffer, un brano che aiuti a ricostruire la storia del territorio percorso, raccontandone i flussi, sonori e non, che lo attraversano e ne segnano le peculiarità. A questo proposito occorre precisare che il montaggio non è stato eseguito riportando pedissequamente nell’ordine esatto i fenomeni acustici ascoltati, ma che essi sono stati manipolati ad hoc ai fini della narrazione: in ogni caso, nella realtà stessa fanno parte di una sinfonia che li rende un unicum indissolubile.
Il territorio si riempie di sovrapposizioni, acquista complessità (e contraddizioni), vive grazie e a discapito dei suoni, da cui non viene mai tradotto letteralmente, ma alterato, contemporaneamente svuotato e riempito. Quanto raccolto è stato esperito nel tempo, nel camminare: genera una grafia aleatoria ed intuitiva, fatta di percezioni, di pulsazioni, frammenti in cui si abbandona l’idea canonica di mappatura di un territorio e se ne crea una più liquida, più mutevole.

Si restituisce così una narrazione tridimensionale dell’esperienza psicogeografica, dove i suoni costituiscono molto più che il semplice informare - suono è tensione, pulsazione, esplosione, implosione, ritmo, esperienza totale nella quale si è coinvolti, immersi, assorbiti a tutti i livelli, cognitivo, affettivo e corporeo. Il suono crea, racconta, descrive e interpreta il luogo, lo spazio, il tempo, le situazioni, gli eventi e le emozioni.

Restituzione acustica e grafica del paesaggio sonoro, attraverso cui si racconta il passaggio dalla vita rurale alla realtà di cardine infrastrutturale del Mendrisiotto.








Il sentimento dell'acqua - Da lago a lago
Narrazione
Percorrenze
Merz - Monacelli - Rondini
Narrazione
Architetture dimenticate
Odazzi
Narrazione
Pietre
Körberg
Narrazione
Strati del tempo
Ruiz Velasco
Narrazione
Focus
Ben Ali - Crozzoletto
Narrazione
Superfici di incontro
Ermanni
Narrazione
Quattro passi nell'anima
Cabral
Narrazione
Architettura e territorio
Pasqualini
Narrazione
Corpuscoli viandanti
Biondillo
Percorrenze
/Valentina Merz - Lara Monacelli - Marina Rondini/
9 novembre 2013. C’è il sole, grazie al cielo. E’ un tipo strano questo professore di psicogeografia, ci vuole far camminare per 16 km dal lago di Lugano fino al lago di Como. Ci toccherà trovare una storia da raccontare. Che genere di storia e a chi raccontarla poi, questo boh!, non l’abbiamo mica capito. Per ora sappiamo che la sveglia è suonata troppo presto per essere sabato mattina e si prospetta una giornata strana.

Registratore e macchina fotografica alla mano, l’obiettivo è scovare qualche storia in questo territorio di frontiera, qualcosa che accomuni o allontani le due parti, qualche personaggio divertente, un artificio narrativo.

I personaggi di questa storia sono i passanti che hanno incrociato il nostro cammino; ognuno di loro, chi più, chi meno, ha dato il proprio contributo per ricostruire la storia di un territorio. Con due banalissime (o metafisiche?) domande (Da dove viene? Dove sta andando?), tramite la narrazione orale abbiamo cercato di ricostruire l’identità di un territorio che molto spesso la propria identità la dimentica.

Tre sono le storie che abbiamo individuato e intrecciato:
- una storia fatta solo di suoni, che ci raccontano di una realtà tradizionalmente rurale usurpata dall’infrastruttura;
- una storia architettonica narrata da voci d’architetti e non solo;
- e infine una storia di nodi di confluenze che coincidono con luoghi di mercato e relazioni di scambio.
Quest’ultimo punto in particolare ha attirato la nostra attenzione e abbiamo individuato tre nodi cruciali che in maniera radicalmente diversa fanno riferimento all’ambito del commercio: la fiera di San Martino di Mendrisio, il centro commerciale outlet FoxTown, le tratte dei contrabbandieri tra Italia e Svizzera durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ogni voce è il dettaglio di una storia complessa, di un puzzle di racconti e vite che si intrecciano e vanno crando una memoria collettiva di questo territorio. Interferenze tutte da percorrere.


1. FIERA DI SAN MARTINO

I prati attorno alla piccola chiesetta di San Martino sono normalmente ben poco frequentati ed i rari corridori che vi passano per l’allenamento giornaliero sono accompagnati dal rumore della vicina autostrada.

La scelta casuale di organizzare la nostra passeggiata proprio nel fine settimana del 9 novembre ha permesso di coincidere con un evento annuale importante per la comunità di Mendrisio: la fiera di San Martino.

Arriviamo ancora freschi e felici della fortunata giornata di sole alla periferia nord di Mendrisio e con sorpresa ci inoltriamo tra una massa festosa di gente e numerose bancarelle che offrono vino, miele, formaggi, salumi, caldarroste, una grande varietà di dolci, caramelle, diversi tipi di abiti e oggetti decorativi fatti a mano. Nonostante l’acqualina in bocca non osiamo scaraventarci sul cibo e ripieghiamo sugli autoscontri. In mezzo a tutta questa sorprendente festosità, in questo idilliaco ritorno ad una realtà rurale dimenticata, quasi non ci si rende nemmeno conto della prensenza incombente dell’autostrada, coperta dalle giostre e da qualche bancarella di artigianato peruviano. Il tendone della Gioventù Rurale del Mendrisiotto copre la vista al vicino centro commerciale di Mendrisio e per un attimo, mentre passeggiando si osservano vitelli, capretti e agnelli, si può davvero pensare di essere tornati indietro nel tempo e che tutt’attorno ci siano solo campi e bambini che corrono nei prati. Chiaramente le cose non stanno così e basta poco per rendersene conto. Una camminata verso la stalla ci porta con violenza nella più concreta contemporaneità, mentre passeggiamo al lato di camion sfreccianti e di un gran numero di immondizie volontariamente censurate dal quadro rurale ed idilliaco che tanto ci aveva emozionato. Ci si chiede come sia possibile che la bella chiesetta tardoromanica sia riuscita a sopravvivere fino ad ora alla minacciosa prepotenza del sistema infrastrutturale e del dilagante e rovinoso distretto commerciale ed industriale di Mendrisio.

Entrare nella chiesa di San Martino è, nuovamente, un’esperienza sorprendente; ci si lascia alle spalle l’intorno sconcertante e si torna ad apprezzare il mistico silenzio, protetto da quelle mura secolari. Non esiste più il tempo, potrebbe essere oggi o quattrocento anni fa, noi potremmo essere allevatori venuti alla fiera per scambiare una mucca con tre capre ed entrati nella chiesa dopo aver concluso l’affare per accendere un cero di grazie al Santo. Il religioso silenzio annulla ogni coordinata temporale. Solo il fischiettio della suoneria di un i-phone di qualche sbadato visitatore è in grando di ritrascinarci all’oggi, 9 novembre 2013, e al qui, alla piana di San Martino minacciata da ogni più crudele forma di contemporaneità.


2. FOXTOWN

Dalla fiera di San Martino camminando in direzione di Mendrisio, entriamo in quella che è il limite nord della città, un area occupata da grandi edifici commerciali ed uffici. Il paesaggio fisico e sonoro cambia radicalmente. Dopo aver finalmente scoperto dove vengono gettate le carcasse animali del mendriense, abbandoniamo il ciglio della strada in direzione del Factory outlet store Foxtown. Il mercato si traduce qui nella sua forma. Agglomerato di negozi che importa in Europa una formula commerciale ideata negli Stati Uniti, il Foxtown è ormai diventato un simbolo della città di Mendrisio. E’ un punto nevralgico dell’intera zona e su di esso si focalizzano flussi economici giganteschi: solo uno dei 160 negozi presenti al suo interno arriva a fatturare in un solo giorno anche 150’000 CHF Il rapporto con la città di Mendrisio è ambiguo: nonostante sia un apparente fonte di considerevoli risorse economiche è posizionato ai limiti della città, accanto all’autostrada, e si relaziona prevalentemente con situazioni esterne a Mendrisio stessa. E’ una presenza controversa, associata spesso al riciclaggio di denaro in quest’aerea di confine. Questo grande centro commerciale di un piccolo paese riesce addirittura ad eludere la stessa legge federale svizzera, che vieta ai centri commerciali l’apertura domenicale. Su di esso confluiscono veri e propri flussi migratori giornalieri. Da un lato centinaia di frontalieri ogni giorno si recano qui a lavorare (il 90% del personale è infatti italiano), dall’altro esso diventa un grande spazio collettivo privato dove famiglie intere, giovani vecchi e bambini decidono di trascorrere il proprio weekend. Questo fenomeno può essere interpretato come una nuova forma di pellegrinaggio ( in molti casi adirittura rituale) che non si compie a piedi ma in macchina, verso il Dio-denaro che qui viene velocemente consumato. Fu l’architetto Victor Gruen il primo ad inventare la formula progettuale del centro commerciale negli Stati Uniti degli anni 50: una scatola chiusa che simulasse il mondo esterno al suo interno, eliminandone però le difficoltà ( metereologiche in primis). La varietà del reale viene riproposta in chiave consumistica, sviluppando nel consumatore una finta individualità data dall’apparente libertà di scelta. Anche l’architettura del Foxtown è il risultato di varie strategie commerciali, prima fra tutti la formula outlet. L’edificio ha un basso valore architettonico, è grande e dispersivo, posizionato in una zona priva di un disegno urbanistico e per questo caotica. Queste caratteristiche si scontrano con lo splendore delle vetrine interne. Ne nasce una contrapposizione che aumenta nel cliente la sensazione di “ fare un affare”: solo in un posto isolato e grigio si può trovare quello che altrove sarebbe economicamente inaccessibile, alla stessa (illusoria) qualità. All’interno del centro commerciale l’ambiente è intricato e complesso, l’architettura non è facilmente leggibile, il cliente si perde e perde parte della sua volontà, come se seguisse una “deriva” forzata dalla società dei consumi con cui molte persone occupano il loro tempo libero. Tempo da perdere che noi non abbiamo, essendo molto indietro con la tabella di marcia: entriamo, ci guardiamo attorno per un momento e proseguiamo la nostra passeggiata in direzione del centro di Mendrisio.

Masticando un panino con salamella ticinese (sì, alla fine ha avuto la meglio), ci allontaniamo un po’ a malincuore da quella festa di sapori, odori, colori, da qull’ironico angolo di passato schiacciato tra un presente prepotente.


3. VALICO DI ROGGIANA (CH/I)

Camminando in quota tra le colline del Mendrisiotto, il mio sguardo, stuzzicato per (de)formazione, più dal paesaggio artificiale, che da quello naturale (se ancora consideriamo alcune zone del Ticino come “natura naturale”), mi portava a osservare la confusione infrastrutturale e i mostri edilizi della vallata di Chiasso, più dei dolci pendii del Monte Generoso. Il confine da quassù, vicino a Roggiana/Maslianico, se non fosse per il macigno in cemento del valico autostradale di Brogeda, sarebbe difficile da intuire. Questa linea incerta a tratti invisibile, nell'ammonticchiarsi di palazzine e strade, si confonde e si compenetra senza apparenti differenze da una parte e dall'altra: casermoni di quindici piani, villette in collina, fabbriche, depositi mercantili, vecchi resti monchi d'infrastrutture. M'immagino allora di appoggiare sopra questo paesaggio svilito e schivato dal veloce flusso di persone e merce, sopra questi tetti sregolati grigi e rossi, la stessa “Running fence” californiana di Christo del '72, per ridonare grazia a questi luoghi, con un metafisica infilade di teli bianchi, tesi al vento alpino. Nonostante il nome iniziale dell'installazione fosse “Divide”, la barriera bianca in sé non era l'opera ma il territorio stesso, subendo una repentina divisione, una separazione visiva, riscopriva la sua peculiarità tramite il contrasto e la dialettica con la parte retrostante, spesso molto simile se non equivalente. Avanzando lentamente, mi accorgo di come la linea di confine, il limite che andavo cercando a valle appariva evidente alla mia sinistra e inclinata un po' la testa verso la montagna ci accorgiamo che i vigneti del (in Svizzera) famoso vino ticinese, s'interrompono d'improvviso, assediati da un bosco fitto, disegnando una linea che sale un centinaio di metri e che inizia proprio davanti a noi, alla frontiera pedonale di Roggiana. Una sbarra verde in metallo nascosta dalla caserma svizzera dei Carabinieri e protetta da un'edicola con una Madonna, qualche resto di “maglina” arruginita, la rete metallica posizionata dallo stato italiano nel dopoguerra, sono ciò che resta di uno dei valichi più carichi di storia tra la frontiera italo-svizzera dai primi del Novecento. Ad aspettarci oltre i vigneti c'è il gruppo degli Alpini di Maslianico che ci racconta di quando passare laggiù a valle era cosa per pochi, mentre la vera frontiera, si nascondeva su, sulle montagne, tra rovi e migliaia di scalini, nelle notti senza luna. Grazie al lavoro di questo gruppo d'amici alla ricerca di percorrenze dimenticate, scopriamo l'antica storia del contrabbando, vecchia fin dai Savoia, i nomi dei sentieri e degli “spalloni” più coraggiosi, delle fughe dai finazieri e dai fascisti e dello storico appoggio delle comunità locali sparito da quando si trasportano solo soldi o armi. Il nostro sguardo così si dimentica per un po' delle frontiere giù a valle, superate passivamente seduti in macchina, ma si sforza di seguire le bandierine rosse posizionate sul monte dagli Alpini, cercando di ritrovare i pecorsi di centinaia di Pedule silenziose, rapide e scaltre, perse in una frontiera labirintica e ancor più invisible di quella urbana.

/Riva San Vitale - Casa Durisch/



/Riva San Vitale - Battistero/



/Riva San Vitale - Laveggio/



/Riva San Vitale - Passi lungo il Laveggio/



/Riva San Vitale - da Arogno a Melano/



/Fiera di San Martino - Da Riva San Vitale/



/San Martino da Canobbio/



/Fiera di San Martino - organetto/



/Fiera di San Martino - da Novazzano/



/Fiera di San Martino - dalla fiera alla chiesa/



/Fiera di San Martino - Gianni Biondillo/



/Fiera di San Martino - stalla/



/Fiera di San Martino - Foxtown/



/Foxtown - Gianni Biondillo racconta/



/Foxtown - L'esperienza internazionale/



/Foxtown - L'esperienza internazionale 2/



/Foxtown - L'esperienza internazionale 3/



/Mendrisio - Camminando sul cavalcavia/



/Mendrisio - Piazzale alla Valle/



/Mendrisio - Il laveggio/



/Castel San Pietro - Mucche e macchine/



/Castel San Pietro - ponte sulle Gole della Breggia/



/Morbio Superiore - Pellegrinaggio alla chiesa/



/Morbio Superiore - Casa Cavalli/



/Cernobbio - Casa Cattaneo/



/Cernobbio - Lago/



/Battello - Gianni Biondillo/



/Passeggiando in frontiera/



/Spiando il confine/



/Frontiera in giardino/



/Del spallon con la bricola/



/Ninna Nanna/



/Passeggiate di contrabbando/



/I senté de la montagna/



/Con picon, badei e livera/



/Fin dai Savoia.../



/Mille e rotti gradini, di corsa e senza luna/



/Occhio al brigadier!/



/Officine di frontiera/



/El ciel che fa pagura/



Architetture dimenticate
/Emanuele Francesco Matthias Odazzi /
Durante l’attraversamento podoramico del nostro territorio, abbiamo potuto riconoscere diversi aspetti di quest’ultimo in maniera inusuale rispetto al modo in cui siamo abituati a “vederlo”.

Questo modo di osservare camminando, ci permette infatti di captare dettagli ed unicità di ogni genere, che oggi quotidianamente durante i nostri spostamenti con mezzi, non siamo soliti a “percepire”.

La volontà di raccontare delle “architetture dimenticate, con una grande importanza locale, nasce osservando il legame che quest’ultime hanno con la morfologia del luogo.

Questi edifici industriali infatti nascevano in luoghi nei quali vi era la presenza di caratteristiche prettamente legate alle necessità di produzione. Questo aspetto è qualcosa che oggigiorno è completamente superato e dimenticato.

Negli anni è stata quindi persa questa viscerale connessione riguardante il territorio e la produzione che avveniva in quest’ultimo; sono invece state mantenute le caratteristiche economiche derivate dalla frontiera.

Questa narrazione non vuol essere limitata soltanto all’aspetto più pragmatico di questi edifici, ma vuole essere da guida per la comprensione di quello che sta dietro ad essi.

Durante i video sarà infatti possibile capire il contrasto del mondo odierno e di quello passato; tutto questo, secondo il punto di vista di due professionisti locali.

Inizialmente si potrà sentire il pensiero dello storico Flavio Medici, secondariamente quello dell’imprenditore Angelo Carcano; entrambi hanno discusso con me riguardo diverse interessanti ed uniche caratteristiche della nostra regione.

/CONFINE ED ECONOMIA - La filanda di Mendrisio - intervista a Flavio Medici /



/CONFINE ED ECONOMIA - Le cartiere di Maslianico - intervista a Angelo Carcano/



/NUOVA VOCAZIONE - La filanda di Mendrisio - intervista a Flavio Medici /



/NUOVA VOCAZIONE - Le cartiere di Maslianico - intervista a Angelo Carcano /



/TERRITORIO E PRODUZIONE - La filanda di Mendrisio - intervista a Flavio Medici /



/TERRITORIO E PRODUZIONE - Le cartiere di Maslianico - intervista a Angelo Carcano /



/UNA NUOVA STORIA - La filanda di Mendrisio - intervista a Flavio Medici /



/UNA NUOVA STORIA - Le cartiere di Maslianico - intervista a Angelo Carcano /



/STORIA - La filanda di Mendrisio - intervista a Flavio Medici /



/STORIA - Le cartiere di Maslianico - intervista a Angelo Carcano /



/“Mendrisiotto sguardi e pensieri” – Associazione culturale popolare/
milan

/“Storia di Mendrisio” – M. Medici/
milan

/ “Maslianico storia” – A. Dominioni/
milan






Pietre
/Frida Körberg/
What could a simple element like a chair, bench or place to sit on tell about the context and path we were supposed to walk from Riva San Vitale to Lake Como in Italy? Through strict urban planning with roots from the modern movement, Americanized malls, picturesque swiss villages, city landscape, local farming market and beton brut were all different contexts but included on our walk. The 100 photographs I documented on places to sit on told me both stories about the people that lived along it but also a insight in modern urban planning.

/Pietre/



The walk

I decided before our dramatized walk from Riva San Vitale to Lake Como in true Situationist´s spirit not to know exactly what I was searching for. The only thing I already had decided before the field trip was which object I was going to document. Through simplifying my documentation into only photographing one single element I thought one could tell something about the space we where about to explore. (note 1) The object that I picked had both a close relationship to architecture but also to the earlier ”footpeople” (note 2) that once had walked parts of the path before us. The chair, the bench and overall places to sit on became my task for the field study. Starting of at Lake Lugano in Riva San Vitale, watching the sun climping down the valley of Monte San Giorgio we couldn´t sit on the actual public viewing benches because of the morning dew. The public square and public playground right next to the lake where obviously straight urban planning. The places to sit for children where from the same company as they had put in the square of Mendrisio. In Riva San Vitale we went from a public square, trough a private garden, a private backyard and then entered the old Baptist church. Even though we didn´t enter the church in the right time in night, the actual bath, or from the first direction, we still had walked on the original marble and stones who ”walking” people before us had done. The chairs in the church where of the type of standardized ”church chair” that I have seen in both Venice and Florence. Probably there were a ”church chair” company that had the same kind of contract with the municipality of Ticino as the play ground company probably also had. Passing through a elementary school built in 1972 and drawn of Aurelio Galfetti. We passed the concrete benches. In the same way the medieval church had informed us of the past in the same way these benches now became sacred relics from their time. The road between Riva San Vitale and Mendrisio were a flat scenery because of the valley and lined up with smaller industry´s of a stone company, farmers and other business’s.

The track we followed went parallel with a smaller river and were probably mostly used nowadays as a recreation- and jogging track. The places to sit on along the path testified of that people maybe rather didn´t. One could almost determine that the smaller companies along the road had moved them gradually closer to their own space so the public benches now had become almost entirely private. After the long promenade along the river we were suddenly clear awake when we arrived in the beginning of Mendrisio. The farmers market took namely place. And we ended up in the middle of a small amusement park, were a set of sellers sold everything from tractors, sausages, socks to candy floss. It was a typical market that maybe everyone has been to as a child with the usual mix of different smaller entrepreneurs. As we went further in, walking like slalom to be able to get trough the set of food trailers, the temporary outdoor dining and animals we were walking in a faster tempo then before. The places to sit on in the market place were either benches that were commercial, meaning that you rather have to buy something to eat or drink to be able to sit there. For the visitors the place you only could rest your feet in was the church otherwise the chairs were private. Belonging to the entrepreneurs. We left the market behind us in the same moment when we stepped out from the muddy field to the dry asphalt. The context change as aprupt as it had done right before the market place but with the difference that we now stood in front a completely other type of trading place. Foxtown. The heart of Ticino´s biggest outlet and Mendrisio´s biggest shopping malls. The small local entrepreneurs were replaced of the big companies like Mcdonalds, Coop and Nike. We went right in to the shopping mall and I tried to search through my lins after a place to sit on. But without result. Even in the caféterias they missed chairs. The tables were of the height that you were supposed to stand during drinking coffee. I actually couldn´t find a public programmed place to sit on before we got to ”Piazzale alla Valle” drawn of Mario Botta from 1999 which is the public square of Mendrisio. The playground here as I already have mentioned were the same as in Rival San Vitale´s waterfront. Start beginning of climbing the gradient uphill towards San Pietro we took the stairs of the last pieces of 20th´s century urban planning á Botta and with determined steps headed towards the vineyards of Corteglia and Ortelli Mauro. The sidewalks were gone and we had to walk maximum two in width since the road were thin. The sound of the urban society were replaced by cowbells. The places to sit on during this stage of our pilgrimage were mostly belonging to the private houses and villas. Here the churches once again became the most important public places for rest. Maybe not as important as they once were but yet significally since they also identified the difference between the villages we passed through and their past. When we after hours of walking and documenting finally started to move downhill towards our final goal the air was lukewarm and windstill and the light was softly pink. Well down in Cernobbio the light had reached sunset and the street lamps in the waterfront were turned on. We could from the pier see Como in the same glow as candles burning because of it´s amount of street lightning. When we got on the boat heading towards our final destination I imagine that this type of exhilaration people probably must have when they reaches Santiago de Compostela.

1 Inspired of a systematical mapping in frontal photography like Hilda and Bernt Becher who documented objects in typologies.
2 Samuel Beckett - Notebook Berlin

The chairs

The private chairs is mainly not to be seen. They are often hidden in peoples backyard with the purpose of viewing, eating, and recreation. If the architecture tells something about the context with it´s facade and typologies maybe the chair can tell one more about it´s contemporary time in a sense of which material are used, which producers of chairs are biggest at the time, how many people that are living there and how the people are using the space. The different typologies of the built environment we passed during the walk have a longer life span than mostly of the chairs and benches. I started to look at the buildings as the history of the space we passed while the places to sit on told the story of the present time and life. When looking at the function on where people sit you suddenly also can start to see things connected together with a simple starting point of the chairs in people´s backyards. Between Riva San Vitale we passed a house that had a bench of stone standing in their backyard. And a few kilometers ahead we suddenly passed a small business that produce different elements, headstones and benches in stone. I thought, could it be so that the women in the house worked in the industry and therefore had that bench i her backyard? Or did she walk with her dog along the river everyday and talked to the owner who had a good price on that local made stone benche? Either way I realize that through looking at one could think a simple element as a chair I actually started to connect and relate things to each other in a earlier unknown context for me. The private chairs can in a way can be seen as more contextualized then the standardized, industrialized and public ones but on the other hand the private chair also easier can be moved and loose it´s context to it´s let´s say local stone producer. But overall during the walk I realized that the public ones stands in contrast to the private chairs in that sense they have to be neutral according to the definition of a political planned public space. They also have to suit everyone and should represent the habitants of the city, town or village. Which in another sense not at all is correct since a society and all individuals are diverse. The public places to sit on which we passed told something about how the people in the society should behave and act in public places. For example in Riva San Vitale. Here you´re supposed to sit up straight, looking at the lake. While maybe your children sways on a colorful dog in the play ground. Imagine that this urban planned space instead were involved and created by the people that lived in Riva San Vitale. Maybe they would like to be able to climp in a treehouse or be laying while enjoying the view. Or maybe the stone producer a few kilometers away would have make a more contextualized urban spaces for people to sit- or play on comparing to the existing.







Strati del tempo
/Miguel Ruiz Velasco/
In tutti i casi si identifica una situazione di partenza, la natura al suo stato puro, seguita dalle azione umane di sottrazione o addizione che si accumulano creando così una successione cronologica. Ogni azione umana o evento naturale ha lasciato una traccia che si sovrappone alla situazione preesistente. Questo permette un’analisi per ricostruire la storia degli strati, forma, concatenamento, divisione e successione.

Ogni strato parla di una dimensione o tema differente. L’identificazione del contesto di ognuno di questi strati permette di trarre conclusioni sul sito, di capire il suo passato studiando il presente, e infine di prevederne il futuro.

Ogni tanto, tra le varie successioni, ci sono degli strati che creano un cambiamento o un evento con una forza tale da rimanere impressa nella memoria, un vero significato dal punto di vista emotivo e intellettuale, che rimane incancellabile. Indipendentemente dai bisogni economici, sociali o culturali, la capacità di richiamo di un luogo è più forte e sovrastante di qualsiasi altra forza. Questo avviene perché la durata di un evento, che genera ricordo, può essere dilatata nella memoria. Ciò rappresenta l’aspetto psicologico del tempo, il cui trascorrere nella soggettiva percezione umana assume una velocità e una connotazione diversa, interna, che segue solo la logica dello stato d’animo e del ricordo. Gli strati fisici si distinguono chiaramente, ma la dimensione del tempo e della memoria no, il prima e il dopo si contaminano mutuamente, cosi certi strati si evidenziano per la loro valenza nella memoria collettiva umana.

I seguenti video raccontano i diversi aspetti in un territorio, attraverso le sue stratigrafie. Sono divisi in 5 momenti chiave principali: il primo video: “Paesaggio lacustre”, rappresenta la natura l’imponente panorama di questa zona geografica. Il secondo, “La fiera di San Martino”, descrive come le tradizioni popolari sopravvivono all’avvenimento della modernità, nonostante le pressioni politiche ed economiche. “Il ponte di Castello”, il terzo video, esprime un aspetto tragico della società attuale, risolto con un progetto di architettura, ma mai dimenticato. Il quarto video, intitolato “La terra di confine”, racconta la realtà di un territorio che condivide la stessa lingua, geografia, cultura, ecc., ma che, essendo diviso politicamente, crea aspetti positivi e negativi. Infine, “Casa d’affitto”, consiste in un capolavoro architettonico del periodo razionalista italiano, edificio progettato dall’architetto Cesare Cattaneo, il quale nonostante la sua brevissima vita, riuscì a progettare degli edifici esemplari. Di tutti gli strati presenti, in ogni video viene evidenziato quello con la maggiore valenza, e viene descritto attraverso una sua temporalità.

Così, nel percorrere un territorio e realizzare un’esperienza psicogeografica nel presente, si trovano dei momenti particolari, legati a luoghi con una sua storia nel passato, che vengono appresi dalla memoria per via sensoriale e razionale, trasformandosi in piccole lezioni di vita, gioielli da portare in futuro come ricordi. I momenti selezionati e presentati hanno un valore emozionale e intellettuale; essi ci invitano a riflettere sulla nostra identità.


/Paesaggio lacustre /



/Fiera di San Martino /



/Ponte di castello /



/La terra di confine /



/Cesare Cattaneo /










Focus
/Yasmine Ben Ali - Giovanni Crozzoletto/
Spesso, quando camminiamo, la nostra mente corre al punto finale del percorso, il fine ultimo per il quale intraprendiamo, sovente, un qualsivoglia tragitto a piedi.

Il gesto del camminare come azione fine a se stessa, con o senza una meta finita, perde cosi’ parte della sua ricchezza, che può consistere nel soffermarsi su ciò che l'occhio incontra lungo il percorso. L’azione si riduce ad un “vedere” senza “guardare”: i nostri occhi percepiscono lo spazio attraversato, ma esso non si sedimenta nella nostra memoria, dal momento che l’incontro rimane epidermico.

Il nostro contributo tenta di capovolgere le priorità: ad acquisire importanza è l’atto del guardare. Come l’etimologia del verbo suggerisce, -dal longobardo wardon “stare in guardia”- l’atto del guardare non implica solo la percezione, ma anche una reazione di consapevolezza da parte dell’osservatore, la capacità di trasformare ciò che si è visto in qualcosa d’altro. Il tipo di sguardo che vorremmo riattivare non coinvolge la sola visione periferica, ma tenta di trovare una strada fino alla mente. E forse, al cuore.
L'esperienza del camminare può trasformare ognuno di noi in un artista: osservare il paesaggio con una consapevolezza diversa stimola l'immaginazione, apre la mente, attiva il processo creativo.

Partendo, quasi per gioco, chiedendoci come il mondo ordinario potesse essere vissuto attraverso gli occhi e l'altezza di una creatura ad esso estranea - un nano da giardino - , abbiamo scoperto come alcuni dettagli del percorso effettuato, se osservati ad una distanza ravvicinata, abbandonino quella dimensione scontata e banale al quale uno sguardo distratto li condanna. Un oggetto, una texture, un segno nel paesaggio possono trasfigurare in altri oggetti, a volte correlati e a volte totalmente indipendenti dal loro aspetto ordinario.

Nel tentativo di capire cosa l'occhio stia realmente osservando, la mente si dischiude: così facendo sembra risvegliarsi anche la consapevolezza di ciò che, passo dopo passo, si incontra.

Il fine ultimo del nostro lavoro è stato quindi tentare di riattivare uno stato di consapevolezza, il desiderio di interrogare e lasciarsi interrogare dal paesaggio incontrato; stimolare, in forma artistica, un messaggio all'artista che c'è in tutti noi.


09 11 2013 11.04

09 11 2013 11.09

09 11 2013 11.30

07 01 2014 11.00

07 01 2014 11.15

07 01 2014 11.20

07 01 2014 16.10

07 01 2014 15.50

07 01 2014 15.15

07 01 2014 15.04

07 01 2014 15.00

07 01 2014 13.50

07 01 2014 14.07

07 01 2014 14.16

07 01 2014 14.27

07 01 2014 14.40

09 11 2013 16.30

09 11 2013 17.45









Superfici di incontro
/Laura Ermanni/
Il mio viaggio è raccontato attraverso superfici e materiali che, posti sotto ai nostri piedi, ci permettono di percorrere, vivere e scoprire lo spazio.

Diverse forme, diversi materiali, diverse composizioni, che racconteranno di paesaggi diversi, sensazioni diverse.
I luoghi scelti sono le superfici di incontro: spazi pubblici, piazze, strade,… luoghi di manifestazioni dove il singolo diventa massa. La singola persona diventa massa, così come il singolo ciottolo diventa una massa di ciottoli disposti a terra, che compongono uno spazio: una superficie di incontro.



È proprio all’inizio del viaggio che ho trovato la prima superficie di incontro, un piccolo spazio chiuso, dove all’interno tutte le sue forme e composizioni di volumi richiamano alla mente il tema della centralità, tutto converge al centro per una ragione ben precisa, questo piccolo luogo dal grande valore spirituale è il battistero di S. Giovanni, a Riva San Vitale.
Anche se in parte sostituito, quello che a prima vista attira l’occhio del visitatore in questo spazio è la pavimentazione, sarà per il suo contrasto di colori, per il suo preciso disegno, o altro?
Il suo pavimento racconta di forme studiate, disegnate, e sagomate in modo da formare una composizione ben delineata, con un materiale prezioso, lucido, che conferisce al piccolo spazio un particolare valore artistico.
Guardando verso l’alto, una sensazione quasi di contrasto, tra le alte mura maestose e imponenti, e le piccole tessere che compongono il mosaico a terra, che fanno piuttosto pensare ad un luogo più contenuto.
Uscendo, un cortile, di nuovo centrale, che porterà alla seconda superficie.

Mendrisio: piazzale alla valle, una piazza chiusa sui lati da imponenti volumi. Un’altra pavimentazione, altri materiali, altri disegni. Linee principali tracciano una sorta di percorso e formano grandi quadrati, danno un ritmo a tutta la piazza, a cadenze precise e misurate ogni quadrato si interrompe per lasciare spazio alle grandi lastre delle linee guida.
Camminando percepisco la dimensione dello spazio, percorrendo su una linea tutta la lunghezza del quadrato ne percepisco la dimensione spaziale. Ecco dunque che queste pavimentazioni non sono solo decorazioni o composizioni geometriche, ma strumenti di misura dello spazio.

Dopo parecchi altri passi mi trovo in una piccola via nell’antico nucleo di Vacallo, strade strette, un percorso preciso coperto da un materiale unico, che sagomato e composto in forme diverse evoca sensazioni differenti. Qui si capisce come la semplicità può alle volte essere la via più efficace per creare situazioni diverse: un materiale unico, composto e tagliato in molteplici modi, per creare sempre nuove esperienze.
Percorro le strette vie del nucleo, attorniate da vecchi edifici che delineano il filo della strada, ancora una volta ecco come in questi luoghi non c’è posto per il terzo paesaggio, tutto è studiato, delimitato, ottimizzato, niente è lasciato al caso, niente spazi residui.
Dalla stretta via la pavimentazione di colpo cambia, ora è composta da grandi cerchi che culminano in un punto centrale, il centro di una piccola piazza di forma apparentemente rotonda, nella quale convergono altre due piccole vie. La sensazione di essere al centro per un attimo, per poi ripercorrere altre piccole vie.

Passato il confine la prossima superficie è la piazza Risorgimento, sul porto di Cernobbio, ritroviamo una superficie sulla quale abbiamo già camminato, il materiale per eccellenza dello spazio pubblico: il selciato a piccoli blocchi.
La superficie della piazza è ricoperta per tutta la sua lunghezza da enormi strisce di materiali diversi: ghiaia, ciottoli, selciato, ciottoli e ancora ghiaia. Questa simmetria mi fa capire che lo spazio da percorrere è quello centrale, in effetti, molto più ampio rispetto agli altri.
Questo spazio ha la forma di una appendice, che si affaccia sul lago, e lì finisce in una piccola tettoia, il porto, dal quale inizia il collegamento via lago tra Cernobbio e la vicina città: Como.

Dal porto si vede un ampio spazio libero da qualsiasi tipo di edificio: la piazza Cavour, un grande spazio vuoto, una classica piazza di città. Un pavimento semplice ricopre tutta la superficie, alcune zona verdi, ben delimitate, il resto richiama ad un percorso libero, non ci sono più piccole tessere di mosaico, dai colori sgargianti a ricoprire la superficie, ma grandi lastre, che lasciano allo spazio una libertà di movimento.
La differenza di questo luogo sta proprio nel fatto che in questa piazza non c’è alcun tipo di percorso da seguire, ma una pavimentazione uniforme, estesa per metri e metri quadrati, che lascia fluire nello spazio chi lo percorre.

Da un piccolo spazio chiuso ad uno più ampio ed aperto, da una pavimentazione rigorosa e disegnata ad una quasi priva di identità. Ma il disegno a chi serve? La composizione alle volte è quasi impercettibile. Solo guardando dall’alto si possono comprendere questi disegni studiati, dal basso la percezione cambia, a dipendenza da come questi spazi vengono guardati, percorsi, vissuti.
Posso capirne la dimensione percorrendola attraverso il ritmo dei miei passi, cambiando direzione come la composizione mi suggerisce, ma non potrò mai avere una visione globale se non dall’alto.

Forse è proprio questo il valore che hanno queste composizioni: non si potranno quasi mai vedere in modo totale, ma solo a piccoli pezzi: percorrendole camminando.


/battistero di S. Giovanni - Riva San Vitale/


/piazzale alla valle - Mendrisio/


/vicolo dei Lironi - Vacallo/


/piazza Risorgimento - Cernobbio/


/piazza Cavour - Como/








Quattro passi nell'anima
/Tomás Cabral/
Guy Debord definisce la psicogeografia come "The study of the precise laws and specific effects of the geographical environment, consciously organized or not, on the emotions and behavior of individuals.”
Lo studio rappresenta visualmente e acusticamente una personale interpretazione di una passeggiata notturna tra Riva San Vitale e Cernobbio. Il percorso é descritto attraverso brevi filmati che, ritraendo dei dettagli specifici del paesaggio ticinese, comunicano con mirate prospettive una forte carica emotiva all’osservatore.
La scenografia notturna catturata approfondisce il significato della strada come elemento che nello stesso tempo interrompe il paesaggio sentimentale e crea una dipendenza funzionale. Senza la strada infatti questo percorso, inteso come percorso umanizzato, non potrebbe esistere; questa si pone dunque come interruzione della naturale configurazione del paesaggio. La notte, con la sua oscuritá, enfatizza l’unicitá della via.


/Quattro passi nell'anima /



/Quattro passi nell'anima - 0m 38s /



/Quattro passi nell'anima - 1m 15s /



/Quattro passi nell'anima - 2m 54s /



/Quattro passi nell'anima - 5m 34s /



/Quattro passi nell'anima - 9m 03s /



/Quattro passi nell'anima - 10m 02s /



/Quattro passi nell'anima - 11m 22s /



/Quattro passi nell'anima - 14m 20s /



/Quattro passi nell'anima - 16m 31s /



/Quattro passi nell'anima - 18m 26s /










Architettura e territorio
/Gaia Pasqualini/
L’esperienza psicogeografica che desidero narrare, è quella vissuta attraverso tre edifici che abbiamo avuto l’opportunità di visitare lungo il nostro percorso.
Tre edifici diversi tra loro per architettura, posizione, ma soprattutto per il loro rapporto con il territorio circostante.
I luoghi da me scelti sono degli spazi privati, nonostante ciò però hanno la caratteristica comune di essere estremamente conosciuti, e di conseguenza assumono un aspetto pubblico che non appartiene alla loro originaria funzione, diventando poli attrattivi per chi, come noi che abbiamo fatto questo viaggio, porta con sé il desiderio di visitare e conoscere queste tre architetture.

Il primo edificio in cui ci siamo fermati, ed il primo che desidero porre alla vostra attenzione, è la casa Durisch a Riva San Vitale, dell’architetto Giancarlo Durisch.
Riva San Vitale, e di conseguenza l’abitazione Durisch, si trova a valle del Monte San Giorgio e si apre sul lago di Lugano. Dal lago, salendo verso la collina, troviamo il nucleo della cittadina, mentre restando sulla pianura incontriamo solo poche, singole abitazioni, tra cui la casa di cui intendo parlare. Si tratta di un edificio a sé stante, non solo per il luogo in cui è sorto, circondato dal verde, ma anche per la particolare architettura estremamente introspettiva.
Ha un rapporto con il territorio particolare, poiché la sua introspezione pare rendere quest’architettura indipendente da ciò che la circonda, mentre invece prestando maggiore attenzione si può percepire quanto questa sia integrata al contesto naturale che la circonda. È infatti parte integrante del territorio, con prati, vigne ed arbusti tutt’attorno, e rampicanti che la inglobano al terreno come se volessero che entrasse ancor più in esso.
Nel mantenimento dell’edificio non è contemplata la “pulizia” da questo fogliame, poiché entra a far parte dell’edificio stesso.
In rapporto al territorio, oltre alla natura così prepotentemente presente, troviamo anche degli assi ben precisi, poiché l’edificio è orientato nord-sud, conferendo ad una pianta così estranea al contesto in cui si trova, un carattere più organizzato e preciso.

Attraversiamo la natura e successivamente l’architettura, e poi ancora paesaggi verdi architettonicamente definiti e architetture d’asfalto naturalmente disordinate.
Siamo saliti di quota, il panorama è cambiato, abbiamo una maestosa valle che accompagna il nostro cammino sul lato destro ed un’immensa coltre di alberi sul lato sinistro che cresce in direzione del cielo.

Sono tanti i passi necessari per raggiungere il secondo luogo che abbiamo visitato. Si tratta della casa Corinna a Morbio Superiore, dell’architetto Giuseppe Brivio. Ancora prima di entrare all’interno dell’edificio si può percepire quanto questo domini la valle ai suoi piedi. Appare come un masso rotolato dalla collina alle sue spalle, e fermatosi nella zona da lui desiderata, ponendosi quale re del luogo.
Entrando nell’edificio non si ha che la conferma della prima impressione, scoprendo un edificio massiccio, ma con pareti in cui questo spessore viene interrotto con delle finestre in maniera tale da rendere nota la palese dominanza sul paesaggio anche dall’interno.
Il rapporto con il territorio è enfatizzato in un punto ben preciso di tale architettura: uno spigolo in cui è posta una finestra le cui tapparelle si aprono in maniera tale da non schermare la vista dello spettatore sul panorama.
Tale taglio nell’unione di due pareti fa percepire l’edificio come immerso nella natura, conferendogli ancor più il titolo di “re del luogo”.

È estremamente diversa questa situazione rispetto alla prima. Casa Durisch è introversa, avvolta dalla natura che ha carattere preponderante, ora invece ci troviamo in un luogo dove la natura è estremamente più vasta, ma è l’architettura che regna sul luogo.

Torniamo sul cammino, varchiamo il confine che separa la Svizzera dall’Italia, ed iniziamo la nostra discesa verso Cernobbio. Decine, centinaia, migliaia di passi per giungere all’ultimo edificio che abbiamo visitato: casa Cattaneo a Cernobbio.
Torniamo nei pressi dell’acqua, stavolta si tratta del lago di Como.
Ci si potrebbe aspettare un rapporto con il territorio simile al primo caso, mentre invece quei chilometri che allontanano quest’ultimo edificio dai due precedenti differenziano anche molto le loro caratteristiche architettoniche. Incontriamo una più fitta urbanizzazione, un edificio dopo l’altro ci guidano verso il punto che desideriamo raggiungere. Pochissime aree verdi, una prevalenza di asfalto con scarsa presenza di alberi.

Casa Cattaneo si distingue immediatamente dalle altre che la circondano grazie ad un’architettura audace. È parte integrante del territorio. Un territorio di cemento, composto da strade, marciapiedi e facciate di edifici.
Il suo fronte principale però si apre verso il lago, che assume enorme importanza quale unico luogo naturale in rapporto con tutto ciò che, come precedentemente visto, appare costruito.

Si tratta di tre abitazioni che prevedono lo stesso uso, che presentano quindi molteplici caratteristiche comuni, ma il quale rapporto con il territorio cambia profondamente, seppur a pochi chilometri di distanza l’una dall’altra.
Tre edifici, tre luoghi, tre rapporti con il territorio differenti.

/Casa Durisch/


/Casa Corinna/


/Casa Cattaneo/









Corpuscoli viandanti
/Biondillo/
Proprio come ci insegna la meccanica quantistica, nella celeberrima interpretazione di Copenaghen, lo sguardo cambia il reale. Un gruppo di viandanti, una mattina d’autunno, ha osservato e allo stesso tempo - in una vertiginosa mise en abyme - si è osservato, diventando parte del paesaggio viaggiante. Analogamente al paradosso del gatto di Schrödinger, i viandanti ora non ci sono più eppure ci sono ancora. Nelle loro fotografie.

Destino dell’esperienza estetica, per dirla con John Ruskin, che nelle Pietre di Venezia scriveva: "Quel che l'arte deve fare per noi è di fermare ciò che è fuggente, di illuminare ciò che è incomprensibile, di dare forma alle cose impalpabili e di eternare le cose che non durano."




































Risalire il fiume - Parco Laveggio
scarica l'articolo completo da Lab.TI-USI Atlante Città Ticino .4 Comprensorio Triangolo Insubrico
Narrazione
Dalla foce
Biondillo - Lab.TI-Laboratorio Ticino
Narrazione
Tra Riva e Mendrisio
Biondillo - Lab.TI-Laboratorio Ticino
Narrazione
Alle sorgenti
Biondillo - Lab.TI-Laboratorio Ticino
Risalire il fiume - Dalla foce
8.05.2013
Gianni Biondillo in collaborazione con Lab.TI - Laboratorio Ticino, diretto dal prof. arch. Michele Arnaboldi presso l'Accademia di architettura di Mendrisio.
“Risalire quel fiume era come compiere un viaggio indietro nel tempo, ai primordi del mondo.”
Joseph Conrad, Cuore di tenebra

Dal confine al lago ci ho messo diciotto minuti in treno. Neppure il tempo di capire d’essere entrato in Svizzera che già devo scendere. Alla stazione di Capolago mi aspetta un piccolo e agguerrito gruppo di studiosi, architetti, fotografi. Oggi risaliamo il Laveggio, dalla foce alla fonte, proprio come facevano gli esploratori nei secoli passati. D’altronde i fiumi, ci hanno sempre insegnato i geografi, occorre risalirli. Nessuno sa dove nascono finché non ne trovi la sorgente. È meno ovvio di quel che sembra. Oggi, mappe alla mano, abbiamo uno sguardo sovrumano sul territorio. Leggiamo tutto da una vista zenitale, con un colpo d’occhio copriamo aree enormi, quasi divini. Ma siamo uomini. Dobbiamo ritrovare il rapporto col paesaggio usando il più antico mezzo di locomozione. Gambe e polmoni, e nient’altro.
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


L’estuario del Laveggio è irreggimentato, anche il letto è rivestito di ciottoli, quello che vedo è a tutti gli effetti un canale artificiale. La cosa più lontana dall’idea di “naturale” che un fiume dovrebbe suggerire. Eppure da qui, guardando oltre il Ceresio, verso il profilo frastagliato delle montagne di fronte, tutto appare come un panorama pacificato, da cartolina.
“Si sta bene” mi dice Andrea, studente di architettura in stage all’Accademia. “Spesso nella pausa pranzo ci mettiamo qui a goderci il panorama”.
Il paesaggio non è fuori di noi, è nell’occhio di chi guarda. Non c’è fotografo che non possa confermarmelo, la realtà non è oggettiva. Decidere dove mettere l’obbiettivo, orientati più di quanto vogliamo credere dai nostri pregiudizi culturali, restituisce un’idea parziale del mondo. Ma non solo, l’occhio fa di più: esclude deliberatamente ciò che non vuole vedere, anche se all’interno dello stesso sguardo: lo esclude per incapacità di comprenderlo.
Alla mia sinistra s’erge il monte San Giorgio. Non un posto qualsiasi, ma una perla del paesaggio ticinese, patrimonio dell’Unesco. Non ci sono mai stato, mi sembra quasi stupido perdere l’occasione. Ma in fondo sarebbe persino scontato. Percorrere sentieri pacificati, consolidati, alla ricerca di una garanzia su ciò che è la “svizzerità” è, facendo una similitudine, come volere leggere un giallo che ti assicuri il lieto fine. L’ordine, insomma, per quanto messo in dubbio durante la lettura, viene ripristinato. Il bene vince sempre sul male. Ma io sono un pessimo lettore di gialli, preferisco i noir, dove nulla è mai davvero consolatorio.
L’orografia, nella definizione del territorio, non ostante tutto è ancora un vincolo forte per la modernità. Superata una certa quota il paesaggio boschivo, agricolo, preindustriale, sopravvive nei suoi segni storicizzati. È a valle che l’economia del Novecento ha trasformato tutto, usando la pianura come un palinsesto da scrivere e riscrivere fino all’eccesso, fino a conseguenze irreversibili, fino a sdrucirlo, a strapparne lembi, a depauperarlo. È qui che tutto si fa più contraddittorio e perciò stimolante per me, psicogeografo (e “noirista”) d’elezione.
Ma come dicevo questa non è una vera deriva psicogeografica. Non cammineremo a caso, senza una meta. Risaliremo il fiume, come antichi esploratori catapultati nella modernità. Altri sarebbero i segni forti, a voler essere capziosi, da risalire: le infrastrutture antropiche, la ferrovia, l’autostrada. Ma quelli sono appunto percorsi da viaggiatori veloci, provvisti di mezzi meccanici di locomozione. L’esploratore ragiona su tempi diversi. Risaliamo il Laveggio, quello che resta dell’atavico segno che definiva la valle, per comprenderne quanto sia stato manipolato, o forse per capire se è ancora un tracciato che ha un significato, un segno sensibile del territorio. E questo si può capire solo a piedi. I fiumi questo sono. L’acqua ha una logica ferrea, tetragona. Basta una lieve variazione altimetrica, anche impercettibile e lei si muove. “L’acqua non ha le corna” mi disse, da studente, un ingegnere idraulico. Non tradisce. Fa la strada che deve fare. Risalire un torrente dovrebbe essere perciò il percorso più logico per comprendere un fondo valle. Eppure il solo fatto che diamo le spalle al nord, che, ci muoviamo col sole in faccia, verso il confine italiano sembra, di suo, illogico. Essere cresciuti in Pianura Padana ti dà, di default, informazioni scontate, che all’apaprenza non possono essere messe in dubbio. I fiumi, tortuosi finché vuoi, scorrono verso il mare. E da questa latitudine il mare sta a sud. Il bacino idrografico di riferimento è quello del Po, non si scappa. Mentre costeggiamo il Laveggio ci penso, incredulo: scorre dalla parte sbagliata. Risale, a nord, come non avesse alcuna voglia di conoscere l’Italia, più che capriccioso, ostinato.
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


C’è un altro torrente che nasce non molto lontano da qui. Si chiama, a seconda della toponomastica svizzera o italiana, Gaggiolo, o Lanza. Nasce nel mendrisiotto, scorre nel varesotto, entra e esce di continuo dai confini (e spesso diventa esso stesso confine), ma poi, come ovvio che sia, si lascia andare nell’Olona. Verso sud. Con il Laveggio non c’è storia. Questo, al di là della sua portata e della sua qualità naturalistica, lo fa, per come la vedo, il più autentico testimone del territorio, un torrente simbolo di questa parte di Svizzera. Che è a sud di un cantone a sud a sua volta di una nazione. Siamo sempre meridionali a qualcuno, questo l’ho sempre saputo. Ma in questo caso siamo quasi in una limitazione analoga a quella di un’isola. Tre quarti del territorio è circondato da un confine che in certi casi sembra inesistente, ma in altri è più ostinato del muro di Berlino, e a nord trova il lago steso in orizzontale, come ultima barriera. Probabilmente fino alla costruzione della ferrovia, questo territorio, chiuso da tutti i lati, aveva vissuto una condizione di isolamento autentico, confinato fra pregiudizi culturali che venivano indifferentemente da sud come da nord.
Spalle al lago ho Riva San Vitale sulla destra e Capolago sulla sinistra. Un vecchio tracciato orizzontale, ora nastro asfaltato, le tiene assieme. Strada facendo mi accorgo che il Laveggio non scorre mai dentro un nucleo abitativo consolidato. I centri storici dei borghi sono o di qua o di là dal fondo valle, fronteggianti. Ha senso, ovvio. I vitigni sui declivi delle colline me lo dicono. Qui era più comodo coltivare la terra in favore dell’asse eliotermico. A valle, mi dicono, il Laveggio era tortuoso, ricco di meandri e acque stagnanti. Paludi insane, insomma. Meglio stare qualche metro più su, più salubri, lontano dalle zanzare. Ché qui si faceva la fame, cosa che si vuole dimenticare come un’onta, una vergogna. Solo meno di un secolo fa, nel 1925 s’è messa mano alla bonifica del fondo valle. Per costruire la ferrovia della Valmorea, incanalando il Laveggio, prosciugando i terreni e predisponendoli ad una agricoltura più intensiva. Quindi il paesaggio agricolo che a sua volta è stato modificato in modo irreversibile dall’arrivo delle successive infrastrutture, non era lì da sempre, era già una rappresentazione della modernità. E che comunque ha retto per decenni, prima che la tracimante ondata di villette, case isolate, capannoni, fabbriche, depositi, invadesse, smembrandolo, il paesaggio agricolo, ben più invasivamente dei segni infrastrutturali che, per quanto indifferenti alla scala minuta, quella di chi ora sta camminandoci sotto, come noi, ha quanto meno dalla sua una qualità progettuale non indifferente.
Questa la contraddizione: aver usato la valle per la costruzione della seconda e più invasiva infrastruttura – l’autostrada - proprio come aveva fatto il Laveggio con l’acqua. Cercando il percorso più comodo dove spostare le merci e le persone. Ma ad una scala che si disinteressa agli abitanti del luogo. E perciò provando a risarcirli, nei disegni attenti di Rino Tami, con manufatti curati fin nei minimi particolari, come a cercare una lingua architettonica alta, nobile. Non ostante ciò l’autostrada continua ad apparire come una violenza indigesta, per quanto il polverizzato mondo di un incasato incoerente e di bassa qualità sia molto più pervasivo. A furia di scendere dal pendio, le nuove edificazioni hanno raggiunto il Laveggio che, dipende da punto di vista, sta al baricentro di un unico nucleo urbano – perché ormai questo è diventato – senza esserne il “centro”. È come, insomma, aver messo la “periferia” (tutto questo virgolettare è d’obbligo, dato l’utilizzo improprio dei concetti) al “centro” della nuova città diffusa, che s’è andata creandosi contro la sua stessa volontà. Mancando, cioè, di una autentica pianificazione territoriale.







Risalire il fiume - Tra Riva e Mendrisio
8.05.2013
Gianni Biondillo in collaborazione con Lab.TI - Laboratorio Ticino, diretto dal prof. arch. Michele Arnaboldi presso l'Accademia di architettura di Mendrisio.
Non vorrei generare confusione: non mancano edifici di qualità, proprio come mi aspetto da questa terra. (Da studente d’architettura, quando un progetto aveva rigore e composizione, ci dicevamo “è molto svizzero”, dando sostanza positiva all’aggettivo). Evitata la strada, passando per i campi che delimitano la riva sinistra, noto subito un edificio in cemento armato a vista che è caratterizzato da una serrata ripetizione ritmica di pilastri intervallata da aperture in vetro colorato (di rosso, giallo, verde). Mi avvicino, curioso. Il getto è fatto con estrema cura (molto “svizzero”). L’edificio, non ostante una certa ridondanza, ha il suo fascino. “È la palestra della scuola di Riva San Vitale” mi dice Francesco, vero anfitrione del gruppo. Chiacchierone e conoscitore fanatico di tutto ciò che ci circonda. “È un progetto di Durisch e Nolli”. E, insisto, è davvero ben fatto. Ma allo stesso tempo pare inutile. Ottimo per una rivista d’architettura. Basta un buon servizio fotografico, che escluda l’intorno, per restituirgli massimo splendore. Ma nel coacervo indistinto della città diffusa non riesce ad agglutinare nulla. È lì come potrebbe essere ovunque.
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


La vista da dietro, lo sguardo dal retro della città, quello che stiamo facendo noi, seguendo il filo d’Arianna del Laveggio mette proprio in evidenza ciò. Da qui nulla sembra pensato per il paesaggio, ma tutto per se stesso, auto celebrativo, al di là del fatto che sia “bello” o di infima qualità.
Attraversiamo un ponticello e ritorniamo sull’altra sponda. Camminiamo così per un bel po’. L’argine è alto, non riusciamo a vedere l’acqua. La vivo come una mancanza. Mi pesa. Salgo perciò sull’argine coperto d’erbacce. Semplicemente vedere il Laveggio, quel suo ostinato modo di scorrere al contrario verso nord mi rincuora. Noto che non sono il primo ad aver pensato questo percorso improbo, c’è un solco in mezzo all’erba. Una traccia (trek è parola boera che fa riferimento alle tracce lasciate dalle ruote dei carri). Non pretendevo certo d’essere stato il primo, anzi il mio gesto conferma il desiderio comune, di tutti gli sconosciuti che sono passati da qui, di vedere l’acqua. E, miracolo idraulico, la percezione dell’intorno muta istantaneamente.
Camminiamo ancora, in ordine sparso. Sulla nostra sinistra c’è una piccola zona di capannoni. Una bottega artigiana mette in mostra le sue opere di falegnameria: troni ricavati da tronchi di legno degni di una fiction fantasy e scheletri di dinosauri in miniatura. Piccole cose di pessimo gusto che andranno ad abbellire i giardini delle case del vicinato.
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


Poi un grosso magazzino, restaurato e intonacato di nuovo. Sulla copertura, come una superfetazione, un volume in vetro acidato, minimalista. “Svizzero”. “Sono sempre loro, Durisch e Nolli” mi conferma Francesco. È, da quel che capisco, un loft dove vive il proprietario del magazzino. Tutta casa e bottega, insomma. Anche questo è un bel lavoro, ben fatto. Fin troppo minimalista forse. Col sole dev’essere un bel vivere là dentro, ma con la pioggia tutto quel grigio pare quasi punitivo.
Ma piuttosto che ammirare l’architettura sono più attratto da un particolare pochi metri più in là: una panchina, sulla strada che costeggia il torrente. “Ente Turistico del Mendrisiotto e del Basso Ceresio”, c’è scritto in una targa affissa sullo schienale, con tutte quelle maiuscole che pare vogliano dare maggiore importanza all’informazione. Una panchina, lì, sola, abbandonata. L’erba sottostante ormai è così alta che sembra voglia ricoprirla. Nessuno si siede qui da anni, probabilmente. Non si capisce quale turista dovrebbe farlo, d’altronde. È lo specchio di una esigenza – dare qualità ad un paesaggio di margine – che cerca una soluzione con espedienti scontati, superficiali. Fallendo.
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


Oltre il torrente ancora case sparse, più in fondo, appena l’orografia si corruga, ecco le vigne. Che camminando appaiono e scompaiono, nascoste da case, fabbriche, capannoni. E da complessi abitativi di nuova edificazione. Ma chi diavolo ancora può voler venire ad abitare qui? Mi sembra, in minore, di attraversare la città infinita della Brianza, continuamente costellata di metri cubi vuoti, costruiti solo per far girare il denaro, senza alcuna logica. Nessun piano, da quel che ho capito, governa il territorio qui. In teoria si potrebbe costruire fino al raddoppio della popolazione locale. Qui, dove forse occorrerebbe diradare, sfoltire, piuttosto che edificare.
Mi sfreccia sulla sinistra un convoglio Tilo. Lo sento prima ancora di vederlo. C’è tutto un paesaggio acustico che andrebbe rilevato. Ci metterà pochi minuti a raggiungere il confine quel treno. Chi sta seduto comodo dentro al vagone neppure se li pone questi pensieri. Io però vedo un germano reale zampettare nell’acqua del torrente. Questo mi basta per capire che non sto sbagliando. E non solo io. Non percorriamo da soli questa striscia d’asfalto. Capita spesso di incrociare ciclisti d’ogni sorta. Basta il fiume per attrarli. Il potere evocativo dell’acqua è potente, forse è da qui che occorrerebbe partire per una riprogettazione unitaria dell’intero sfilacciato comprensorio che stiamo attraversando.
Serre, capannoni, depositi di differenziata, plastica, carta. Un caos grammaticale che non sa farsi lingua coerente. Su un prefabbricato noto alcuni graffiti di pessima qualità. Persino il giovanile gesto di rivolta non sa aggiungere valore al disvalore. Lo conferma, anzi. L’occhio cerca sempre di alzare lo sguardo, verso il profilo delle colline, alla ricerca di una vista meno contaminata. Più andiamo a sud e più le creste si addolciscono e la valle si apre. Oltre le serre, sull’autostrada, i camion sono il basso continuo del nostro paesaggio sonoro.
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


Ad un certo punto il Laveggio sembra perdere il suo carattere artificiale. Per alcuni metri le sponde sono invase da rovi e cespugli, incrociamo pure un nido di anatre e oltre, in un campo, un gruppo di cavalli. Animali misteriosi e affascinanti, anche con la loro semplice presenza.
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


Poi vediamo sulla sinistra un torrente immissario che proviene da sotto il cavalcavia dell’autostrada. Chiedo se facendo una deviazione poi possiamo riprendere il percorso principale. Gli itinerari troppo programmati mi annoiano, occorre improvvisare ogni tanto. Sento che questa deriva sarà fruttuosa. “Ce la possiamo fare” mi confermano, “se passiamo dal Fox Town”. Cosa sia il Fox Town non ne ho la minima idea. Mentre passiamo sotto il cavalcavia - basso e coperto da graffiti così deprimenti che mi viene voglia di comprare delle bombolette spray per rivitalizzarli – mi spiegano qual è la nostra prossima meta. Oltre il buio appena lasciato alle spalle vedo all’orizzonte un agglomerato di cubi prefabbricati e non mi accorgo che a metà strada, nel centro di un pratone, campeggia un edificio storico. Lo sfondo ha annichilito il soggetto sul primo piano. O forse il mio sguardo lo ha escluso dall’orizzonte, come incongruo, anche se lui, in realtà, è qui da sempre, da almeno mille anni. Ci avviciniamo. È la chiesa dedicata a San Martino e San Rocco. Meta di pellegrinaggio per le genti della valle fin dal medioevo. Si tiene ancora oggi, mi spiegano, nei giorni di San Martino una sagra proprio di fronte alla chiesa, come a rinnovare un rito agreste, indifferenti ai capannoni, all’autostrada, alla ferrovia. Alla modernità.
La chiesa ha un piccolo portico all’ingresso, come se ne vedono uguali in molte pievi appenniniche, e ha i fianchi in pietra, cadenzati da monofore in arenaria, lesene e archetti, rustici e belli fino a commuovere. Fino a un secolo fa questo era il fuoco simbolico dell’intera valle probabilmente, ora sembra un anacronismo, un’astronave di una civiltà aliena venuta da un altro tempo. Cerco un punto dove poterla fotografare nascondendo la confusione automobilistica, cercando cioè una cartolina rassicurante, come se volessi farne un ritratto pietoso, che nasconda la deturpazione semplicemente occultandola. Il fianco scosceso della montagna alle sue spalle mi aiuta a fare da sfondo, anche se alle mie spalle, il traffico della autostrada non vuole farmi dimenticare la sua presenza incombente.
È chiaro che stiamo attraversando un paesaggio antropizzato fino all’estremo. La natura, qui, non esiste. Anche la chiesa di San Martino è opera dell’uomo. Ma, sarà perché segno storico, con una logica insediativa chiara (o almeno, la aveva), pare molto più naturale della selva di alberi del floricultore che vediamo sulla nostra destra. Pini, cipressi, pruni, magnolie e chissà quale altro arbusto ornamentale, lì, un filare dietro l’altro, senza soluzione di continuità. Una vera e propria fabbrica della natura, che stride con le essenze autoctone. Varietà di tutto il mondo, in batteria, innaturali, pronte a farsi economia, commercio, guadagno.
Sulla mia sinistra vedo il cantiere per una nuova fermata ferroviaria. La stazione di Mendrisio, in linea d’aria, sarà a neppure 500 metri da qui. “Ma che senso ha?” chiedo. “È per via del Fox Town.” Non faccio in tempo a farmi spiegare cosa diavolo sia questa specie di moloch capace di cambiare la viabilità ferroviaria di una nazione che la mia attenzione viene attratta da un cartello: “Centro regionale raccolta carcasse animali”. E più sotto, in piccolo: “Comune di Mendrisio” con tanto di scudo crociato. Io non saprò cosa sia il Fox Town, ma i miei accompagnatori ignorano allo stesso modo cosa sia questo centro raccolta carcasse. Qui a piedi non ci sono mai passati, quindi non ci avevamo mai fatto caso. Sono riuscito a stupirli, mio malgrado. Di fronte a noi un cubicolo cieco in prefabbricati grigi e una porta metallica. La apriamo. C’è un piccolo spazio. Freddo, obitoriale. Sul muro di fronte uno sportello scorrevole in acciaio. “È severamente vietato gettare gli animali con l’involucro” c’è scritto, su un foglio appiccicato con il nastro adesivo. Quante storie mi raccontano questi segni marginali. Animali di compagnia, cani, gatti. Ma anche, chissà, galline, topi, o chissà cos’altro. Raccolti e portati qui, con ordine elvetico, con raziocinio. Niente involucri di plastica, nessun pietoso occultamento del cadavere, nessuna sepoltura. Cosa accada oltre quello sportello non è dato saperlo (ma è facile intuirlo). “Per il bestiame di grossa taglia utilizzare porta sul retro” c’è scritto più sotto. Curiosi come scimmie (ma forse la similitudine animale qui è impropria) giriamo attorno all’abitacolo. Apro la porta d’acciaio. Non ostante l’areazione forzata e la temperatura da cella frigorifera, vengo investito di un tanfo di morte nauseabondo. Dentro alcuni carrelli d’acciaio scorgo delle carcasse, credo di capra. Ma non riesco a restare dentro, esco e prendo fiato. Di fronte a me la pubblicità di un McMenù sembra un corollario fin troppo sarcastico. Le facili battute su dove vada a finire la carne putrefatta si sprecano.
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


Poi alla fine arriviamo alla meta. Certe volte mi pare di vivere fuori dal mondo: non ho la patente, non ho passione per il calcio, non ho interesse per la moda. Sono un italiano sbagliato, insomma. Ma che non sapessi cosa fosse il Fox Town quasi indispettisce i miei interlocutori. Per me era il nome di una carta igienica, che ne sapevo che era un centro commerciale talmente famoso che i turisti di tutto il mondo, appena sbarcati a Malpensa vengono subito intruppati qui a spendere il loro denaro? Entriamo. Siamo dappertutto.
Potremmo essere ovunque: in Svizzera, in Italia, a Bangkok, ad Adelaide, a San Francisco, a Nuova Delhi. Siamo nella città universale, nell’urbanistica globale dei centri commerciali. Il cielo, le sue variazioni climatiche, il caldo, il freddo, il sole o le nuvole, sono al di fuori, come in un altro mondo. Potrebbe essere giorno o notte, mattina o pomeriggio. Non importa, siamo nel tempo assoluto dei megastore. Che ore siano a New York o a Johannesburg qui non ha importanza, siamo contemporanei a tutti. Non è esatto parlare di “non luogo”. Siamo come entrati da una porta spaziotemporale in un extraterritorio coerente e diffuso in modo capillare sull’intero globo terracqueo. Chiunque entri qui, da qualunque parte del mondo provenga, “riconosce” i percorsi, la disposizione, le funzioni. Che sia giapponese o yemenita, canadese o azero, lasciato l’aeroporto di casa – che parla questa stessa lingua insediativa – qui non si sente estraneo, non si sente straniero. Siamo in una sorta di camera di compensazione per l’avvicinamento alla diversità.
Cento anni fa un cinese doveva metterci settimane, mesi, prima di giungere qui (se mai ci giungeva). Aveva tutto il tempo per vedere mutare il paesaggio, le lingue, gli usi e i costumi. Il debito geografico si pagava strada facendo. Ora nel volgere di poche ore possiamo essere ovunque. Posti come questi - kitsch finché ci pare, trash fino al ridicolo – rassicurano il viaggiatore. Lo consolano: la Ferrari esposta all’ingresso, le marche del prêt-à-porter bene in vista, la gelateria e la caffetteria rafforzano l’idea del viaggiatore d’essere davvero in Europa, in Italia anzi (per quanto Italia questa non è, ma come può saperlo un indonesiano?), di essere arrivati, stonato ancora dal jet lag, nel “paradise of luxury and elegance” come ci ricorda la shopping guide distribuita all’ingresso. Di essere giunto alla meta, insomma. Ma senza che questo sia traumatico. Giusto il tempo di decantare. Qui, nell’extraterritorio, dove persino la valuta perde d’importanza. Si può pagare come si vuole. Ci sono anche distributori di lingotti d’oro, la divisa universale, buona per tutte le occasioni. All’infopoint c’è un giapponese. Per tranquillizzarlo gli parliamo in inglese, così non si sente spaesato. Ci regala una mappa del mendrisiotto, una vista a volo d’uccello dal sapore infantile, favolistico. Seduti come fossimo in una piazzetta a ristorarci con un caffè, ci rendiamo conto di quanto questi luoghi ormai appartengano alla nostra quotidianità. Quante volte siamo stati in posti così, per lavoro, per vacanza, ma anche solo per passare un pomeriggio da sfaccendati?
Dove invece non ho mai messo piede è un casinò. Ecco perché fremo come un ragazzino quando scopro che ne abbiamo uno a disposizione proprio qui. Voglio entrare. Dopo aver visto la Ferrari e il distributore di lingotti d’oro mi aspetto la sala piena di sceicchi arabi. Ma è una mattina qualunque di un giorno feriale. Non ostante sulla moquette siano stampigliati enormi dobloni d’oro e tutto luccichi nel chiaroscuro come in un film hollywoodiano, di sceicchi neppure l’ombra. Le sale sono vuote. Ovviamente ci viene proibito di fotografare. È probabilmente per salvaguardare la privacy dei pochi sprovveduti che, datisi malati in ufficio, stanno dilapidando il patrimonio familiare alle slot machine. Mette tristezza. Forse dovrei tornare di sera, in un fine settimana. O forse no.
Usciamo dall’ingresso principale del casinò. La luce naturale quasi ci acceca. Mi giro: la facciata va oltre l’immaginabile; tale è la sua ridicolaggine che sfiora il sublime. Non so neppure di cosa sia fatta. Probabilmente prefabbricati plastici estrusi in Cina e importati qui per montare un tempio neopalladiano progettato da qualcuno che deve aver sfogliato i Quattro Libri in preda ad una allucinazione etilica. Neppure fossimo a Las Vegas. O forse lo siamo. Forse, esternamente, in una zona di rispetto di qualche metro godiamo ancora dell’extraterritorialità, forse la supercittà del commercio globale ormai sta uscendo dagli stretti confini delle casse murarie e guarda oltre, verso l’autostrada, infrastruttura naturale e persino complementare di tale idea dell’architettura.
Camminare qui, dove neppure il marciapiede è previsto, diventa quasi un atto politico, di resistenza all’omologazione di pasoliniana memoria.









Risalire il fiume - Alle sorgenti
8.05.2013
Gianni Biondillo in collaborazione con Lab.TI - Laboratorio Ticino, diretto dal prof. arch. Michele Arnaboldi presso l'Accademia di architettura di Mendrisio.
Scavalliamo l’autostrada alla ricerca del Laveggio. Per ora l’unica acqua che incrociamo è quella del magazzino di piscine all’aperto. Poi di nuovo un recinto con cavalli che ruminano. “Ma quanti ce n’è?” si chiedono i miei accompagnatori. Non si erano mai resi conto di quanti equini ci fossero da queste parti. Oltrepassiamo il poligono di Penale ed Enrico mi racconta del complicato sistema di difesa della Svizzera. Un popolo neutrale da secoli, ma ossessionato dall’autodifesa rispetto ai vicini, belligeranti di natura. Il posto in teoria più pacifico al mondo, dove però il possesso procapite di armi è paragonabile forse solo a quello di certi ghetti neri delle metropoli statunitensi.
Rieccolo il Laveggio: appare all’improvviso per poi sparire di nuovo sottoterra, intubato, occultato dagli svincoli autostradali.
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


La confusione dei segni sul territorio qui è massima, ho persino paura di non incrociarlo più. Risalendo, la sezione del torrente si fa più esile, la portata d’acqua meno elevata. Troviamo un passaggio fra alcuni campi coltivati, una vecchia cascina, una villa suburbana. Alcuni villini a schiera nei pressi di Rancate ci avvertono, sui cancelli, della presenza di minacciosi cani da guardia ammaestrati. “Questa ossessione per la villetta è tipicamente svizzera” mi dice Francesco. Anche brianzola, aggiungo io. Come si può davvero credere di stare in un ambiente bucolico, qui, fra svincoli autostradali e capannoni? Mi aiuta un’intuizione di Enrico. Osservo la riproduzione di un dipinto del 1973 di Emilie Farmy: La bonheur suisse. Rappresenta in modo inequivocabilmente evocativo l’idea di dimora “elvetica e felice”, scrive Enrico in un suo saggio. “Il cittadino svizzero immagina se stesso come abitante di un contesto bucolico e naturalistico nel mezzo delle montagne, con la campagna e la natura incontaminata.” Tale è la forza di questa suggestione che non vede, non vuole vedere, l’indifferenziato caos suburbano dove abita.
Oltre il nastro autostradale campeggiano, come monoliti, enormi silos di stoccaggio di carburante. Sono, mi spiegano, i residui di una cultura del sospetto. Una nazione neutrale deve riuscire ad essere autonoma in caso di turbolenze belliche. Tutto quel carburante sta lì a difesa dell’indipendenza energetica, qualunque cosa possa accadere oltre le frontiere. Ne abbiamo già incontrati e ne incontreremo ancora, mi dicono. Sono a tutti gli effetti un segno evidente del paesaggio di confine. Ci avviciniamo per osservarli meglio. È inutile negare che i passaggi aerei fra cilindro e cilindro, le scalette tortili, le condotte d’acciaio, e tutto un armamentario retorico macchinistico e novecentesco affascinano lo sguardo. Anche Alberto, il fotografo, me lo conferma. Mi dice anzi che vuole tornare qui, magari al tramonto. Sto involontariamente inaugurando un nuovo itinerario turistico, davvero estremo!
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


È quasi l’una, abbiamo fame. Non molto lontano da qui c’è un grotto. Cioè una trattoria, dico io. Ma non è esattamente così: “grotto” è parola evocativa qui in Insubria (anche nel varesotto o nel comasco). Vuol dire cibo semplice e genuino. Un luogo conviviale dove star al fresco nelle giornate estive, o al riparo in quelle invernali, dove passare le ore in compagnia. E sia, dico. Sacrifichiamoci.
Superata l’area di stoccaggio il percorso si fa più selvatico e le sponde del Laveggio sembrano quelle di un fiume vero. Da un lato l’area di una centrale elettrica sembra far impazzire i nostri telefoni cellulari, ma noi guardiamo verso il fiume, e per qualche centinaio di metri siamo in un ambiente silvestre, bucolico. Come infantili esploratori sgattaioliamo fra i rovi. Non so quanto durerà ancora, già parte dell’area è recintata dal solito cantiere infrastrutturale. Chi, dall’alto delle mappe ha disegnato l’ennesimo svincolo qui forse non c’è mai stato e non ha interesse a sapere cosa andrebbe perduto.
C’è una associazione di abitanti del posto – “Cittadini per il territorio”, si chiama - che cerca di portare avanti l’idea di un recupero del fiume, nei termini forse di un ambientalismo romantico. Ma è la prova di una necessità locale che deve essere ascoltata. Tutto questo potrebbe essere un'unica riserva fluviale. Un parco lineare che potrebbe fare da ricucitura delle anomiche periferie della città diffusa del mendrisiotto, diventandone la spina dorsale. Cosicché passare sotto il cavalcavia dell’autostrada non appaia più come un’infrazione, ma un’opportunità di goderne la magnificenza tettonica.
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


Ci incamminiamo nel tracciato storico che collega Ligornetto a Genestrerio, superiamo un allevamento di esche e finalmente giungiamo a destinazione. Grotto Vallera. Il tavolo è all’aperto, affacciato sul Laveggio che scorre placido a pochi metri da noi. Ormai il gruppo s’è consolidato, ci permettiamo battute informali, come vecchi compari di viaggio. Quello che, nel giro di una mattinata, siamo diventati. Questo ci autorizza a sentirci meno in colpa quando, dopo un antipasto a base di salumi locali, ci lasciamo corrompere da un trionfo di lesso con le patate e la senape. Smaltiremo strada facendo, ci diciamo. Si parla. Da narratore so che anche questo fa parte dell’esperienza. Comprendere il paesaggio antropologico, oltre a quello fisico. Scopro così storie di ticinesi che abitano in Italia, di italiani che lavorano a Mendrisio, di doppi passaporti o di luganesi doc. Il confine è labile con questa gente, come il percorso del torrente Gaggiolo (o Lanza, dipenda da dove lo guardi, ma una rosa è sempre una rosa, ci ricorda il bardo, anche con un altro nome…).
Dopo il caffè ci mettiamo in marcia, ma subito deviamo dal corso del fiume. Avevo notato l’abside di una chiesa, dal bel campanile “controriformista”, all’ingresso del borgo storico. “Vale la pena andarci” mi dicono. Così scopro quasi per caso un’opera di Mario Botta che non conoscevo. La facciata della chiesa, ormai in stato di avanzato degrado, al posto d’essere ricostruita “in stile” è stata lasciata alle cure dell’architetto svizzero più famoso al mondo. A questa scala architettonica Botta non sbaglia mai. Porta alle estreme conseguenze una esorbitante strombatura, memoria dei portali romanici, coprendo così l’intera facciata. Le lastre di rosso di Verona bocciardato le danno una matericità medievale, ma il disegno e il controllo del particolare è modernista. È figurativo e astratto assieme.
Abbandoniamo subito l’incasato e ci rimettiamo alla ricerca del torrente. Una vaga traccia in un campo erboso ci invita a seguirla. Rieccolo il Laveggio, qui quasi selvatico.
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


Ed ecco altri cavalli. Siamo alle porte di Stabio, l’ultimo comune prima dell’Italia. Il cellulare all’improvviso mi vibra nelle tasche, cogliendo il segnale del mio gestore telefonico. Osservo un’immensa area piena di container, oltre una rete. Siamo in territorio svizzero, mi viene spiegato, ma la merce lì non è ancora stata sdoganata. È in una sorta di terra di nessuno. Il Laveggio però sterza a sinistra. La valle ormai è aperta, l’autostrada lontana, l’acqua è calma, il filare d’alberi sulla sponda è fitto, il sentiero è di terra battuta. I cartelli indicano le distanze a piedi o in bicicletta da coprire. A dieci metri da qui c’è uno stagno del WWF, in un prato c’è persino un campo attrezzato per far volare aeromodelli in miniatura. Sembra di essere lontanissimi dal delirio logistico-commerciale che incombe oltre gli alberi. Poi la boscaglia si dirada all’improvviso. Sulla destra ancora prefabbricati e un parcheggio pieno di macchine di transfrontalieri. Sulla sinistra, schizofrenico, un paesaggio lieve, vigne verdeggianti e curve dolci, neppure fossimo in Toscana. Una panchina, identica (e identicamente abbandonata) a quella che abbiamo incontrato all’inizio del viaggio dà le spalle ad una fabbrica e guarda con ostinazione verso le colline. Il Laveggio è ormai poco più di un piccolo canale d’irrigazione, si potrebbe saltarlo con un balzo. Lo seguiamo, controcorrente. Lo perdiamo, nei prati pieni di fiori di campo. Poi ecco nuovi silos di stoccaggio carburante, gli ultimi prima del confine. Che è qui, davvero ad un tiro di schioppo.
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


Infine, ecco, ci siamo. Un muretto di cemento armato costeggia una ferita fangosa nel terreno. La sorgente. Qui nasce il Laveggio. Senza gloria, in modo anonimo, squallido. Eppure m’emoziono lo stesso. Realizzo solo ora che qui, per banale legge della fisica, siamo nel punto più alto del nostro percorso. Abbiamo cioè sempre camminato, impercettibilmente, in salita. Oltre si “scollina”.
Di fronte a noi, più avanti, intuisco una rete metallica. Tipo quelle che dividono una proprietà da un’altra. È il confine, mi dicono. Ma come, tutto qui? Quella casa dietro la rete è in Italia. Se per sbaglio tirano il pallone troppo forte lo spediscono in un’altra nazione. Ho una ossessione per i confini. Devo andare, dico, devo toccarlo. Costeggiamo la rete, giriamo attorno ad una chiesetta, la prima cosa che dall’Italia si scorge entrando in Ticino. Poi vedo il cancello. Enfatico, a tranciare una linea ferroviaria dismessa. Oltre è Italia, qui è Svizzera.
foto Alberto Canepa - www.albertocanepa.com


La ferrovia è quella della Valmorea, tracciato che doveva collegare Castellanza a Mendrisio (progetto ora tornato in auge con un nuovo tracciato). Ferrovia commerciale poco fortunata. Nata nel 1916 nel versante italiano, già nove anni dopo viene avversa dal regime fascista che ha in antipatia la società privata che la gestisce, finanziata da capitale inglese ed ebraico. Il cancello che ho di fronte – chiamato appunto “cancello Mussolini” – ha un aspetto inquietante. Sarà colpa di un immaginario filmico, ma sembra quello di una prigione, senza capire però chi è il prigioniero, quello che sta da questa o da quella parte del confine?
Tutto però si stempera. Qualcuno ha divelto la rete affianco al cancello. Faccio un passo e sono in Italia. Un altro e sono di nuovo in Svizzera. Gioco a fare il clandestino, il passatore. Fotografo dall’Italia i miei compagni ancora in Svizzera. I confini sono un segreto della storia che si fa geografia. Veri eppure incomprensibili. Stringo la mano, uno ad uno, ai miei compagni di viaggio. Abbiamo finito. Più in fondo altri cavalli nitriscono. Mai visti tanti, mi dicono. Ci voleva questa camminata per scoprirli.
Ci ho messo diciotto minuti questa mattina per attraversare il mendrisiotto. Un’intera giornata, a piedi, per riguadagnare il confine. Dovremmo tornare a misurare le distanze come si faceva una volta: non in chilometri ma in giorni di cammino. È l’unica valutazione quantitativa che un uomo può capire davvero, l’unica che lo tiene ancorato al paesaggio senza che questo gli sfugga dalla sua comprensione. È solo così che un anonimo torrente può diventare vena pulsante di un’idea diversa del territorio. Non più tabula rasa da consumare fino allo sciupio, fino a guastarlo irrimediabilmente, a renderlo waste land. Ma occasione di progetto puntuale, chirurgico, che tesse i fili di tutte le storie incise, che non le esclude ma ne fa nuova narrazione. A misura, a passo d’uomo.